Collana Fernandel

Roberto Michilli, Desideri


Desideri

Radio e Tv


  • Roberto Michilli a Radio 3 Fahrenheit (15 agosto 2005)

  • Pagine: 352
    Isbn: 9788887433548
    Collana: Fernandel
    Data di pubblicazione: aprile 2005



    «Disagi, sacrifici, sofferenze: quanto sei disposto a patire per ottenere quello che desideri? Fino a che punto lo desideri? Pensaci bene, prima di rispondere»

    C’è un tema comune nelle quattro storie che si intrecciano in Desideri: i protagonisti vogliono una cosa con tutte le loro forze e per ottenerla scoprono fin dove sono disposti a spingersi. Angelo insegue la donna che gli è stata portata via, Elio la casa dei suoi sogni, Claudia un uomo che non la vuole, e infine un tale che si fa chiamare Zenith ottiene davvero ciò che più desidera, per sua sfortuna...
    Desideri è un libro per tutti. Convinto che il lettore vada ripagato per la sua scelta con storie avvincenti e di piacevole lettura, Roberto Michilli ha adottato una “scrittura di servizio” lineare e diretta per favorire al massimo la leggibilità e la scorrevolezza del testo. A partire da questo “grado zero” della lettura, si possono approfondire le particolarità strutturali e gli interni legami tra le storie.
    In copertina: Le scarpe di Cristina, foto di Roberto Michilli.
    Roberto Michilli

    Roberto Michilli è nato nel 1949 a Campli (Te) e vive a Teramo dal 1972. Dal 1976 al 1985 ha collaborato con la facoltà di Scienze politiche dell’Università degli studi “G. d’Annunzio” di Chieti. Dopo aver pubblicato diverse raccolte di poesie, nel 1997 ha vinto il Premio Teramo, e nel 1998 è stato finalista al Premio Assisi per l’inedito. Ha scritto testi teatrali e ha tradotto dal francese e dall’inglese (Mallarmé, Keats e altri). Desideri è il suo primo romanzo, a cui è seguito Fate il vostro gioco (Fernandel, 2008), La più bella del reame (Galaad, 2011), Il sogno di ogni uomo (Galaad, 2013).

    Come inizia

    È vero, fui io a presentarli, e per questo mi sono sempre sentito un po’ responsabile di quanto accadde in seguito. Ogni volta che ci ripenso, per alleggerire il mio senso di colpa mi ripeto che si trattò di un incontro fortuito, e che il mio ruolo fu secondario e strumentale. È la pura verità, del resto: mi limitai a dire i loro nomi, e i due si strinsero la mano. Resta il fatto che nel vederli l’uno accanto all’altra, in quella caldissima sera del luglio ’93, ebbi come un brivido, e avvertii una strana sensazione di pericolo, un senso di minaccia incombente. Sentii forte l’impulso di prenderlo sottobraccio e allontanarlo da lei, e ancora mi rimprovero per non averlo fatto. Sono certo che non m’avrebbe seguito: era rimasto folgorato nel vederla e credo che nessuna forza al mondo avrebbe potuto staccarlo da lì, ma se ci avessi almeno provato, adesso la mia coscienza sarebbe più tranquilla. Lui l’avevo conosciuto da pochi mesi. Si chiamava Angelo. C’eravamo incontrati alla Foto Ottica, il negozio all’inizio del Corso in cui si ritrovano la sera gli appassionati per parlare di macchine fotografiche, obiettivi, filtri e d’altro ancora. Angelo entrò per comprare delle pellicole. Era la prima volta che lo vedevamo. Noi eravamo seduti nel salottino che sta accanto alla sala di posa. Vincenzo, al solito, imperversava. Grande e grosso com’è, occupava da solo uno dei divanetti e stava raccontando, a voce altissima e con mimica esuberante, alcune di quelle barzellette sbracate di cui sembra avere una scorta inesauribile. Angelo pagò le sue pellicole e poi si accostò al nostro gruppo, forse richiamato dalle risate. Rise anche lui, alla fine della storiella successiva. Restò poi ancora un poco ad ascoltare i nostri discorsi e quando andò via ci salutò, ricambiato da tutti noi. Ci chiedemmo l’uno con l’altro se qualcuno sapeva chi fosse, ma per tutti era un perfetto sconosciuto. «È la prima volta che lo vedo» disse Antonio, il proprietario del negozio. «Dev’essere un forestiero» aggiunse Benito, «non l’ho mai visto in giro». In effetti, la nostra è una piccola città, e, almeno di vista, ci si conosce tutti. «È simpatico, però» fece Claudia, la moglie di Antonio. Assentimmo tutti: il ragazzo ci aveva fatto una buona impressione. Quando si fece rivedere, alcune sere dopo, Beniamino e Guido si strinsero un poco per fargli posto sul piccolo divano. Era diventato uno di noi. Sapemmo che era in città solo da poco. Si occupava di informatica. Una banca della nostra città s’era fusa con quella dove Angelo lavorava, su in Romagna, e lui era stato mandato quaggiù, al centro elettronico, per collaborare alle necessarie modifiche e integrazioni delle procedure automatizzate. Angelo di fotografia ne capiva, e come, ma più che per la sua indubbia competenza a me, e credo anche agli altri, era piaciuto subito per il suo sorriso aperto, l’aspetto scanzonato e quel particolare accento che faceva subito simpatia. Era sui trent’anni, un pezzo di marcantonio sul metro e ottanta abbondante, con spalle da lottatore e vita stretta. Bruno, abbronzato, capelli ricci e occhi nerissimi, Angelo sfoggiava una barba nera tagliata molto corta che gli regalava un’aria da pirata saracino. Quando sorrideva, e sorrideva spesso, metteva in mostra una chiostra di denti perfetti e bianchissimi. Al sorriso partecipava tutto il viso, che gli si illuminava a partire dagli occhi, dai quali sembrava sprizzassero scintille. [...]

