Collana Fernandel

Marco Rossari, L'amore in bocca. Canzoni sconce e malinconiche


L'amore in bocca. Canzoni sconce e malinconiche
   Il mio sogno
   è addormentarmi
   mentre scopiamo,
   farlo così bene,
   scopare così piano
   da restare avvinti uniti
   e caldi e vinti nel sonno
   dove scivoliamo.

Pagine: 128
Isbn: 9788887433913
Collana: Fernandel
Data di pubblicazione: settembre 2007



Un canzoniere dolce e sboccato, un romanzo in versi, versacci e versetti

Cosa troviamo scritto sulla schiena dell’amata, quando uniamo i suoi nei? Perché i calzini sono i migliori amici degli amanti? È vero che perdiamo la faccia non appena perdiamo la testa? È possibile impiccarsi a una cavigliera? Questi e altri interrogativi trovano posto in un libro frutto di una lunga stagione di performance dal vivo e nato dalla voce del protagonista, un Mr Marco più osceno e indifeso che mai.
È un viaggio a tappe, una via crucis piena di delizie che racconta la solitudine del puttaniere, il dramma dell’eiaculazione assistita, la latitanza delle Muse, con al centro la comica unicità del sesso.
Sconcio quanto Bukowski e dolce più di Chaplin, Marco Rossari ci accompagna in questo romanzo in versi, versacci e versetti, alla scoperta di un pianeta crudo e tenero dove si canta l’amore in bocca. L’oblio e la presenza, il rancore e la sensualità trovano nuova forma attraverso una lingua alla portata di tutti, giovanile eppure stranamente saggia, estrema eppure giocosa. In una parola, sincera.

Marco Rossari

Marco Rossari è nato a Milano nel 1973. Dopo aver conseguito una laurea in lettere con una tesi su Charles Bukowski, ha collaborato con diverse case editrici come editor e traduttore. Ha tradotto per Adelphi La cerimonia del massaggio di Alan Bennett e per Baldini&Castoldi Chet Baker. La lunga notte di un mito. Ha collaborato con il quotidiano «Il Riformista». Perso l'amore (non resta che bere) è il suo primo libro. Sempre per Fernandel nel 2007 ha pubblicato L'amore in bocca. Canzoni sconce e malinconiche.

Breve intervista a Marco Rossari


Le tue sono canzoni dedicate alle donne o canzoni dedicate agli uomini che amano le donne?
Sono canzoni sul rapporto con le donne, visto da angolazioni diverse: una volta con tristezza, un’altra con rabbia. Malinconia, stupore, aggressività. C’è tutto il campionario. In qualche caso il punto di vista è il mio. In molti altri racconto semplicemente quello che vedo.

Dalle tue canzoni emergono tanti interrogativi sull’amore e sul sesso che fanno sorridere e delineano un mondo crudo ma al contempo tenero. Un mondo complicato?
Più che complicato, il sesso è un territorio selvaggio. In questi trent’anni io non ho imparato niente e quel poco l’ho dimenticato. Mi sento riverginizzato, come Cicciolina e Melissa P.

Canti il sesso in modo scherzoso, quasi comico. È salutare una buona dose di autoironia?
Non lo so. Certe volte l’ironia ci sta, altre volte le cose vanno prese sul serio. Penso ai (vecchi) film di Woody Allen: non sempre il registro più adatto era quello comico. Anzi, forse uno dei suoi film migliori, “Crimini e misfatti”, alternava dramma e commedia in modo perfetto. Io voglio giocare un po’, senza dimenticare che una certa leggerezza – penso alle poesie di Vivian Lamarque o Emily Dickinson – è poi molto più pesante di tanta enfasi.

Cosa vuol dire per te amare?
Amare significa non dover mai chiedere: “Cosa vuol dire per te amare?”

Rassegna stampa

«Oggi posso dire che / io ho amato / E posso dirlo perché / sono disperato» (Teo Lorini, «Pulp», settembre-ottobre 2007)

