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La
premessa di Antonio Spadaro
Un
puntino. Così Paolo Papotti – romano, neo-ingegnere, classe 1978 –
sceglie di vedere il protagonista del viaggio sulla D414, una strada francese
equivalente alle nostre provinciali. E già la scelta di una strada non
paragonabile neanche lontanamente alla mitica Route 66 è un dato interessante.
Per
lo più siamo abituati a leggere racconti on the road a prospettiva
orizzontale: il protagonista viaggia, si guarda attorno, vive le sue peripezie,
lanciandosi verso l’orizzonte. Papotti no. O meglio: non solo, non
soprattutto. Ciò che mi ha colpito leggendo le sue pagine è innanzitutto il
fatto che egli abbia implicitamente scelto un’altra prospettiva: quella
verticale, che guarda dall’alto. Il suo protagonista si immagina come un
puntino che si muove sulla mappa: «Un puntino rosso che attraversa regioni
seguendo interessanti percorsi contorti e accidentati se sono in macchina,
segmenti ed eleganti curve dolci in treno, banali linee rette in aereo».
Ma
la prospettiva dall’alto non dice distacco, ma direzione di approfondimento. E
infatti il suo occhio va giù e oltrepassa la pelle fino a toccare la coscienza,
vera protagonista di queste pagine. L’allontanamento fisico è dunque sempre
distacco e avvicinamento fisico-geometrico e insieme emozionale, mosso da
sentimenti di confine, mai troppo facili. L’itinerario è ritmato da
un’accelerazione vitale, capace di mettere in questione il protagonista e le
scelte della propria esistenza con un’intensa capacità introspettiva.
La
narrazione dunque «afferra» seriamente la vita e le sue direzioni, ma lo fa
con grazia e non senza ironia. Papotti in questo è coraggioso. Tutta la
narrazione si confronta con ideali e valori, che bucano una quotidianità
sgranata e sfilacciata. Lo si capirebbe meglio leggendo tutto il romanzo, di
cui questo D414 è solo è solo una parte, e che presto verrà pubblicato
per intero. Lo si capisce anche leggendo il primo acerbo libro di Papotti, In
cerca di, pubblicato nel 1999, dal titolo decisamente eloquente, il cui
protagonista è un ventenne che sceglie un nickname altrettanto efficace:
“Quaero”, colui che cerca. La stessa ispirazione in un racconto che ha vinto
di recente un premio presso la Terza Università di Roma e negli altri suoi
testi sparsi per la Rete (e, tra l’altro, nel suo sito personale http://web.tiscali.it/incercadi
e nel sito di cui è webmaster http://www.bombacarta.net) fino al trimestrale di
“Smemoranda”.
All’interno
di un impianto narrativo tradizionale, Papotti sa creare con discreta scioltezza
efficaci passaggi dai toni più mossi e dinamici a quelli più sentimentali e
lenti. Il linguaggio regge bene e si adegua alla trama picaresca con un ritmo
che spesso lascia sulla pagina, oltre ai suoni, anche i contrasti di luce e
ombra (come all’inizio della sesta parte) e persino i colori: «Fuori stanotte
il diluvio piega gli alberi e anche se è sabato ci sono poche macchine in giro.
Le foglie, stanche dello smog, si lasciano morire in un arcobaleno di grigi,
verdi e marroni scuri sul marciapiedi di fronte, il neon bianco accende file di
gocce verticali molto ordinate...»
Punto
di forza del racconto è, dunque, la resa visiva a cui si aggiunge la capacità
di muovere con destrezza, e anche all’improvviso, la focale dal grandangolo al
teleobiettivo, fino a registrare immagini in movimento con il relativo effetto
dinamico e blur. Del resto Papotti ama fotografare, oltre che viaggiare
(ha persino creato un sito-comunità all’interno di http://www.inter-rail.it
con qualche migliaio di iscritti).
Tra
viaggi e foto sta il suo disincantato rapporto con la scrittura. Egli sa che la
sua vita è altrove e non sulla carta. Ma sa che senza carta e penna la sua vita
perderebbe una camera oscura e una cassa di risonanza. Interrogato al volo,
risponde così alla domanda «perché hai iniziato a scrivere?»: «Ho iniziato
a scrivere perché mi piaceva una che leggeva tanto. Poi ho scoperto che
scrivendo mi scoprivo davvero. Poi ho scoperto che scrivendo potevo portare
qualcosa nella vita di tante persone. Poi è addirittura comparso anche il
discorso di una testimonianza». Appare dunque chiaro, anche alla luce di queste
risposte, che sussiste un implicito patto biografico tra i suoi racconti e la
sua vita, un patto di interpretazione e di interrogazione. Il disimpegno
nichilista è quanto di più lontano ci sia dalle sue pagine e la domanda resta
quella che appariva all’inizio del suo primo romanzo breve: «Cosa mettere al
centro della vita?». Interrogato sui suoi scrittori preferiti, la risposta di
Papotti appare secca: Hemingway, Flannery O’Connor, Raymond Carver e Tondelli.
Scrittori “forti”, appunto.
(A.
Spadaro)
La
premessa di Fulvio Panzeri
Non
c’è in Mattia Signorini, ventiduenne di Rovigo, l’affanno di esternare
l’impeto dei sentimenti, quasi che buttarli davanti a quella videocamera che
rappresenta il suo approccio con la scrittura, possa significare
l’appartenenza a questi stessi. È un ritmo lento, sedato, per niente
rockeggiante, da cantantessa alla Carmen Consoli, quello di Signorini, la cui
videocamera inquadra i gesti in un atteggiamento iperrealistico. Tutto è
lasciato sospeso, in una specie di interrogazione, attraverso la quale vige la
necessità di capire, di restituire frammenti di un mondo che è suo e della sua
generazione. È una realtà senza drammi quella che racconta Signorini, con la
necessità di giungere ad una consapevolezza, quella di appartenere stabilmente
ad un proprio mondo, ad un gruppo di amici, ad una provincia che frastorna con
la monotonia, ma alla quale poi si ritorna sempre, quasi per tentazione materna.
È la quotidianità dei gesti, la loro precisione, il loro focalizzarsi in un
momento, come stella effimera e cadente, a comparire dietro il
“cine-racconto” che Signorini inscena in questi suoi testi, prima prova
narrativa di un ventenne che in due anni ha affrontato con vigore ed impeto la
letteratura, fino a scrivere un romanzo e a progettare interessanti ipotesi di
collaborazione visiva, ad esempio con l’artista Pierantonio Tanzola.
Un
talento, quello di Signorini, confermato da altri riconoscimenti, come la scelta
tra gli autori giovani di un concorso lanciato dal sito InfiniteStorie o la
presenza su varie riviste, quali “Palazzo Sanvitale” o “Storie” o “Panta”.
È una geografia umana quella che interessa al nostro giovane autore, che segue
il bisogno di raccontare se stesso in un momento cruciale del suo apprendistato
alla scrittura: la forte carica emozionale della parola è continuamente
smorzata dalle immagini di figure che appaiono come ombre, ma che sono delle
vere presenze in questo passaggio di crescita. Emerge la lucidità di un
sentimento forte che lo porta a riconoscere i frammenti di una ritrovata
“sicurezza tenera e inattaccabile” attraverso gli incontri, le persone e gli
amici. Il paesaggio ne determina non l’ottica sociologica ma la disposizione
emotiva. Nel racconto pubblicato su “Panta” trovo: «Era il lunedì dei
fuochi. Se c’era pioggia non li avrebbero lanciati, ma nonostante il tempo
centinaia di persone si erano già riversate sul ponte alto che unisce Arquà
alla Transpolesana o rifugiate all’entrata del cimitero dove tutto è buio e
le sensazioni restano al cuore e agli occhi e ai polpastrelli delle dita o
ancora stipati nel castello trasformato in un pub-pizzeria all’aperto».
Si
cresce incessantemente nel paesaggio, per Signorini. E la descrizione è di un
puro tempo emotivo, anzi la realtà è mediata continuamente da un ripiegarsi
verso l’interiore. È un paesaggio che non si ritrova nella posizione statica
di chi lo scopre, lo appartiene per un attimo e lo abbandona. Nei suoi racconti
la fuga è rappresentata dalla mobilità del paesaggio e il movimento diventa la
stessa struttura narrativa, la dimensione della fiction. Nel primo racconto di Portami
lontano, la raccolta che qui presentiamo, Fermate, leggo: «Prendo il
viale del Re Artù per andare in centro. Siamo una contrada che vuole essere
città, noialtri, non ci si mette molto ad arrivare in centro. Scendo verso il
sottopassaggio della pista pedonale. Una compagnia indistinta mi guarda breve,
poi ritiene che non sono abbastanza insignificante, o interessante, da essere
fermato. Sul sottopassaggio capeggia all’inizio una scritta grande, diletta
ti amo, ma il tempo la sta portando via. Ogni volta che passo mi chiedo
se Diletta lo amava quell’autore dal cuore gonfio, o se invece lui se n’è
andato lì di notte per lasciare un segno disomogeneo della sua solitudine».
Continuano
queste fughe da se stessi, in un paesaggio che sfreccia e si porta via gli umori
incollati e abrasi della notte, in un Polesine che sembra una “Valley”
americana, dove un “easy rider” potrebbe far crollare le fughe quotidiane e
i lenti ritorni a casa. È un on the road che riesce a mettere a nudo
l’anti-identità di questi luoghi nella prossimità del Delta del Po, in cui
si fugge su strade che sembrano non portare da nessuna parte, dove i nomi dei
paesi sembrano non avere storia o paiono addirittura inventati e presi pari pari
da miti arcaici, dove pare impossibile una vitalità e una giuntura giovanile e
dove invece, a dispetto del luogo comune che spesso circonda l’idea mentale di
un dato territorio, vi è un certo fermento difficile da raccontare, perché
tutto giocato sulla nevrosi di una piatta pianura che, anche climaticamente
(grande afa estiva e chiusura in un limbo nebbioso in inverno) sembra essere
ostile, dove si combatte una silenziosa sfida per non lasciarsi morire dentro,
in cui si nascondono vite vissute o inventate, in cui si giocano viaggi reali o
ritorni immaginari, quegli stessi che racconta Signorini, in cui la realtà
non è mai tale: quella vera rimane celata, in attesa di ulteriori testimoni.
(F.
Panzeri)
©
Fernandel 2002
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