    Rassegna stampa

    «Quattro storie che sommate fanno un romanzo corale» (Gianni Paris, «Abruzzo Oggi», 10 aprile 2005)

    Allegro vivace (Valeria e Angelo). Adagio (Elio). Allegro ma non troppo (Claudia). Allegro con brio (Deborah). No, non sto scrivendo una recensione sbagliata o fuorviante. Non ho assistito ad alcun concerto di musica classica. Sto scrivendo la mia solita recensione-diario e per la prima volta, da quando “L’odore dei libri” è apparso su questo quotidiano, parlo di un esordiente abruzzese, Roberto Michilli (nato a Campli, ma residente a Teramo), che ha pubblicato con un editore di qualità qual è la Fernandel di Giorgio Pozzi. Quel Roberto che deve aver lasciato un poster di Milan Kundera nella cameretta dei suoi ricordi. Michilli infatti deve aver letto attentamente «L’arte del romanzo» (di Kundera), con la scrittura che diventa spartito, vocali e consonanti che si trasformano in note musicali, il ticchettio sulla tastiera che diventa violino o pianoforte. Roberto Michilli ha scritto quattro storie che sommate fanno un romanzo corale. Inizialmente, la voce di Michilli, mi è parsa solo di piacevole lettura.
    Nient’altro. Per il tipo di intreccio (l’autore fa cominciare il primo racconto e poi lo intervalla con il primo di un altro racconto, e ancora con il primo del terzo racconto, per poi farci conoscere – alla fine del secondo giro – la quarta storia) non credevo che potessi mai considerare il libro del cinquantacinquenne Michilli avvincente, denso e lineare. Invece, una volta tanto, mi sono dovuto ricredere. Certo, ho dovuto prestare maggiore attenzione per tenere il filo dello schema madrigale (ABC ABC DD), ripetuto per tre volte, adottato da Michilli, tuttavia la sua scrittura “polifonica” mi ha reso partecipe dei problemi di Elio Santi, che vuole a tutti i costi acquistare la casa dei suoi sogni. Una casa in campagna (forse piena di fantasmi e proprietari morti malamente). Mi ha fatto condividere l’ostinazione di Claudia, che insegue un uomo (Matteo) che non la vuole. Insieme a Roberto, amico di Angelo, ho letto la lettera con la quale quest’ultimo spiega i perché del suo gesto estremo (nei confronti della moglie Valeria e di se stesso). Mi sono pure eccitato sullo stesso divano di Zenith, che desidera Deborah, la sorella di sua moglie, e che va oltre il ribrezzo nel leccare le parti intime di una vecchiaccia con il titolo di maga pur di raggiungere lo scopo.
    Un particolare: il sesso raccontato da Michilli è il migliore che abbia letto negli ultimi dodici mesi. E forse, quando descriverò fra dieci anni una scena di sesso, chiederò al suo cuore di uomo e scrittore le direttive per capire meglio l’anima e le emozioni… Tra le quattro storie, due mi hanno conquistato: sono quella di Zenith e di Elio Santi; scritte con un polso da autore navigato, che forse Michilli ha, se penso alle sue opere inedite. Ah, stavo scordando qual è il tema comune che unisce i quattro romanzi (brevi): i personaggi vogliono qualcosa con tutte le loro forze e sono disposti a tutto per averla. Be’, mi fermo qui. Vi lascio al testo musicale-letterario di Michilli, che oltre al poster di Milan Kundera, ha letto l’opera omnia di Italo Calvino…

    «Il desiderio, una forza inarrestabile che travolge qualsiasi cosa e che confina con la follia e il sovrannaturale» (Teo Lorini, «Pulp», maggio-giugno 2005)

    Il corpo di una donna, il possesso di una casa, un amore perduto e uno che non c’è mai stato. I quattro racconti che, dilatati e rimontati, compongono l’esordio in prosa di Roberto Michilli (56 anni, teramano) esplorano con fluviale abbondanza di dettagli varie sfumature della brama e dell’ossessione. Dopo una vita al fianco di un uomo che le è indifferente, Claudia scopre all’improvviso l’amore, il turbamento e l’amarezza del rifiuto. Angelo non sa rassegnarsi all’abisso scavato fra lui e la moglie da un incidente e da un incontro nefasto. Elio sfiderà le sue paure e le sue convinzioni per difendere il sogno che coltiva da una vita. Zenith, infine, pagherà il prezzo più caro per soddisfare la propria “passione furiosa” per Deborah. Il desiderio, per Michilli, è una forza inarrestabile che travolge qualsiasi cosa e che confina con due territori altrettanto pericolosi: la follia e il sovrannaturale. È questa l’intuizione più felice del libro che funziona benissimo quando resta concentrato sugli aspetti patologici e magici dell’ossessione, ma a cui nuocciono alcuni difetti tecnici e strutturali su cui forse sarebbe stato opportuno lavorare. L’eccessiva abbondanza di dettagli superflui aggiunge meno in completezza di quanto tolga in efficacia. Certi snodi narrativi risultano meccanici e forzati (il finale, prevedibile e pasticciato, di Deborah, indebolisce il racconto più potente della raccolta), mentre la lingua volutamente dimessa e lineare, produce ottimi risultati quando descrive con tratti misurati e insinuanti l’inizio dell’inquietudine, ma quando deve raccontare il culmine della frenesia, risulta spesso inadeguata e talvolta involontariamente comica, (“avevo strusciato la punta infuocata del mio passerotto sulla retina bianca [dello slip] che lo proteggeva dagli spurghi della sua passerina adorata”). Ma il rimpianto per queste debolezze non inficia il giudizio su un testo capace di porre domande sottilmente inquietanti sulla vera natura dei nostri bisogni e delle nostre aspirazioni.

    «La forma di un aut-aut: o l’oggetto o la morte» (Fabio Brotto, bibliosofia.net, 22 settembre 2005)

    Un romanzo articolato in modo sapiente è Desideri di Roberto Michilli (Fernandel, Ravenna 2005). Quattro diverse storie, con un debole punto di intersezione, dicono quattro desideri di quattro personaggi (cui si dovrebbero aggiungere desideri di figure secondarie). Si tratta di desideri fondamentali, in quanto fondano il senso della vita dei quattro, e il loro soddisfacimento appare loro necessario, nella forma di un aut-aut: o l’oggetto o la morte. Gli oggetti sono differenti, ma esercitano su ciascuno dei desideranti un fascino irresistibile. Un uomo vuole assolutamente riavere la donna amata che gli è stata sottratta: per lei è disposto ad uccidere, e uccide; un altro vuole assolutamente possedere carnalmente una parte bellissima di sua cognata, e per averla è disposto a ricorrere alle arti di una vecchia maga ripugnante, e finisce per accettare la propria morte; un altro ancora vuole assolutamente una casa in campagna, anche se è una casa maledetta, e per essa è disposto ad uccidere, e uccide; una donna vuole assolutamente un uomo che è innamorato di un’altra, e finisce per portare suo marito ad ucciderlo perché lei non soffra più. Tutti i desideri qui portano alla morte, evidenziando una radice metafisica di cui forse lo stesso scrittore non ha piena coscienza. E si tratta di morte per violenza, della quale a loro volta i personaggi non avvertono alcun senso di colpa. Sembra dunque che il desiderio scatenato, sciolto da ogni condizionamento, ab-solutus, annulli ogni residua coscienza del bene e del male. In questo, il romanzo di Michilli è totalmente postmoderno, anche se il suo linguaggio appare abbastanza tradizionale e medio (nel senso di un’aurea, elaborata mediocritas): i suoi personaggi vivono in un quadro di pensiero debole socialmente incarnato, rivelando come la violenza covi sotto ogni relazione umana anche quando non viene tematizzata ed esorcizzata dalle forme sociali della metafisica e della religione.

    «Un romanzo polifonico che ha la forma del madrigale» (Marcello D'Alessandra, «L'Indice dei libri del mese», 5 ottobre 2005)

    È il desiderio a dominare le quattro storie che si intrecciano nel romanzo di Roberto Michilli, all’esordio narrativo. Un desiderio che cattura i personaggi dentro le maglie dell’ossessione, in un percorso che non concede vie d’uscita, fino alle estreme conseguenze. In tre casi il desiderio è di specie erotica: sono le storie di un marito che insegue in tutti i modi la donna che gli è stata portata via, di una donna che tenta di conquistare un uomo innamorato di un’altra, di un uomo, infine, irresistibilmente attratto dal fondoschiena della cugina di sua moglie. In una quarta storia, il sogno da coronare è l’acquisto di una casa in campagna, da sempre agognata.
    Il desiderio, tale è l’intensità, produce sempre una frattura nella vita del personaggio; in tre storie su quattro si sanerà col sangue: qualcuno – si direbbe - deve morire, deve offrirsi in sacrificio sull’altare di un desiderio che confina con la follia. Nell’unica storia in cui nessuno muore, il personaggio – che è riuscito, lui sì, a realizzare appieno il proprio desiderio – è costretto alla fuga, che decreta la sua morte civile.
    Motivo ricorrente, nelle quattro storie che compongono il romanzo, oltre al sesso è la magia, un certo alone di mistero. Presente sempre, nelle diverse storie, il negozio di foto-ottica, attorno a cui gravitano i diversi personaggi: a garantire un’unità di luogo, sullo sfondo, evidentemente ricercata dallo scrittore, che molto ha puntato sulla struttura del romanzo e sui legami interni tra le storie.
    E’ un romanzo polifonico - almeno nelle intenzioni - come scrupolosamente, nella nota in fondo al volume, l’autore s’incarica d’informarci, al fine di dimostrare la molto studiata – e ambiziosa - struttura architettata nel dare forma al romanzo. Le quattro storie s’intrecciano secondo uno schema di madrigale (ABC ABC DD), ripetuto tre volte: sei capitoli per ogni storia, ventiquattro in tutto. Ciascuna vicenda a fare da specchio alle altre, amplificandone le suggestioni; inoltre – sempre seguendo le indicazioni dell’autore, come preoccupato di farsi critica da sé, forse per tema che l’opera, da sola, non bastasse a spiegarsi – altro legame sarebbe presente: di tipo musicale, con le quattro storie a richiamare i movimenti della sinfonia classica.
    All’autore occorre riconoscere la buona capacità inventiva; soprattutto, egli sa raccontare quella tensione che cova, sottopelle, prima che il dramma si compia: questa pare essere la corda a lui più congeniale. Perché quando si tratta, poi, di raccontare il dramma nella sua compiutezza, non sempre appare all’altezza della tensione cui aveva così bene preparato il lettore. Non è un caso se la storia meglio riuscita, delle quattro, è quella dell’uomo che acquista la casa in campagna, perché quella in cui la tensione, mai giungendo al suo culmine, non si brucia. La scelta linguistica – una scrittura diretta, lineare - è tutta votata alla piacevole fruizione delle storie narrate, per favorirne la leggibilità e lasciare avvincere il lettore. Una narrativa - è il risultato - per buoni tratti d’intrattenimento, che non necessariamente sarà da ritenere come cosa cattiva, soltanto risulta contraria alla linea che l’editore Fernandel - da ormai più di dieci anni - si è dato e valorosamente persegue.

    «Quattro storie che si intrecciano in una solida architettura» (Rosa Polacco, «Il foglio», 19 novembre 2005)

    Un romanzo polifonico, questo “Desideri”: quattro storie, distanti tra loro, s’intrecciano in una solida architettura: storie di buona borghesia di provincia, dove tutti sono ricchi, belli e infelici. Il filo conduttore, il pretesto e insieme la tesi, è il desiderio, vero protagonista che sposta la trama apparentemente leggera sul confine del giallo psicologico. Il desiderio è definito nel suo senso etimologico e desueto: è ciò che manca ed è perduto, assente e struggente. Angelo desidera Valeria, plagiata e rapita da uno psicoterapeuta da salotto televisivo; Elio cerca la casa dei suoi sogni, una villa di campagna abitata dagli spettri del pettegolezzo; Claudia ha semplicemente bisogno di un amante e Debora, o il suo fondo schiena, è l’oggetto irrinunciabile della bramosia boccaccesca di un uomo. Piccola città, bastardo posto, di pellicce e fuoristrada, di persone per bene che hanno risolto i momenti cruciali della vita: lavoro, matrimonio, figli. Ora, liberi dai banali nodi dell’esistenza, possono concedersi il lusso di un desiderio, di qualche futile necessità che è in sostanza simbolo di una noia e nemesi di scelte sbagliate. Conoscere il proprio desiderio significa riconoscerne la qualità e il limite, spiega Michilli, ma il desiderio esaudito è sempre punizione e vergogna, e in tre storie su quattro addirittura morte. D’altra parte, su queste pagine che si fanno via via più inquietanti, aleggiano sempre la presenza dell’irrazionale, della superstizione contadina e della magia, affatto gotica ma piuttosto retaggio di un piccolo mondo antico. Ogni racconto, interrotto e intersecato agli altri, ha un suo stile e un suo linguaggio: come spiega l’autore nella deliziosa nota finale, lo schema secondo cui le storie si intrecciano è quello del madrigale e il legame più seducente è quello musicale per cui le quattro parti “hanno ciascuna un diverso tempo interno, dato dal numero delle pagine ma anche dalla diversa velocità del racconto e si succedono in modo da richiamare i movimenti di una sinfonia classica”. Così la storia dei due sfortunati amanti ricorda un Allegro Vivace, la ricerca della casa in campagna un Adagio, il desiderio sessuale un Allegro ma non troppo. Alla fine torna in mente l’aforisma da maglietta di Oscar Wilde: a questo mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo.

    «Una scrittura pulita, di stampo tradizionale, senza scosse, e una insospettata padronanza nella descrizione delle scene» (Bartolomeo Di Monaco, Vibrissebollettino.net, 30 luglio 2007)

    Classe 1949, Michilli esordisce nel romanzo ad un’età già adulta, ma non è nuovo alla letteratura. Alle sue spalle ci sono: alcuni libri di poesia, l’aggiudicazione, nel 1997, del Premio Teramo e la partecipazione come finalista al Premio Assisi per l’inedito. È abbastanza per affermare che egli giunge a questo esordio con una buona esperienza formativa. Il romanzo è ambientato a Teramo, la città in cui l’autore vive. È costituito da un insieme di quattro storie (Valerio e Angela; Elio; Claudia; Deborah) legate l’una all’altra da una sorta di mal di vivere e di desideri da realizzare, spesso spinti all’eccesso.
    Tutte fanno capo al negozio Foto Ottica degli amici Antonio e Claudia, giacché questi personaggi hanno un’altra cosa in comune, la passione per la fotografia. È in questo ambiente che il destino riserva ai protagonisti l’occasione di trasformare il loro malessere in un forte desiderio, in un progetto. La vita pare allora illuminarsi, l’energia e la voglia di protagonismo ritornano come da un nascondiglio segreto; sul volto ricompare il sorriso, ci si libera, almeno per un tratto di strada, di quella “scimmia” che ci era salita sulle spalle e sembrava non volersene andare più.
    Ma se ne va davvero? No. È tutta apparenza. In realtà, l’autore crea intorno alle storie un alone di mistero. I personaggi sembrano appartenere a un mondo che non è proprio il nostro. Si muovono a contatto di sensazioni, incertezze, timori, anche paure, che fanno presagire l’ignoto, l’arcano, il non razionale. È, questa, la cifra stilistica che Michilli imprime alla sua scrittura, peraltro piacevole e limpida, consumata già da un’abilità e da una esperienza che meravigliano in un esordiente. La storia intitolata “Elio” ne è un esempio.
    Si è già detto che il romanzo è costruito su storie che s’intrecciano. L’autore le avvia, ci lascia col fiato sospeso e le riprende al momento giusto, con una sapiente bravura. Le interruzioni, infatti, sono scadenzate in modo tale che non avremmo voluto che succedessero in quel punto, così che resta in noi, accanto ad una impazienza che comincia a dominarci, il desiderio di conoscerne il seguito quanto prima. Un tale modo di strutturare il libro, che ha i suoi precedenti nei grandi autori del passato che facevano anticipare l’edizione definitiva delle loro opere dalla pubblicazione a puntate, si rivela la molla che imprime il movimento perpetuo al romanzo. Si può anche cogliere una certa rassomiglianza con la struttura dei testi teatrali, divisi per atti e, in particolare nel nostro caso, in scene. Tracce di Hoffmann si riscontrano nell’atmosfera che circonda le storie, in particolare quella di Elio Santi, in cui fa capolino qualche reminiscenza de Il mastino dei Baskerville di Conan Doyle.
    Una scrittura pulita, di stampo tradizionale, senza scosse, ed una insospettata padronanza nella descrizione delle scene ci accompagnano nel viaggio, rendendocelo gradevole e ricco di suspence. Si pensi, ad esempio, alla scena che si svolge tra la maga Armida e il personaggio ossessionato dalla conquista di Deborah, la bella ragazza di cui si è invaghito. La lunga scena che si svolge tra quest’ultimo e la vecchia laida è resa con mano ferma, controllata, da cronista dell’evento; come pure allo stesso modo è reso l’appuntamento di un altro personaggio, Angelo, con la prostituta Lisa. Anche la storia della casa misteriosa che Elio decide di acquistare denota un’abile tessitura condotta su di un registro che si muove in sintonia con i tempi lenti e misurati degli accadimenti.
    Il desiderio è il punto d’indagine dell’autore. E il desiderio è sempre mosso da un istinto che ha a che fare con il mistero che è dentro ciascuno di noi, in grado di sorprendere e scandalizzare perfino noi stessi, come accade a Claudia.
    I racconti, che fotografano situazioni ricorrenti nel quotidiano e perciò non sconosciute al lettore, riescono ciò nonostante a sollevare quel pizzico di curiosità e a scuotere la latente morbosità che si nasconde in noi. Sono molle che si tendono per tutto l’arco del libro e ne determinano il piacevole risultato. Ad esempio, la relazione tra il marito di Margherita e la cugina di lei, Deborah, pur connotata da una attrazione prettamente sessuale (“Le gambe sono il suo punto forte. Le ha lunghe e tornite, e portano a spasso il più bel culo del mondo”) riesce a trasformarsi in un incubo anche per il lettore, che si domanda come quella relazione possa concludersi e si cimenta in congetture che mettono in realtà allo scoperto una partecipazione che lo accomuna e lo lega al protagonista. Ossia, il desiderio ci spinge verso una ancora più potente irrazionalità, capace di incantarci fino a distruggerci, se non riusciamo a fermarci in tempo. L’irrazionalità lotta continuamente con la ragionevolezza che guida la nostra vita, nell’ostinato tentativo di scavalcarla e prenderne definitivamente il sopravvento. È qualcosa, insomma, di più terribile della lotta perenne tra il bene e il male. Va detto che l’autore racconta il desiderio come fatto normale e naturale, non v’è forzatura né compiacimento, tutto accade perché sta nei disegni segnati e nascosti nella esistenza di ciascuno di noi, ma gli avvenimenti che si susseguono tracciano proprio dentro lo stesso desiderio la soglia invisibile superata la quale ci si trasferisce altrove, nel mondo che non conosciamo e ci spaventa.
    Non a caso, nella storia di Deborah, il protagonista ad un certo punto si domanda: “Dove saremmo andati a finire di quel passo? Una parte di me lo sapeva, e ne era terrorizzata.”
    Il desiderio è, dunque, una componente essenziale ed irrinunciabile della vita, ma è al contempo la minaccia che incombe su ciascuno di noi, ove fossimo tentati di esplorarlo fino in fondo. Scopriremmo che il piacere e il dolore, la ragione e la follia, si congiungono là dove si scorge la luce di un altro mondo in cui è possibile vivere solo se siamo disposti a non essere più noi stessi.

    end faq


    I libri di Roberto Michilli pubblicati da Fernandel