L’eccellente esordio di Marco Rossari, Perso l’amore (non resta che bere) (Fernandel, 2003) colpiva per la sicurezza con cui pagine brillanti, ricche di un’ironia ora dotta, ora felicemente sboccata, s’alternavano o, meglio, si fondevano con passaggi densi di un’inquietudine profonda e dolente. Quest’anima duplice, che Rossari ha per gradi perfezionato sino a un dominio in cui scompare ogni traccia d’artificio, si ritrova in questa sua raccolta di “canzoni sconce e malinconiche”, nata per un circolo Arci, il “Malacarne” di Verona, e il suo festival tra libri e osterie. Ecco allora che tra colpi d’ingegno che invitano al riso: “Delicata, ingenua / quasi forse anche illibata. Tanto / impalpabile, tanto eterea che / mi ha passato una malattia / venerea”, brani fulminanti che meriterebbero da soli l’acquisto del libro: “Che dio ti benedica / amica mia intimorita / e assai pudica. È una gioia / antica convincerti / a farti contemplare / la fica”, il lettore sente crescere un’ilarità strana, che attenua solitudini e amarezza e ci protegge dal dolore col ricorso all’umorismo, a un’indifferenza piena di understatement: “Sono così solo ma / così solo che mi basterebbe /anche un amore a nolo”. Ma Rossari sa bene che proprio “quando è ridicola una tragedia / diventa sincera” e così, di sorriso in sorriso, l’armatura d’indifferenza e ironia con cui ci ha protetto comincia a rivelare qualche incrinatura e le emozioni represse e sottovalutate si affollano tutte all’improvviso, riempiendo infine il cuore di tenerezza e gli occhi di lacrime. E da quel momento per quanto l’autore rivendichi la sua pochezza (“Sono un uomo medio / una voce dentro il coro”; “Il mio posto non è sulla / Garzantina, tanto meno in libreria. / Mi vedo bene su una bancarella / di periferia”) a noi resta il senso di una voce difficile da dimenticare, di uno struggimento potente che, dopo aver posato il libro, ci terrà stretti ancora a lungo.

Intervista di Paolo Roversi sul sito milanonera.com (ottobre 2007)

Qual è il tuo rapporto con Charles Bukowski, autore che io amo molto e a cui tu hai dedicato la tua tesi di laurea?
Ormai è nullo. Non lo leggo più. È uno scrittore-santino che aiuta a sbloccarti, ma non a crescere. In più nella sua opera c’è di tutto: poesie velleitarie, riuscitissime, esilaranti, amare, inutili, diaristiche. Tante cose mediocri e tante unghiate riuscite. Credo che resteranno soprattutto alcuni racconti (”Musica per organi caldi”) e una manciata di poesie (soprattutto quelle di “L’amore è un cane venuto dall’inferno”). I romanzi, invece, li trovo più noiosi. Resta un grande autodidatta; uno che è cresciuto in pubblico, pubblicando tutto. Charles Bukowski è il più plebeo, nel bene e nel male, degli scrittori marginali americani. Aveva un grande sense of humour. Gli piaceva Mahler. Scriveva troppo. Ci mancherà.

Come hai convinto la Fernandel a pubblicare un libro di poesie che notoriamente è un genere che in libreria non si vende?
Quando ho accennato a Giorgio Pozzi, patron di Fernandel, che avevo delle poesie, mi ha guardato come se gli avessi annunciato la mia imminente dipartita per Atlantide. Poi le ha lette e gli sono semplicemente piaciute. Qualche dubbio restava. Allora gli ho mandato a casa un’esuberante ventenne rumena e lui mi ha proposto un Meridiano Poesia. Ci siamo accontentati di questo volumetto.

Le tue poesie passano dal molto aulico all’estremamente diretto. Perché?
Tu pensi? Ma no, quello aulico è un tono che non mi si addice: troppo hard. Ho un amico poeta che è stato censurato in Rai per il sintagma “vegg’io”, contenuta nella lirica che doveva leggere da Antonella Clerici. Un altro - in seguito a un sonetto elegiaco sui riflessi del chiaro di luna adombranti i tratti dell’amata - ha ricevuto una denuncia per oltraggio al pudore. Io sono troppo conformista, non me la sento. Insomma uso termini come cazzo, fica e culo soprattutto per pudore.

Le donne entrano spesso nei tuoi componimenti. Fonte d’ispirazione privilegiata? Le donne entrano nei miei componimenti a forza. Scassano la serratura, buttano giù la porta, ravanano nei cassetti. E mi trattano come uno schiavo. Ogni donna per me è una Annie Wilkes alla Stephen King: sono in ostaggio e scrivo per lei. Ma il mio sogno è versificare sul mercato azionario o sulla bellezza delle Dolomiti.

«Le caleidoscopiche sfumature dell’amore» (Francesca Zampiga, «Ravenna IN Magazine»)

“Romanzo in versi, versacci e versetti” che affronta vari interrogativi, tutti connessi alle caleidoscopiche sfumature dell’amore. Scritto in un linguaggio semplice e genuino, l’autore delinea un universo dolce e forte al contempo, segnato dalla “comica unicità del sesso” come “dalla solitudine del puttaniere” e perfino dal “dramma dell’eiaculazione assistita”; insomma ”un canzoniere dolce e sboccato che gioca con la poesia e con l’eros per restituirci un’idea più umana di entrambi”.

