Collana Fernandel

Francesco Venturi, Polder


Polder
Pagine: 144
Isbn: 9788887433012
Collana: Fernandel
Data di pubblicazione: 1 settembre 1998




«Ci vorrebbe un’anima di scorta. Ce ne vorrebbero migliaia».


Un romanzo scritto in stile asciutto, erede del minimalismo, sui cocci dei rapporti post-liceali di giovani e giovanissimi usciti dal microcosmo delle scuole superiori, quando cominciano ad accentuarsi le differenze di classe e di carattere, e cominciano a delinearsi i destini, più o meno rosei ma comunque obbligati, di ogni singolo personaggio. Una vicenda ambientata tra le feste della Bologna bene, scivolando senza pietà e ipocrisie sui ruvidi e spesso dolorosi intrecci dei futuri uomini d'affari del capoluogo.

Francesco Venturi

Francesco Venturi è nato a Bologna nel 1971, toro ascendente toro. Dopo il diploma scientifico si è iscritto a giurisprudenza, affascinato dai vecchi telefilm di Perry Mason, ma non sappiamo se poi ne sia uscito. Si ostina a vivere sotto le due torri, ritenendo ormai irrinunciabile la protezione dei portici. La foto qui di fianco lo ritrae in una posa da divo delle fiction televisive...
Nonostante l'esordio folgorante, sembra che dopo Polder Francesco Venturi non abbia scritto più nulla.

Come inizia


"Ti dobbiamo parlare. Da oggi sei tu l'uomo di casa. Capito?"
Guardo ma non capisco. Mio padre sta sulla porta di camera mia, non entra, se ne sta lì in piedi, come se avesse paura. Uomo io? Uomo io? Di casa?
"Lascialo stare. Torna pure a giocare".
È mia madre, sento la sua voce ma non la vedo. Ha una voce strana.
Uno sopra l'altro, i mattoncini Lego, divisi per colore, rossi quelli dei muri, verdi quelli del prato, gialli del recinto, blu del tetto. Una bella casa, con tante finestre. Per vedere fuori.
Il babbo starà via per un po'.


Sto seduto al tavolo di cucina, mia madre sta preparando qualcosa da mangiare che fa odore di carne alla griglia. Il rumore dell'aspiratore della cappa mi fa chiudere gli occhi. C'è silenzio. È il silenzio che divide me e mia madre da circa sette anni. È fatto di disagi, di sensi di colpa, di isterismi, di rimpianti e di rimorsi. È fatto di pensieri per quello che poteva essere e non è stato. Io non ci penso, non tanto, però non riesco proprio a parlare. "Allora, cosa hai deciso?" Chiede dandomi le spalle.
"Riguardo a cosa?"
"La festa di Laura. Andrai?"
"Non lo so. Non ancora".
"Non puoi fare queste figure. Devi telefonare".
"Chiamerò domani".
"Domani, domani... non sai dire altro".
Mangio un cracker che non è più croccante, il pacchetto era già aperto chissà da quanto.
"Devi chiamare oggi".
"Ok. lo farò stasera. A cena".
"Ricordati".
"Sì".
Mangiamo queste bistecche rosse avvolti dal nostro silenzio, attenti a non far troppo rumore con le posate. Guardo fuori dalla finestra. Non piove più. Suona il telefono, è mio padre, vuole mia madre. Credo debbano parlare del ritocco di inizio anno dell'assegno per gli alimenti. Vado in camera mia, in fondo al corridoio a sinistra.

Elena dice che prima o poi lascerà il suo ragazzo, è un egoista perché continua a uscire con lei solo quando gli fa comodo. Le dico che non dovrebbe parlarne con me. Siamo stati insieme per tre anni, non sono la persona adatta. «Oh, andiamo!» dice lei. La stanza di Elena è esattamente come la ricordavo. Sembra quella di un’adolescente, invece ha 26 anni. Da tanto tempo non venivo a casa sua. Oggi mi ha telefonato chiedendo se avevo voglia di andarla a prendere e fare due passi. Non sono riuscito a essere così cinico da dirle che non ho voglia di fare niente, al momento. Troppo stupito, soprattutto. Non ci sentiamo da due anni e le poche volte che ci siamo incrociati lo abbiamo fatto ignorandoci e cercando di dare l’impressione di stare benissimo, ridendo a nessuna battuta o scherzando a voce alta con chi era con noi. Le solitissime strategie penose. Stiamo per uscire dalla stanza, le do una pacca sul sedere, per sdrammatizzare. Lei si avvicina, mi guarda con quei suoi occhi famelici di tutto, mi bacia con passione. Io non credo di riuscire a simularne. Poi ride, si dà il lucidalabbra e mi dice di chiamare l’ascensore. È sempre stato così, questa ragazza riesce a farmi sentire un ingenuo.
In ascensore sono imbarazzato come lo si è in ascensore. Di più, in maniera diversa. Lei sorride e cerca di catturare il mio sguardo.
«Vai alla festa di Laura?». Le chiedo.
«Non lo so. Tu?»
«Neanche».
L’unica cosa consolante è che sotto casa sua ci sono dei magnifici addobbi natalizi. Enormi lampadine a forma di pigna. Cerco di farmi entrare le luci nel cuore, una cosa che quando ero piccolo mi riusciva meravigliosamente. [...]