Collana Fernandel

Fiocco rosa. Gravidanza e maternità nei racconti delle donne italiane


Fiocco rosa

Radio e Tv


  • Intervista a "Mompracem" di Radio Città del Capo (Giulia Gadaleta, 28 febbraio 2009)

  • Servizio su Videocittà di Lanciano (8 marzo 2009)

  • Intervista alle autrici a Radio Rai (14 marzo 2009)

  • Pagine: 208
    Isbn: 9788895865027
    Collana: Fernandel
    Data di pubblicazione: gennaio 2009
    Leggi la premessa di Maristella Lippolis



    «Trent'anni fa le donne lottavano per scegliere il divorzio, l'aborto. Guarda oggi: dove siamo finite? Per diventare madri bisogna rinunciare a tutto il resto»



    Seguito ideale dell’antologia Quote rosa. Donne, politica e società nei racconti delle ragazze italiane, Fiocco rosa racconta di maternità voluta o negata, e degli ostacoli che le donne incontrano nella loro scelta di diventare madri.
    Così inevitabilmente in queste pagine si parla di aborto, ma anche delle difficoltà di tante donne che cercano di coniugare il desiderio di avere figli con le scelte imposte dalla vita professionale, che vede la maternità come un ostacolo incompatibile con la carriera.
    Diciassette racconti dai quali emerge uno spaccato realistico e deprimente: avere un bambino non è più un “lieto evento”, ma un problema da cui scaturiscono preoccupazioni a non finire. Mariti e fidanzati sono figure indistinte e lontane, di cui raramente si parla e che quasi mai collaborano alla gestione dei figli.
    Ma a dispetto di qualunque ostacolo le protagoniste di questi racconti sono assolutamente determinate nel loro desiderio di maternità, e a crescere i propri figli dando loro il meglio di cui dispongono. Consapevoli di essere abbandonate a se stesse, sono pronte a fare tutto da sole e a far fronte con l’amore alle mancanze altrui.
    Foto di copertina di Valentina Tirelli.

     27 settembre 2008: foto di gruppo a pranzo dal Rosso, il ristorante bolognese che aveva già ospitato l'incontro preparatorio di Quote rosa

    Le autrici:
    Elena Battista, Barbara Becheroni, Elena Birmani, Francesca Bonafini, Sonia Cavallin, Lisa Cini, Cynthia Collu, Franca Di Muzio, Caterina Falconi, Federica Marzi, Bianca Nardon, Annarosa Pederzoli, Patrizia Rinaldi, Gaia Rispoli, Elisa Ruotolo, Nadia Terranova, Luisa Ventola.


    Rassegna stampa

    Una nuova antologia tutta al femminile (Sara Mostaccio, pinkblog.it, 16 gennaio 2009)

    Dopo l'esperienza di Quote rosa, una nuova antologia tutta al femminile esce per Fernandel. Si chiama Fiocco rosa ed esplora la maternità affidandone il racconto a 17 giovani autrici che attraverso le loro parole danno voce alle donne che oggi affrontano l'essere mamme. E lo fanno come possono (e non sempre come vorrebbero) in una società che in molti modi limita o nega il diritto di scegliere di essere donne anche attraverso l'essere madri.
    Questo libro è uno specchio: possiamo guardare noi stesse tra le sue parole e riconoscere come siamo, come potremmo diventare e come non vorremmo mai essere. C'è la maternità negata e quella sofferta, la maternità totalizzante e quella che scende a compromessi, la maternità presa a prestito e quella che tarda.
    Questo libro è una donna, perché contiene le molte sfumature che sono in ogni donna, anche solo in potenza. Questo libro è una vanga, perché scava e mette a nudo sentimenti ed emozioni che abbiamo già provato o che abbiamo celato o che non abbiamo ancora conosciuto ma giacciono lì in attesa.
    Tre delle autrici, Nadia Terranova, Luisa Ventola e Francesca Bonafini, ci raccontano il loro punto di vista su un argomento che è e rimane profondamente femminile, intimo e segreto ma che siamo anche capaci di condividere con slancio e sincerità. E i racconti lo dimostrano uno dopo l'altro, vibranti, vivi, tesi come le corde che in ciascuna di noi sono capaci di toccare. Il racconto di Nadia Terranova esplora il rapporto con la madre dal doppio punto di vista di chi è figlia e al tempo stesso potenziale e futura madre. Un rapporto complesso e insidioso che porta al rifiuto della nuova maternità della madre e che allude ad un ritardo delle giovani donne di oggi. Siamo meno avventate o meno capaci di affrontare un salto nel vuoto come la maternità?
    Oggi una venti/trentenne curiosa e desiderosa di conoscere il mondo ha continue opportunità golose: studi, specializzazioni, viaggi, stage all'estero, un continuo arricchimento culturale ed esperienziale. Non si può criticare chi decide di tuffarsi nella propria vita a tempo pieno, soprattutto oggi che l'età media si è allungata. Se non avessi onorato le opportunità che la vita mi ha dato mi sarei sentita come una che sputava nel piatto che le veniva offerto. Ma si tratta del mio percorso di vita, strettamente personale. Guardo con grande simpatia le ragazze che hanno avuto un figlio molto presto: sono anche loro delle piccole grandi combattenti. Direi che ciascuna scelta porta in sé un bagaglio diverso di gioie e di rinunce. La trentenne del mio racconto non si è mai posta il problema: ha un lavoro stabile, è introversa, vive da sola e sembra avere trovato il suo equilibrio. Dico sembra perché poi, quando sua madre le comunica di essere incinta del nuovo compagno, il limbo di non-scelta le crolla addosso e le viene l'angoscioso sospetto, come giustamente hai detto tu, di essere in ritardo con i tempi della vita. Ha paura del coraggio di sua madre, il coraggio di una donna diventata mamma quando era poco più che una ragazzina e che oggi, cinquantenne, sfida di nuovo il mondo con una maternità tardiva. Forse anche lei, la protagonista, ha bisogno di un po' di coraggio. Lo trova fra i paradossi di due situazioni difficili: il fratellastro in arrivo e la follia di un vicino di casa. E alla fine del racconto la troviamo pronta ad affrontare un nuovo decennio, un po' più scompigliata ed elastica, meno perfettina e intransigente.

    Luisa Ventola racconta una storia che appartiene a molte di noi, costrette a scegliere tra il lavoro e la maternità e a confrontarsi con una struttura sociale che espelle le madri dal sistema del lavoro perché considerate improduttive, assenteiste, troppo concentrate su se stesse e il proprio bambino. Uno scenario tanto tragico quanto reale che si infrange contro il coraggio di una scelta, quella di smettere di lavorare. Luisa, qual è la vera perdita, allora? Rinunciare al lavoro per essere madri o rinunciare ad un figlio per poter lavorare?
    Credo che, purtroppo, si perda in ogni caso quando si è costrette a scegliere.
    L'ideale sarebbe avere un figlio e continuare a lavorare potendosi avvantaggiare di contratti lavorativi adeguati e seri, e della presenza di strutture sociali funzionanti che permettano alle donne di soddisfare entrambi i desideri. Ma oggi questo vuol dire ancora "pretendere la luna".
    Ecco, la donna non dovrebbe essere sempre costretta a scegliere, ma quando lo fa è consapevole, in un caso o nell'altro, di perdere una parte importante di sé. La protagonista del mio racconto rinuncia al lavoro e, nonostante l'amarezza per un contratto part-time negatole, è inaspettatamente felice.

    La storia di Francesca Bonafini è quella di una maternità contestata e giudicata sottovoce, agli angoli delle vie di paese e tra le chiacchiere delle donnette che non riconoscono amore dove ce n'è, ma solo dove dovrebbe esserci secondo convenzioni sociali stantie. Uno scenario asfittico e la stessa condanna si infligge la protagonista ricacciando in pancia per anni la verità. Ma poi l'orizzonte si allarga e il mondo oltre il confine accoglie un amore omosessuale e una maternità doppia che sembra amplificata.
    Per questa antologia ho scelto di raccontare una maternità "altra": due donne che si amano e che vogliono fortemente un figlio, una famiglia. In Italia l'istituzione della famiglia è intoccabile, santa e rigorosamente eterosessuale, ma a me sembra soprattutto una sacra famiglia dell'ipocrisia: coppie che stanno insieme per abitudine, per interesse, per paura della solitudine, per pigrizia, per conformismo. Perché, ad un certo punto della vita, sposarsi e metter su famiglia è quasi obbligatorio, in questo paese. Allora spesso lo si fa con leggerezza, per non sentirsi diversi, per essere accettati dal consorzio sociale. E poi si fanno figli, perché bisogna farli.
    Inoltre, mi sembra che raramente le coppie riescano a rinnovare nel tempo i sentimenti reciproci, perché questo costa impegno, volontà, fatica, determinazione, e bisogna impegnarsi in due, altrimenti crolla tutto comunque. E ci vuole molta creatività per conservare la capacità di meravigliarsi, di emozionarsi, dopo tanti anni insieme.
    A quanto pare è molto più facile cercare diversivi al di fuori del matrimonio, dal momento che questa è la pratica più diffusa, rimanendo però ipocritamente insieme, magari usando i figli come alibi per giustificarsi, per non prendersi la responsabilità di un rapporto di coppia ormai inesistente, così i figli crescono respirando menzogna. È tra i danni peggiori che si possano fare ad un figlio, secondo me. Son cose che si pagano care, una volta adulti.
    Il mio racconto si intitola "La cura", perché famiglia, per me, è soprattutto un luogo in cui ci si prende cura l'uno dell'altro, e non si tratta di elargire beni materiali (troppi genitori, forse, confondono l'amore con questo). La cura familiare ha la sua base in una coppia che si ama: non importa se è una coppia eterosessuale oppure omosessuale. Credo che per un figlio sia importante crescere avendo davanti agli occhi un esempio di amore reciproco, due genitori che si rispettano, e rispetto vuol dire soprattutto sincerità, schiettezza: che cosa importa se ad amarsi sono due donne, o due uomini, anziché una coppia eterosessuale? Il resto, per me, è solo ipocrisia.

    Una prova di coraggio prima che una prova d'amore (bebeblog.it, 16 gennaio 2009)

    Ci sono molti modi di essere mamma: mamma chioccia o mamma in carriera, mamma (suo malgrado) part-time e mamma "per caso" oppure per scelta. Mamme giovanissime e mamme che ci hanno pensato a lungo. O che riscoprono il desiderio di un figlio dopo molti anni. O che lo scoprono in sé per la prima volta e ne sono atterrite e deliziate al tempo stesso. Sempre, però, bisogna fare i conti con il mondo, oltre che con se stesse.
    Nel libro Fiocco rosa, edito da Fernandel e in uscita a fine gennaio, che ho avuto l'occasione di leggere in anteprima, ciascuna di queste mamme, tutte normali e ordinarie ma sempre un po' straordinarie, è stata raccontata da 17 giovani autrici (l'intervista a tre di loro su Pinkblog) in altrettanti racconti che svelano le gioie, i dolori, le delusioni e le lotte di chi sceglie di essere (o non essere) madre oggi.
    Non è però uno scenario che fa paura, quello che emerge da questi racconti, anche quando sono intrisi di dolore, frustrazione e smarrimento. Il messaggio che alla fine il libro consegna al lettore è positivo, speranzoso, luminoso: essere madri si può in molti modi. Ciascuna trova il suo. Ma è il semplice fatto di trovarlo, questo modo, contro ogni limite e difficoltà, che avvalora una scelta che oggi sembra essere diventata una prova di coraggio prima che una prova d'amore.

    Terminal casa, le fatiche e le ansie di una mamma che lavora (Sandra Coggio, «Il Secolo XIX», 30 gennaio 2009)

    Mamma, artigiana e ora scrittrice. Si descrive così Luisa Ventola, spezzina, mamma di Mattia e Francesco, autrice di "Terminal casa", racconto della raccolta "Fiocco rosa", edito da Fernandel, una collana tutta giocata sulla maternità. Il tema è amaro: le difficoltà di conciliare il lavoro con la nuova condizione di madre, accentuate dalla malcelata ostilità dei datori di lavoro a dispetto di leggi e diritti acquisiti, inducono la protagonista del racconto a scegliere di mollare tutto.«Il tono però non è di rinuncia - spiega Luisa - piuttosto è di sfida per un mondo in cui le regole prevalenti non sanno accogliere la vita come meriterebbe di essere accolta». Nella prefazione, Maristella Lippolis definisce la maternità come un tuffo senza rete, un salto nel vuoto senza sapere se e dove si toccherà terra. Il sottotitolo della raccolta parla di gravidanza e maternità, dunque la vita: Il racconto, è duro: «Adesso noi donne lavoriamo quasi tutte, giusto - scrive Luisa - la maggior parte di noi ha dei lavori di merda, poche credo, sono quelle che possono dire di avere un lavoro soddisfacente. Lavoriamo essenzialmente perché il lavoro ci rende economicamente indipendenti, e questo ci permette anche di scegliere se vogliamo continuare a vivere con il nostro marito o compagno che sia senza sentirci obbligate da un vincolo economico. Lavoriamo per sentirci utili. Lavoriamo perché è necessario e senza due salari la maggior parte di noi non riesce a tirare avanti. Lavoriamo per spendere. Il lavoro frenetico e il consumismo sono come due fratelli che si odiano e si amano. Siamo entrati in un circolo». La sua protagonista, messo al mondo un figlio, decide di lasciare "il posto": «Smetterò di lavorare - si legge - anni di lotte femministe buttati al vento. Ma sono felice, quel macigno che ho portato sullo stomaco dal momento in cui ho saputo di essere incinta, adesso si è sbriciolato in milioni di frammenti. Un giorno ritornerò a lavorare? Chi può dire cosa mi riserverà la vita. Adesso sento di essere forte e libera di potermi dedicare a mio figlio tutto il tempo che voglio. Oggi ho tolto anche l'orologio, non mi serve più, non ho più corse da fare, non ho più orari da rispettare». La scelta è dolorosa, ma sentita quasi come liberatoria, visto che conciliare casa e lavoro è sempre un'impresa. Ma licenziarsi, non è una sconfitta per se stesse? «Credo che, purtroppo, si perda in ogni caso quando si è costrette a scegliere - risponde l'autrice - l'ideale sarebbe avere un figlio e continuare a lavorare potendosi avvantaggiare di contratti lavorativi adeguati e seri, e della presenza di strutture sociali funzionanti che permettano alle donne di soddisfare entrambi i desideri. Ma oggi questo vuol dire ancora "pretendere la luna"».

    Non solo gravidanza e maternità... (Simone Ghelli, gufetto.it, 6 febbraio 2009)

    L'eterogeneità (di storie e di stili) di questa raccolta non ne compromette il risultato, poiché ogni racconto riesce ad arrivare dritto al cuore dell'argomento, sorprendendo ogni volta il lettore, proprio come il bebè dell'immagine di copertina, che una donna divisa a metà (tra il proprio lavoro, ad esempio, e le proprie responsabilità di madre) si trascina dietro in una borsa della spesa.
    Come sottolinea giustamente Maristella Lippolis nella prefazione, in questo libro non troviamo soltanto la gravidanza e la maternità di cui si parla nel sottotitolo: tra le pagine si parla soprattutto della vita delle donne e dei loro rapporti con gli uomini, sui quali l'ombra dei figli (attesi o desiderati) si allunga inevitabilmente sino a trasformarli. Il desiderio di maternità può essere negato, accolto, ormai abbandonato o già realizzato, ma è sempre lì in agguato, pronto a sconvolgere (nel bene o nel male) la quotidianità delle protagoniste, le cui vite, a dispetto del titolo, non sono poi così rosee come potrebbero apparire. Tra le pagine del libro ritroviamo piuttosto una sorta di catalogo ben assortito delle tante sfumature che appartengono al mondo femminile: catalogo di forme e di contenuti, direi, che la narrazione ci restituisce con molta più ricchezza delle tante indagini sociologiche propinateci di tanto in tanto da giornali e televisione. Una raccolta di stili che ci ricorda ancora una volta, se necessario, che la scrittura delle donne non è soltanto quella che nasce nel fertile spazio dei blog - un fenomeno molto di moda in questi anni - come se si potesse ghettizzare un genere in uno spazio o in un determinato contesto, per poi riprodurlo in vitro.
    Fiocco rosa ci dimostra piuttosto che la scrittura al femminile è molto più complessa di quanto non voglia accettare un mondo editoriale sempre più schiavo delle mode e delle etichette; un mondo che sotto le copertine patinate stile spot televisivo nasconde per fortuna ancora tante storie in cui perdersi volentieri.

    Interessante spaccato di una generazione alle strette (Manuela Salvi, editoriaragazzi.it, 15 febbraio 2009)

    L'editore Fernandel, dopo il successo dell'antologia "Quote rosa", rilancia con una serie di racconti che esplorano le numerose sfumature della maternità, argomento che in Italia, chissà perché, è spesso dibattuto dagli uomini. Il "lieto evento" che da sempre condiziona la vita delle donne anche quando è una scelta, dopo trent'anni di liberazione sessuale e pari opportunità vere o presunte, pare essersi trasformato in un problema da affrontare in cui, spesso, le donne si ritrovano da sole.
    In un Paese in cui le soddisfazioni professionali sono riservate solo "ai grandi" e la sicurezza economica è per le nuove generazioni una specie di miraggio, diventare mamme è un dilemma da trentenni: quando il tempo stringe ma della carriera bisogna tener le redini, cosa scegliere, cosa fare? Maternità o realizzazione personale?
    Nel quadro, gli uomini sono sullo sfondo, a volte irresponsabili, altre inconsapevoli, ma di sicuro ignari di ciò che accade nel corpo e nella testa di una donna.
    Interessante spaccato di una generazione alle strette, scritto con grazia e sensibilità, a volte con amarezza, ma anche con un ottimismo di fondo in cui si percepisce la voglia di lottare e di affermarsi che caratterizza il sesso femminile.

    Finalmente qualcuno che chiede alle donne italiane di raccontare la maternità (Giulia Gadaleta, Radio Città del Capo, 28 febbraio 2009)

    Finalmente qualcuno che chiede alle donne italiane di raccontare la maternità. Non è cosa da poco in tempi di moralismo e clericalismo imperante in cui si straparla di famiglia e vita a prescindere dai suoi e dalle sue protagoniste. Non c’è ombra di moralismo in questi diciassette racconti pubblicati da Fernandel: ne viene fuori una maternità vissuta come problematica sia quando è voluta che quando è negata. Il lavoro è sempre un problema: quando c’è e si teme di perderlo, quando non c’è o è flessibile e precario, quando rappresenta un elemento centrale della propria autonomia e identità. La maternità ne emerge come un problema complesso, articolato e difficile da manovrare: dopo gli anni della maternità consapevole, quelli nati dal femminismo e dalle battaglie per l’aborto, le donne italiane scoprono che “non basta volerlo”.

    Presentazione a Napoli (Cristina Zagaria, «Repubblica», 7 marzo 2009)

    Un bimbo con lo sguardo spaesato sbuca da una borsa della spesa, trascinata da una donna di cui si intravede solo il profilo, una scarpa con il tacco e un vestito elegante. È la copertina di "Fiocco rosa, gravidanza e maternità nei racconti delle donne italiane", antologia pubblicata da Fernandel (205 pagine, 14 euro). Sono diciassette racconti sulla maternità. Tra le autrici fanno la parte da leone le scrittrici campane. Patrizia Rinaldi, napoletana, giallista e scrittrice per l'infanzia, nel suo "Il primo figlio", con una scrittura divertita e divertente, racconta la storia di una donna che segue corsi prenatali, fa ginnastica ed esercizi di respirazione, ma si trova a partorire prima del previsto e si rende conto di sapere solo cose inutili. «Nessuno mi aveva detto cosa avrei dovuto fare se mi fossero venuti i dolori un mese e mezzo prima, in uno zoo, mentre ero arrampicata su un muretto» scrive Patrizia Rinaldi, che nel respiro di un racconto breve, trova lo spazio anche per tratteggiare un delicato e prezioso legame al femminile, tra la protagonista, Giustina-la portiera e la bimba che si affaccia al mondo stretta tra le mani di queste due donne così diverse. Giovanissima, l'altra napoletana dell'antologia di Fernandel: Gaia Rispoli, 25 anni, che ha scritto un racconto dal titolo "Norlevo", proprio come la tanto discussa pillola del giorno dopo. L'ultima campana è Elisa Ruotolo, 33 anni, di Santa Maria a Vico, Caserta, che in "Domenica pomeriggio", racconta la storia di una donna che rischia di perdere il contatto con la realtà, a causa di un bimbo che desidera e non può avere. Le autrici di "Fiocco Rosa" presentano l'antologia domani, con un aperitivo (ore 12), alla Fnac.

    Una donna insegue un figlio... (Renzo Brollo, Dadamag, marzo 2009)

    Una donna insegue un figlio, un uomo lo fugge, il mare culla entrambe. Una ragazza aspetta un bambino che non vorrebbe, c’è una pillola che raschia e leva molto più in profondità di quanto si pensi. Lei e lui portano avanti una vita a due, un bambino che non nasce, dunque agli occhi della gente non sono una famiglia, perché? Una domenica pomeriggio, un bambino da tenere a bada, il caleidoscopio della vita cambia posizione. Tua madre aspetta un bambino, ma tu sei già grande. Tua madre dov’essere diventata matta, oppure tu lo sei e non te ne eri mai accorta. L’amore tocca e fugge, l’amore per un bambino ti trapassa senza farti male. E ancora, altre donne, altri bambini in sala d’attesa, altri uomini alla gogna o aguzzini, per diciassette volte. Diciassette racconti per descrivere l’universo infinito e soggettivo della maternità. Dal figlio non voluto a quello desiderato e mai arrivato, dall’infinita attesa di diventare madri a quella nuova e inaspettata di tua madre. Un quadro spietato sul ruolo del maschio quasi sempre disattento e meschino, più o meno sempre assente e comunque sempre impotente nel colmare il troppo vuoto o il troppo pieno di una donna incinta o che lo vorrebbe essere. Il rapporto uomo-donna, il triangolo uomo-donna-bambino, il quadrilatero uomo-donna-bambino-lavoro, un caleidoscopio di visioni della mamma o non-mamma moderna, carico di ansie e difficoltà. Seguito ideale dell’antologia “Quote Rosa. Donne, politica e società nei racconti delle ragazze italiane” (Fernandel, 2007), la nuova raccolta della Fernandel racchiude in uno spettro più o meno completo una rosa di caratteri e di storie di donne della nostra epoca, giovani o meno giovani, a confronto con la maternità. L’idea principale del parto è un nucleo dal quale si parte per poi esplorare tutto il resto, una complicata rete di rapporti con il maschio, con i bambini già nati, con i vicini e con gli amici. La donna, ovviamente al centro di tutto, qui risalta in modo duro, una roccia rotolante e che si schianta contro tutto il resto in modo violento. La dolcezza della gravidanza è molto distante, diventa un desiderio e un sogno, l’idea di una nuova vita che dovrebbe cominciare da tre è un’utopia da raggiungere il più in fretta possibile. Non so, soppesando sulle mani aperte a bilancia i due volumi, la precedente antologia e Quote Rosa, il dubbio che rimane è che in quest’ultima, essendo comunque monotematica, perda d’intensità nonostante l’argomento delicato, difficile e interessante. Troppi racconti, che scandagliano ovviamente lo stesso argomento, che cambiano ambientazione e personaggi, ma che alla fine tornano a quadrare sempre lì. Se in Quote Rosa si parlava di lavoro, più in generale di società, della donna come individuo e forza singola, in Quote Rosa la maternità è il motivo principale, che torna ridondante e alla fine purtroppo stanca. I racconti, quasi tutti molto ben scritti, se presi singolarmente, e magari letti distaccati tra loro nel tempo, riprendono forza, ma consumati uno di seguito all’altro, si annullano a vicenda, confondendosi. I più belli a mio parere “L’inquilino” di N. Terranova e “Domenica pomeriggio” di E. Ruotolo. Chi lo sa, un’antologia sulla maternità al maschile avrebbe dato un taglio nuovo al volume.

    Si consiglia caldamente la lettura agli uomini (Matteo B. Bianchi, «Linus», aprile 2009)

    Dopo l'ottimo risultato otte­nuto con l'antologia Quote rosa, sulla donna e la politica in Italia), l'editore Fernandel presenta una nuova raccolta, tutta al femminile. Il tema scelto stavolta è quello della gravidanza e della maternità. Diciassette autrici sono chiamate a parlare del desiderio di avere figli, della difficoltà di allevarli, delle angosce legate all'aborto o all'impos­sibilità di procreare. Lo fanno con molta onestà e determi­nazione. La maggior parte di queste scrittrici sono esor­dienti, o quasi, ma colpisce la qualità delle loro narrazioni, la maturità artistica che dimo­strano (il racconto firmato da Cynthia Collu ne è un esem­pio lampante). Un libro scrit­to da donne di cui consiglio la lettura caldamente agli uomini: per capire, con chia­rezza e senza remore, quello che provano in certe circo­stanze le loro compagne.

    "Fiocco Rosa"e "Bloggirls": due antologie al femminile (Sergio Rotino, «L’informazione», 4 giugno 2009)

    Nessuno ti aiuta (Barbara Becheroni, mamme nella rete, 6 giugno 2009)

    Chi ama il “racconto” può trovare in questa antologia pane per i suoi denti. Non è facile che un editore, di questi tempi, trovi il coraggio di pubblicare un volume di racconti: non sono di moda, chissà poi perché, qualcuno ha deciso che il pubblico preferisce sempre e solo il “romanzo”.
    L’antologia “Fiocco rosa”, (Fernandel editore, 14 euro, 200 pagine, autrici varie) è proprio un volume contro tendenza. Diciassette spaccati di vita femminile. Un tema in comune: la maternità oggi, essere mamme quasi dieci anni dopo che il calendario ha decretato che ci troviamo nel duemila.
    Cosa è cambiato dal secolo scorso? Che differenze ci sono nei confronti delle donne che ci hanno precedute? Il lettore riuscirà a trovare qualche risposta in merito al fatto che in Italia le nascite non vogliono crescere?
    Non troverete novelle strappalacrime. Nessuna autrice ha infatti descritto situazioni dal sapore di miele e dalle tinte scialbe. Solo sentimenti forti.
    Rabbia per non trovare un compagno che abbia il desiderio di diventare padre.
    Invidia per chi ha scovato la forza di sacrificare la carriera e dedicarsi alla famiglia. Soddisfazione per essere riusciti a creare una vita di coppia omosessuale, in barba alla morale, e di avere avuto il fegato di affrontare una fecondazione artificiale. Non è facile essere madri nel primo decennio del duemila.
    Nessuno ti aiuta. Sei sempre sola. La società, i vicini, i parenti, i compagni pretendono dalle donne sempre qualcosa in più. Lo stress è continuo. I figli sono visti come zavorra, una palla al piede. Come si fa a rendere al massimo sul lavoro, a possedere un corpo eternamente adolescenziale, a essere sempre pronte a soddisfare il proprio uomo, a vestire eleganti, ben truccate, capelli OK, accessori a la page, con due tre marmocchi che chiedono attenzione? Già, come si fa? A che servono, poi, questi figli? Rubano tempo, soldi, energie. Forse sarebbe meglio evitarli. Per poter viaggiare con comodo, per essere sempre appetibili. Forse.
    Nel mio racconto, “Dinamite”, propongo una situazione autenticamente autobiografica. Come è cambiata la maniera di affrontare la mia professione di veterinario di cavalli dopo la nascita delle mie due figlie.
    Una costante lotta con l’egoismo che mi circonda. Una donna dovrebbe stare a casa a fare la mamma a tempo pieno, per molti clienti. Una donna non può continuare a lavorare. Invece ci riesco.
    Con grande piacere. Insieme alle mie figlie. Sperando, veramente, in un mondo futuro che sia anche a misura di donne madri e di bambini. Perché oggi, in Italia, i bambini sono considerati da troppe persone soltanto un fastidioso intralcio.

    end faq