«Mi sono fatto fregare dalla poesia» (Sergio Pomati, deltadivenere.com)

A furia di scrivere testi per letture, fight reading, slam poetry, festival tra libri e osterie, Marco Rossari per sua ammissione si è “fatto fregare dalla poesia”, ritrovandosi a consegnare alle stampe quasi senza volerlo questa raccolta di "canzoni sconce e malinconiche".
Versi, versacci e versetti tipo: "Che dio ti benedica / amica mia intimorita / e assai pudica. È una gioia / antica convincerti / a farti contemplare / la fica".
O ancora: “Le mancava solo un difetto perché avessi voglia di portarla al letto”.
L’amore in bocca è una sorta di zibaldone di ballate in pillole, aforismi, strambotti e calembour dedicati all’amore, al sesso, al rapporto mai facile con le donne, pensieri e parole in cui si ritrova la caratteristica vena autoironica dell’autore sospesa tra cognizione del dolore e comicità surreale già espressa nei precedenti romanzi Perso l'amore (non resta che bere), edito da Fernandel nel 2003, e Invano veritas (e/o 2004).
Per la materia trattata e il gusto della battuta autodenigratoria - per tacer dell’alcol - senza voler far torto a Rossari (tutt’altro) viene naturale pensare a Charles Bukowski, molto amato dallo scrittore quand’era ragazzo, tanto da farci poi la tesi di laurea. Solo che il Bukowski, come sappiamo, si è preso parecchie lauree presso facoltà chiamate ospedali, galere e puttane, università della vita che il pur bravo Rossari, scrittore milanese poco più che trentenne della generazione di Enrico Brizzi, non ha certo avuto modo di frequentare.
Più malinconiche che sconce, le canzoni di L’amore in bocca avrebbero avuto bisogno di più birra, fagioli, cetrioli, crackers, sigarette, organi caldi e cani venuti dall’inferno per sconvolgerci le budella.
Poco male, ad ogni modo. Come insegna Cesare Pavese: “Far poesie è come far l'amore: non si saprà mai se la propria gioia è condivisa”.

«Questa parola oscena: “poesia”» (Alberto Sebastiani, «La Gazzetta di Parma», 20 dicembre 2007)

Marco Rossari è un traduttore, uno scrittore e, adesso, si confronta anche coi versi. Ha esordito con il romanzo Perso l’amore (non resta che bere) (Fernandel), ha proseguito coi racconti di Invano veritas (e/o), ha pubblicato testi su antologie e riviste anche prestigiose, come «Nuovi argomenti», e ora riappare in libreria con L’amore in bocca. Canzoni sconce e malinconiche (Fernandel). Un canzoniere profano, in cui si alternano aforismi in versi, composizioni boccaccesche e altre più intime (forse le meglio riuscite), sulle quali domina l’ironia. A partire dal titolo, che si presterebbe a un facile doppio senso, ma che, come risulta chiaro fin dal primo testo, è una sorta di retrogusto del desiderio, dell’incontro mancato, passato o futuro. È ciò che rimane, o rimarrà, nostalgicamente. È l’assenza e la necessità della presenza. Una condizione raccontata con ironia, che non è in alcuna maniera leggerezza, ma consapevolezza a suo modo tragica dell’impossibilità della pienezza, vissuta e detta senza piagnistei. Giorgio Caproni è molto presente in questi versi, in cui presenza e assenza sono i temi chiave. E in questo contrasto tra necessità e reale, in questa ricerca, il sesso diventa incontro e comunicazione, anche di un solo attimo, o, al contrario, segno di separazione. L’amore è la chimera, da inseguire, dolorosamente, ma anche con piacere, pace. È «un pugno nello stomaco», come dice Rossari, con un’espressione comune, come se ne incontrano tante nei suoi versi. La commistione sapiente tra registro medio, lessico umile e tecnico scientifico, in particolare informatico, ma di uso comune, turpiloquio, riferimenti letterari e musicali, dona a questa raccolta un andamento quasi prosaico, ma intenso, capace di sorprendere il lettore colpendolo con banalità della quotidianità, ma riscoperte in modo straniante: un capello sul cuscino, il lato vuoto del letto, una finestra illuminata, il tesserino della Standa, un sms. Un racconto, «La stagione dei poeti», chiude ottimamente il volume: un saggetto semiserio sullo stato della poesia in Italia, sulla difficoltà di definirla, sulla nascita della scena Slam nostrana e sulla percezione comune di questa parola oscena: «poesia».

«Un falso cazzaro» (Enrico Remmert, «Rolling Stone», febbraio 2008)

Marco Rossari è un falso cazzaro. Finge di non prendersi sul serio fin dal sottotitolo (che recita canzoni sconce e malinconiche in luogo di un più veritiero "poesie") e dalla biografia («Rossari viene considerato un performer prestato alla poesia. La poesia si dichiara d'accordo»). Sembra non prendersi sul serio neanche nel testo, permeando parecchie pagine di un'ironia feroce, cercando la goliardata, il colpo di coda a effetto. Eppure basta una prima lettura per rendersi conto di quanto queste composizioni siano pulite e sprizzino talento e incisività. Rossari è un falso cazzaro e, per averne la conferma definitiva, basta leggere la prosa finale, La stagione dei poeti, dove il racconto di uno slam poetry a Torino diventa pretesto per un divertente ma accorato punto sulla poesia in Italia.

«La vita di Modì in fondo al letto» (Enrico Remmert, «La stampa, Tuttolibri», 26 gennaio 2008)

Com'è noto, Croce so­steneva che chi continua a scri­vere poesie dopo i diciotto anni o è un poeta oppure è un cretino. Il trentaquattrenne Marco Rossari ammette che («nell'illusoria speranza di non passare per coglione almeno per quel motivo») non scriveva poesie da moltissimo tempo. Ma, giun­to alla sua terza prova – dopo il romanzo d'esordio Perso l'amo­re (non resta che bere) per Fernandel e i successivi racconti Invano Verìtas per e/o – Rossari ha pubblicato questo L'amore in bocca (Fernandel, pp. 124, € 12), con il sottotitolo «canzoni sconce e malinconiche».
Si tratta di un canzoniere dolce e sboccato che gioca, a volte gioiosamente a volte ma­linconicamente, con la poesia e con l'eros. Scorrendo le pagine si incontrano tenerezze («Con una biro nera / ho unito i nei / sul­la tua schiena. / C'era la scritta: / Solo la mia bellezza uguaglia la tua pena»), sentenze («Milano è una plaquette senza scrit­to niente»), invocazioni («non prendere sonno / prendi me, che / ne ho bisogno») e anche piccoli gioielli («L'altra metà del cielo / lascia l'altra metà del letto / vuota. Adesso per intiepi­dirla un po' / ci metto i libri che rimando / e ancora non ho letto. / Quando allungo / il piede per cercare il tuo / trovo Kazuo Ishiguro o / scritti di Lavagetto o la biografia di Modì»).
Più spesso si incontra un’ironia feroce e, ancor più, ammiccamenti che sanno di go­liardia, come se l'autore finges­se a tutti i costi di non prender­si sul serio, un atteggiamento che traspare fin dalla nota bio­grafica («Rossari viene consi­derato un performer prestato alla poesia. La poesia si dichia­ra d'accordo»). Lo stesso sotto­titolo «canzoni», in luogo di po­esie, sembrerebbe una testimo­nianza di questa vena leggera. Invece, come spiega l'autore nella prosa che chiude il libro, La stagione dei poeti, «l'editore mi ha detto che la cosa più im­portante era non venderle co­me poesie. Un paradosso. Mi­naccia implicita: se no, finisce che non le compra nessuno».
Questo racconto finale è il pretesto per fare un ironico quanto accorato punto sulla si­tuazione della poesia in Italia: Rossari parte da uno slam poetry a Torino e arriva a una tele­fonata notturna (non attesa né gradita) all'adorata Vivian Lamarque, passando per la Gior­nata Mondiale della Poesia, per i dati di vendita e le letture pubbliche, scherzando sui cli­ché («la poesia è una di quelle cose che tiene in vita, ma di cer­to non chi la scrive»), tornando serio laddove cita Seamus Heaney e Osip Mandel'stam («la parola è diventata una zampo­gna non a sette, ma a mille can­ne, in cui soffia il respiro simul­taneo di tutti i secoli»). Insomma, dietro il paravento brillan­te, Rossari è consapevole di quello in cui si cimenta e sem­bra sapere perfettamente che la poesia, come scriveva Pessoa, «è la dimostrazione che la vita non basta».

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I libri di Marco Rossari pubblicati da Fernandel: