Collana Illustorie

FactorY (libro primo), scritto da Gianluca Morozzi e disegnato da Michele Petrucci


Factory
Pagine: 160
Isbn: 9788895865010
Collana: Illustorie
Data di pubblicazione: novembre 2008



«La bambina si è svegliata per prima, e il suo pianto ha svegliato gli altri tre...»

Cinque persone si risvegliano all’interno di una fabbrica abbandonata e cadente. Non si sono mai visti. Non sanno chi li abbia rinchiusi lì dentro né perché, e non hanno alcun ricordo di come ci sono finiti. La fabbrica è un labirinto senza via d’uscita, e dai suoi tetri corridoi arrivano suoni e voci di altri esseri umani…
Questa è la situazione di partenza del racconto a fumetti FactorY, scritto da Gianluca Morozzi e disegnato da Michele Petrucci. Il primo di tre volumi a cadenza quadrimestrale e che compongono la prima stagione di questa maxiserie, sulla falsariga dei serial televisivi.
Gianluca Morozzi Michele Petrucci

Gianluca Morozzi è nato nel 1971 a Bologna, dove vive. Autore prolifico e estremamente generoso, per Fernandel ha pubblicato la sfilza di titoli che trovate più sotto. Di libri ne ha pubblicati quasi altrettanti per l'editore Guanda, a partire da Blackout (2004) e L'era del porco (2005). Anche se si considera il peggior chitarrista del mondo, suona e ha suonato in diverse cover band locali.
Wikipedia gli dedica una voce piuttosto dettagliata.

Michele Petrucci è nato nel 1973 nelle Marche, dove vive. Ha pubblicato Keires (Innocent Victim, 1999), Sali d’argento (Innocent Victim, 2000) e Numeri (Magic Press, 2003). Ha illustrato i testi del poeta Mario Corticelli (I giochi della morte, Saldapress, 2001), Il vangelo del coyote (Guanda, 2007) su testi di Gianluca Morozzi, e la graphic novel Metauro (Tunué, 2008). I suoi libri a fumetti sono tradotti in Francia e negli Stati Uniti.


Rassegna stampa

«Un fumetto perfetto nel ritmo narrativo» (Stefano Feltri, «Il riformista», 22 novembre 2008)

L'idea di trasferire i meccanismi dei serial americani nei fumetti non è nuova, molti autori italiani ci provano da anni. E a volte ci riescono, come hanno fatto Gianluca Morozzi e Michele Petrucci con "Factory - libro primo" (160 p., 12 euro), edito da Fernandel. Il primo è un romanziere di un certo successo, con i suoi libri pubblicati da Guanda o quelli più assurdi, come uno dedicato ai fan di Bruce Springsteen, sempre da Fernandel. Petrucci è un disegnatore della generazione dei trentenni, cresciuto con il fumetto indipendente che negli ultimi anni si è segnalato per un tratto spigoloso e molto personale, da poco anche come autore completo con "Metauro" (Tunuè). "Factory" è il primo libro di una serie, ne uscirà uno ogni quattro mesi, e il meccanismo narrativo è ben collaudato, anche dallo stesso Morozzi (che è uno specialista del genere, vedi il suo romanzo "Blackout"): cinque persone si svegliano in una fabbrica, senza sapere come ci sono arrivati. Ovviamente non possono uscire e, altrettanto ovviamente, non sono tutti quello che sembrano. Però qui finisce l'ovvio. Aiutati dal formato del libro, piccolo e claustrofobico come la storia, Morozzi e Petrucci costruiscono un fumetto perfetto nel ritmo narrativo (che spesso è il punto debole dei comics italiani) e nelle inquadrature, merito soprattutto di Petrucci, che ha l'unico difetto di chiedere mesi di pazienza per sapere come si svilupperà la rivelazione dell'ultima tavola. Ma il mercato richiede questo: miniserie da raccogliere in un unico libro o graphic novel completi da libreria. "Factory" è il primo esperimento, riuscito, di trovare un ibrido tra i due formati.

«Fornisce continui stimoli, accende la lettura ad ogni pagina» (Francesca Falcone, Il critico.com, 3 gennaio 2009)

Henry Jenkins, nel suo celebre volume Cultura convergente, ha fotografato con sorprendente lucidità quelle che sono le tendenze più recenti e determinanti della cultura di massa, costruita su una rete comunicativa globale, arricchita dalle nuove tecnologie, popolare nella sua accezione di transmediale. Una delle caratteristiche centrali di questo nuovo orizzonte globale sembra essere, all'interno della produzione culturale (che sia letteraria, grafica o filmica), la continua spinta creativa che nasce dall'interattività, dalla diretta partecipazione del pubblico; i lettori e gli spettatori escono dai confini della ricezione passiva e si fanno attivamente partecipi, ricostruendo e riplasmando contenuti e stimoli culturali, immettendo nella circolarità globale nuove risorse e riappropriandosi, in parte, del processo creativo.
Alcuni prodotti culturali hanno le caratteristiche per permettere questa polifonia, per stimolare un dialogo partecipativo del pubblico; FactorY, il nuovo fumetto sceneggiato da Gianluca Morozzi e inchiostrato da Michele Petrucci, ha in sé questa potenzialità.
Al primo volume, uscito per i tipi di Fernandel, ne seguiranno altri tre, a cadenza quadrimestrale; la sfida degli autori sembra essere quella di unire alla sequenzialità del linguaggio fumettistico il ritmo narrativo incalzante modellato sui serial americani, dando vita ad un prodotto che rompe con gli schemi tradizionali e colpisce per la fluidità con cui la qualità e la corposità formale di una graphic novel si sovrappongono con armonia alla frammentarietà di un grande racconto a puntate.
La situazione iniziale, ad un primo impatto, sembra cadere nella banalità stereotipata di alcuni recenti splatter cinematografici di marca americana (si veda ad esempio la serie di Saw-L'enigmista); cinque perfetti sconosciuti si risvegliano all'interno di una fabbrica tetra e claustrofobica, senza avere ricordi degli ultimi istanti delle proprie vite, ignari dell'assurdo e crudele disegno che li ha resi prigionieri. Incipit non sorprendente, né destabilizzante, al quale si aggiungono caratterizzazioni psicologiche dei personaggi piuttosto fisse e pietrificate, quasi maschere plautine che incarnano sterili sfumature caratteriali. Tutto sembra però ribaltarsi procedendo nella lettura; all'andamento narrativo concitato ed angoscioso dei dialoghi, sorretto da una voce fuori campo misteriosa e criptica, si aggiunge la scansione della tavole di Petrucci, dinamica, tagliente e mai uguale a se stessa. I personaggi perdono la loro apparente fissità interagendo tra loro, scoprendosi a vicenda, rivelandosi per ciò che realmente sono in maniera collaborativa, pagina dopo pagina, dialogo dopo dialogo. La banalità apparente si dissolve all'interno di una rete di indizi complessa ed inestricabile, dove i tasselli difficilmente riescono ad essere ordinati; il lettore è chiamato a svolgere un'intensa attività investigativa, raccogliendo e collazionando ogni singolo suggerimento, partecipando in maniera attiva alla soluzione dell'enigma, camminando a fianco dei personaggi e cercando con loro una risposta ai segnali continuamente offerti dal testo. La lettura non si arresta tra i confini materiali delle tavole, ma può spaziare in un ricco apparato ipertestuale, dove inserti grafici e testuali concorrono a svelarci il passato dei singoli personaggi, le loro fobie, i loro lati inquietanti ed oscuri, occultati agli altri protagonisti e resi invece noti a noi lettori, regalandoci maggiore consapevolezza del quadro narrativo complessivo e trascinandoci al contempo in profondità, letteralmente dentro la storia.
La forza propulsiva del testo si espande non solo oltre le griglie grafiche ma anche al di fuori dei confini stessi del volume; sul sito internet dedicato a FactorY, http://factor-y.blogspot.com/, il lettore può proseguire nel suo lavoro d'indagine, arricchendo il proprio bagaglio di informazioni e testimonianze, accumulando notizie sui singoli personaggi e sul prologo della vicenda (soluzione che ricorda Europa, storia a fumetti nata dalla collaborazione tra Manotti e Semerano).
FactorY fornisce continui stimoli, accende la lettura ad ogni pagina, lasciandosi esperire in maniera stratificata e costringendo ad una lettura profonda, a più livelli, mai superficiale; progetto fumettistico all'avanguardia, stupisce per la coerenza e l'equilibrio con cui si mescolano generi eterogenei e differenti soluzioni narrative. Il lettore è continuamente spinto a proseguire, proteso verso una soluzione che appare impossibile da afferrare, dato che ogni pagina destabilizza, decostruisce certezze e fornisce nuovi dubbi e nuove problematiche da risolvere. Presupponendo la presenza di un lettore attento e partecipe, suscettibile di ricevere e riconvertire continuamente gli stimoli, FactorY sembra rispondere alle tendenze dei nuovi modelli di fruizione culturale, sotto le insegne di lettura, esperienza ed interattività; un libro che offre ai lettori un brillante esempio di ciò che il linguaggio fumettistico, sapientemente modulato, può creare, all'interno e all'esterno della pagina.

«Un esperimento riuscito» (Alessandro Diele, Flashfumetto.it, 4 gennaio 2009)

Una sposa, un eroe da telefilm, una bambina fotofobica, un tipo dall'aria poco raccomandabile, un omaccione dagli occhi buoni. Cinque persone che non si sono mai viste in vita loro, ognuno col proprio passato, coi propri segreti e i propri problemi, si risvegliano un giorno in quella che ha tutta l'apparenza di essere una vecchia fabbrica abbandonata. Non ricordano come sono finiti lì, né perché.
Da questa premessa leggermente abusata muove il nuovo lavoro di Gianluca Morozzi e Michele Petrucci, FactorY (casa editrice Fernandel), un thriller con venature horror che sembra aver fatto proprio l'insegnamento del nuovo trend dei serial televisivi d'oltreoceano. La storia, divisa non a caso in "episodi" (il primo volume ne conta quattro), segue una doppia linea temporale, sul modello di Lost: all'evoluzione delle vicende narrate nel presente e al disvelamento dei vari misteri in gioco si affianca il passato dei personaggi, a ognuno dei quali è dedicato un capitolo.
Grazie a questo stratagemma, la costruzione dei protagonisti è uno dei punti forti dell'opera: personaggi a una prima occhiata banali e insipidi, sin da questo volume rivelano invece uno spessore inaspettato e caratterizzazioni a tutto tondo, sorprendendo piacevolmente il lettore. La sceneggiatura di Morozzi, dal ritmo battente e sostenuto, dosa sapientemente gli elementi narrativi che vanno a costruire un intreccio solido e avvincente, e infonde alla narrazione un'atmosfera claustrofobica e pressante. Da questo punto di vista, i disegni di Petrucci sono perfettamente funzionali alla trama e mostrano un senso dell'inquadratura impressionante, con influenze cinematografiche piuttosto evidenti nella costruzione delle sequenze.
Un esperimento riuscito dunque, questo di fondere il fumetto italiano e il serial tv americano? Per il momento ci troviamo a dover rispondere "sì e no". Infatti, se quanto detto sopra rende FactorY una lettura sicuramente piacevole e soddisfacente, la struttura di questo primo volume risente troppo dei modelli a cui si ispira, causando spesso nel lettore una sgradevole sensazione di già visto. Una sensazione che, si spera, verrà meno nel prosieguo della serie, che ha tutte le carte per evolvere in qualcosa di veramente ottimo.

Che la vera attitudine di Gianluca Morozzi non sia tanto nello scrivere romanzi-romanzi quanto nel con­fezionare ottimi romanzi (di genere) a fu­metti? (Sergio Rotino, «Il domani», 6 gennaio 2009)

Il pensiero ci coglie leggendo FactorY libro primo, graphic novel seriale divisa in tre stagioni che spalmerà la sua storia in nove volumi complessivi di cadenza quadrimestrale, tenendoci quindi compagnia per circa tre anni. È una storia che il narratore bolognese sta producendo insieme al di­segnatore marchigiano Michele Petrucci e che in quest'ultimo ha l'idea d'avvio. Dun­que, senza nulla togliere ai romanzi e ai divertissement prodotti da Morozzi dal 2001 a oggi e attendendo dal prossimo 15 gennaio il suo nuovo romanzo-romanzo per Guanda Colui che gli dei vogliono distruggere che, guarda un po', tratta di supereroi, in FactorY troviamo una grande capacità di dare ritmo, tensione e pathos alla storia. Segno che, oltre all'amore verso il fumetto, oltre ad avere come compagno di viaggio un disegnatore capace di infondere nelle tavole un umore preciso, Morozzi ha nel tempo affinato le sue capacità di narratore, riuscendo a mettersi immediatamente al servizio della storia, dandole quel qualcosa in più che la illumina. Sia quel che sia, FactorY funziona magnificamente. E se anche molti vi leggeranno una ripresa degli stilemi narrativi presenti in Lost, ovvero qualcosa di non propriamente innovativo, bene, non è questo che rende meno cupo e angosciante il destino delle cinque persone su cui la storia pone l'accento. Il loro risvegliarsi dentro una fabbrica abbandonata senza sapere perché, il loro essere stati sradicati da una vita di luci e ombre simile a mille altre o quasi, le voci fuori campo che in contrappunto lanciano messaggi per ora inspiegabili sono elementi che muovono all'attenzione e alla curiosità sul perché di una simile situazione narrativa. I due autori spargono interrogativi ovunque, riuscendo però a non dare loro risposta, a far intuire che lo scioglimento è lontano, forse molto lontano. In FactorY i rimandi a fumetti, film e romanzi di genere sono comunque uno dei vettori narrativi, anche se attentamente occultati. Per questo i lettori più attenti vi troveranno rimandi non solo al già citato Lost, ma anche a Philip K. Dick, a Lynch e cosi via. Dal canto nostro, troviamo una singolare affinità fra questa graphic novel e Cube - Il cubo, tesissimo film di fantascienza diretto da Vincenzo Natali nel 1997. La storia è ambientata in una prigione a forma di cubo in cui sei persone si ritrovano intrappolate senza conoscerne il motivo. Uscire dal cubo sì trasformerà in un incubo, sarà lo stesso per i cinque di FactorY? Ne sapremo qualcosa alla prossima pun­tata...

Gianluca Morozzi non è nuovo al fumetto (Alberto Sebastiani, «Repubblica», febbraio 2009)

Lettore di comics fin da bambino, come autore ha sempre fatto uso del repertorio di storie, personaggi, ambientazioni, situazioni, che queste letture gli hanno dato. Nei suoi testi ci sono rimandi e citazioni al mondo dei balloon, ai supereroi e non solo. Ci sono addirittura suoi racconti che hanno come protagonisti dei personaggi fumettistici, e il suo prossimo romanzo, in uscita a gennaio per Guanda, Colui che gli dèi vogliono distruggere, parlerà addirittura di un supereroe che vive a Bologna. Senza contare che ha al suo attivo due graphic novel: Pandemonio, con i disegni di Squaz, e Il vangelo del coyote, con Giuseppe Camuncoli e Michele Petrucci. Con quest'ultimo, marchigiano, Morozzi firma la sua nuova incursione tra le nuvolette: FactorY. Libro primo (Fernandel). Non un romanzo a fumetti, ma una serie, una storia che si svilupperà in volumi a cadenza quadrimestrale.
Un gruppo di persone che non si conoscono si risveglia rinchiuso in uno stabile abbandonato, forse una fabbrica, e nessuno sa perché. Le persone si incontrano a poco a poco e iniziano a conoscersi, ad aiutarsi, ma come fidarsi l'uno dell'altro? Come uscire da questa trappola? Come ci sono finiti? Chi è il carceriere? Il lettore scopre il passato di queste figure, il loro aggirarsi come topi in trappola, in un laboratorio, nei saloni dello stabile che rivela stanze nascoste, e altri ospiti, anche mostruosi. Qualcuno del gruppo muore, un altro si rivela poco affidabile, se non pericoloso. I colpi di scena sono continui, i flash back moltiplicano le informazioni, aprono digressioni, nuove narrazioni che rallentano la storia principale, dilatando i tempi, ma che aggiungono spessore ai personaggi e mistero alla situazione. Come nella migliore tradizione del feuilleton.
Non è un caso, quindi, che la situazione riecheggi "Lost", la serie televisiva, feuilleton per eccellenza degli ultimi tempi. Nelle tavole di Petrucci, poi, si contano molti altri riferimenti, anche a Il vangelo del coyote. Citazioni e rivisitazioni pop, dall'arte alla televisione, dal cinema alla letteratura. Il tutto rielaborato in una narrazione avvincente, dal ritmo incalzante, sia grazie alla scrittura di Morozzi, costruita per immagini e battute essenziali, sia dalla sapiente matita di Petrucci, che dissemina le tavole di indizi o situazioni da chiarire. Come per uno dei protagonisti, che dice di essere cresciuto in una "lurida stanzetta" con sette fratelli. Ma nella vignetta sono solo sei. E il significato della "Y" nel titolo è tutta da svelare.

«Un prodotto decisamente particolare e piuttosto atipico (Nicola Peruzzi, «Fumo di China», febbraio 2009)

FactorY, nuovo lavoro di Gianluca Morozzi e Michele Pe­trucci dopo Il Vangelo del Coyote, è un prodotto decisamente particolare e piuttosto atipico, per quan­to riguarda il panorama fumettistico nostrano. La sua pubblicazione è, a tutti gli effetti, un esperimento editoriale: Fernandel è in­fatti un editore di varia, un mercato non troppo battuto fino a oggi dai fumettisti. La pubblicazione, a detta degli stessi autori, dovreb­be avvenire in tre volumi pubblicati a cadenza qua­drimestrale. C'è da dire che la lunga attesa tra un volu­me e l'altro, principalmente a causa della struttura della serie (come avremo modo di vedere in seguito), fa un po' spavento. D'altro canto, il fatto che - per dirla ancora con i creatori - due volumi su tre siano già pronti ren­de assolutamente fiduciosi riguardo la puntualità delle uscite. FactorY, si diceva, è un fu­metto atipico: prendendo a prestito il ritmo e la struttura delle serie televisive (pratica oramai consolidata da tem­po nel fumetto americano e in parte anche in quello italiano), gioca con il letto­re in un continuo rilancio di situazioni gore, mistery e da dark comedy.
Il pitch è tanto semplice quanto efficace: alcune per­sone che apparentemente non hanno legami tra loro si risvegliano all'interno di una struttura inaccessibile e impervia. È un espediente semplice, utilizzato spes­sissimo in letteratura (Die­ci piccoli indiani di Agatha Christie, Labirinto di morte di Philip K. Dick, eccetera), nel cinema e nella televi­sione (Cube di Vincenzo Natali, Saw - L'enigmista di James Wan e, ultimo ma non ultimo, il celeberrimo serial Lost), che permette di esplorare le relazioni inter­personali tra i personaggi e crea possibilità narrative, se ben utilizzato, virtualmente infinite.
La caratteristica saliente di questo primo volume, a li­vello meramente narrativo, è il ritmo sfrenato. Le 160 pagine scorrono che è un piacere, tra personaggi dal­le psicologie quanto meno bizzarre, relitti umani e uma­noidi, morti cruente e tanta, tantissima violenza gratuita. Il tutto però viene fatto in maniera molto più sottile e intelligente di quanto possa apparire da una descrizione così sommaria: un plauso va fatto senza alcun dubbio ai due autori (Petrucci e Mo­rozzi hanno lavorato sulla trama a quattro mani), che si trovano perfettamente a proprio agio nel tratteggiare una serie in bilico costante tra l'iperrealistico e il surre­ale e che cercano di portare agli estremi la struttura nar­rativa partendo da un'idea, tutto sommato, abbastanza facile.
Un altro plauso va fatto all'arte di Michele Petrucci, minuziosa, disturbante al punto giusto, che ha la sua forza nell'inquadratura: al­cune sequenze sono asso­lutamente eccezionali, per come vengono raccontate visivamente. Molto bella anche l'architettura della fabbrica; sporca e verosimile al punto giusto. La fabbrica vive e "respira" come gli altri personaggi in carne e ossa, tanto che pare essere lei la vera protagonista della vi­cenda raccontata. Ma si può parlare solo per supposizio­ni: in questo primo volume ci vengono dati solo degli input, le chiavi di lettura per decodificare e comprendere al meglio la storia verranno in seguito.
Unico cruccio, quindi, la periodicità. Una serie così veloce e frenetica, che pun­ta moltissimo sul rilancio di situazioni sempre più forti e "cattive", deve poter contare anche su tempi di pubblica­zione relativamente brevi, pena il calo della suspance. Limitatamente a questo pri­mo volume, quindi, FactorY appare solido e accattivan­te, e lascia sperare benissi­mo per le future uscite.

«Scuola di fumetto», n. 66 - aprile 2009

La sempre crescente qualità delle serie televisive sta diventando l'e­quivalente di quella cinematografi­ca degli anni Settanta e Ottanta. Se prima per dire che un fumetto era bello si aggiungeva l'aggettivo "cinematografico", adesso si dice che riflette la scrittura dei serial televisivi (stagione, story-arc, ecc.), ben attenti a non usare il termine denigratorio fiction, che invece si riferisce ai prodotti nostra­ni, spesso di dubbia e incostante qualità. La modalità editoriale di FactorY strizza l'occhio a serial come Lost, come in molti hanno già fatto notare, ma anche a molti film, romanzi e fumetti di genere che iniziano con i protagonisti messi in una situazione in cui non sanno come ci sono capitati, con la solita serie di mostri e orrori che aumentano ad ogni sfogliar di pagine. Rispet­to a vari scritto­ri che si sono improvvisati sceneggiatori, Morozzi rie­sce a rendere a fumetti il suo stile ironico e accat­tivante che lo ha giustamente lan­ciato nel mondo letterario; libro dopo libro, Michele Petrucci si dimostra uno degli autori italiani da cui è lecito aspettarsi sempre qualcosa di più. Questo primo libro (a stagione?) di FactorY pro­pone molta carne narrativa sul fuoco cucinata da chef esperti da cui ci aspettiamo il massimo; i pros­simi libri ci diranno se alla fine avremo la ricca grigliata che ci aspettiamo, oppure un hamburger geneticamente modificato dal sapore insipido.

end faq


I libri di Gianluca Morozzi pubblicati da Fernandel:

I fumetti di Gianluca Morozzi pubblicati da Fernandel: