N.43 GENNAIO-MARZO 2003
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4.50 euro
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Sommario

Gabriele Picco, Incontro al mondo
Marco Rossari, Starbene
Filippo D’Arino, Perderei la faccia se ne avessi una
«Raccontare la scrittura»: Angelo Ferracuti, a cura di Alessandra Buschi
«Le prove», di Antonio Moresco
Michela Amaducci, Diversamente
«Meteo. Il tempo che fa sulla nuova narrativa italiana»
Il tesoro che non c’è: «Tabula rasa», di Sergio Rotino
Gianluca Barbera, Africa mia!
«L’officina Fernandel»: Michele Governatori, La geologia e l’arte della manutenzione della motocicletta
«L’officina Fernandel»: Michele Pellegrini, Una mattina il Bergamelli
Federico Platania, Prime ore di Francesco nell’aldilà
Natale Masi, La leggenda di Gecco Palanca

 

Marco Rossari

Starbene

Stare bene, che meraviglia. Stare a posto, in ordine, lindi e sobri. Mi sento pulito oggi, mi sento bene. Ieri sera: accosto la macchina in circonvallazione, apro la portiera, vomito come un cane. Via! Oggi: sono in forma e bevo acqua a litri e a cascata, l’acqua cristallina e rigeneratrice dopo il vino corruttore dannato bestia, Vostro Onore lo scriva lo dica a tutti che ho detto che è bestia dannato e corruttore, lo metta agli atti Vostro Onore. Voglio essere un bravo ragazzo che si lava e mangia regolarmente, che il sabato sera non si ubriaca e che gli altri giorni della settimana non esce, anzi: uno che non esce mai, nemmeno per far fare la pipì al cane, un ragazzino pulito e dolce, orgoglio dei genitori alle cene di natale, pupillo dei professori, in corso perfetto con la media del ventinove punto due (non una secchia: un ventinove punto due: un ragazzino pulito), con una ragazza dal viso aperto e spontanea come si deve, studentessa-lavoratrice, innamorata che si vede negli occhi. Voglio essere un bravo ometto piccino-piccino-picciò, rinascere grazie a quest’acqua che mi bagna la gola purificando il mio stomaco devastato, quest’acqua che mi passo sul viso appena alzato, che ci genera e ci fa vivere, aaaaaaaahhh che bello! Stare bene! Rivaluto parole sconosciute: fitness, wellness, new age. Vostro Onore, ha sentito bene, ho detto: new age. Voglio un abbonamento a Essere. E anche uno a Starbene. Ah! Il mio giornale preferito! Voglio leggere Coelho e Gibran. Sì, proprio quelle due facce dimmerda. Corro all’edicola per acquistare un corso di ginnastica in video; farò come Smanetto l’amico mio: ha comprato quello di Cindy Crawford e lo usa per masturbarsi, spruzzando senza pietà il mitico neo… Argh! ritiro Vostro Onore, non so cosa mi sia successo, davvero non accadrà mai più: farò il bravo, niente tremmoni! Niente più stravizi, niente più depravazioni, niente più fumo, alcol vade retro. Si cambia, cari signori della giuria! Non avrete più niente da rimproverarmi. Sarò buono Vostro Onore, lo giuro. Sarò un angelo. Anzi, vado in biblioteca. Ho voglia di studiare. Capito? Stu-dia-re! Salgo in macchina e fischietto. Ignoro la striscia gialla svomitata sulla fiancata, come un diavolo cerca di ricordarmi il mio destino, la ignoro Vostro Onore, come da contratto. Eccomi arrivato. Entro, mi siedo e apro il libro. Comincio alacremente a studiare per questo test d’inglese. Forza! Devo impararlo questo benedetto inglese. Torna utile: lo sanno tutti. Alzo gli occhi, incrocio lo sguardo della fregna, pardon della fanciulla davanti a me: due poppe giganti, molto scollata. Le sorrido e lei ricambia. Vostro Onore, sto buono! Mi chino sul libro. At, on e in: They arrived at 5 o’clock They arrived on Friday They arrived in October… My God, è scattato qualcosa. Alzo gli occhi e ora la fanciulla mi mostra la coppa del reggiseno. Oh, yes… Vedo il seno pieno che finisce pochi centimetri prima del capezzolo. Gemo, sospiro, mi mordo il labbro. La biblioteca è deserta. Tutti sono via perché dopodomani è Pasqua. Potrei chiederle di andare a bere qualcosa. Lei respira e il seno s’ingrossa. Annaspo. Vostro Onore, Lei è crudele. Ecco che si rizza, lo sapevo. Lui chi lo comanda… Lei alza gli occhi. Mi ha beccato! Ma invece di lanciarmi uno sguardo invitante da pornoattrice («Perché non tocchi, bello, invece di stare lì impalato a fissarlo? Cos’è, non ne hai mai visto uno? Neanche quello della mamma?»), mi scocca un’occhiata severa e tira su per bene la camicetta. Timeout, Vostro Onore. Vado a fumare una sigaretta fuori. Una sigaretta non ha mai fatto male a nessuno. L’aria è secca, prendo scosse a ogni contatto. Il cielo è oppresso dalle nubi, come ieri. Ma non piove da secoli. Eppure qualcosa deve accadere ché non s’è mai vista una Pasqua così elettrica e inquieta. L’altra sera è salito un nuvolone blu scuro che sembrava dovesse far saltare la città, invece s’è dileguato durante la notte senza lasciar cadere una goccia. Guardi un po’ com’è ridotta la fiancata della mia macchina, Vostro Onore. Mi dica se è possibile. Bastavano due gocce. È allarmante, sembra di camminare nell’ovatta. Sento che l’aria sta tentando di soffocare lentamente gli unici milanesi rimasti. Li illude con precipitazioni imminenti, li circonda e li stordisce di polline e malattie, poi li uccide. Se non piove entro due giorni ho già deciso che commetterò suicidio, non voglio che sia quest’atmosfera malsana ad avere la meglio su di me, Vostro Onore. Ho una dignità da difendere. E devo imparare l’inglese. Torno dentro. Tanto mi ammazzerò lo stesso se continuo a venire in questa biblioteca nei periodi di festa: rimangono solo ingegneri con calzini bianchi, mocassini e magliette viola, qualche ragazza sudaticcia e baffuta e un paio di pazzi che parlano ad alta voce, sputano nel corridoio e copiano a mano codici civili. Unica eccezione: la fregna, volevo dire la fanciulla che ho davanti. Proprio lì doveva mettersi! E per giunta con la scollatura da falsa pornoattrice! Ma non lo sa che ho deciso di cambiare vita? Non gliel’ha detto nessuno che subito dopo quest’ultima sigaretta comincerò a emendare i miei peccati? Come osa far saltare così i miei progetti? Come si permette, pornofregna della minchia! Mi scusi Vostro Onore, ma quando ci vuole ci vuole. Mi tira, c’è poco da fare. E l’aria è secca. E non ho voglia di studiare. Vado al bar a farmi un caffè, dove la lattaia parla di «bastardi africani figli di puttana» a vecchietti dall’aria afflitta. Allegria. Esco e mi siedo su una panchina del giardino. Alcuni bambini sudati giocano a pallone. Mi fumo un paio di sigarette e li osservo. Dopo un po’ mi guardano, si consultano e vanno a giocare più in là. Allegria. E va bene: torno in biblioteca. Questa terra è la mia terra. Sfoglio libri e giornali. Do un’occhiata alle riviste per donne che sono sempre piene di fr… di fanciulle niente male ma ecco cosa mi tocca leggere. Una lettera di Franco, 38 anni: «Quando avevo 18-20 anni, sarei stato deluso da una ragazza che non mi avesse messo le mani subito ‘lì’. Oggi, invece, una delle cose che mi rilassa e allo stesso tempo mi eccita maggiormente è la manipolazione della pianta dei piedi». Vostro Onore, è questa gente che ha rovinato la mia sessualità, che ha trasformato persone normali come me in maniaci perversi e feticisti stronzi come quello in persone perbene. Chissà i piedi di Franco, 38 anni, quando torna dal lavoro. Vostro Onore, questo è troppo. Vado a prendere i libri e, senza degnare di un’occhiata la pornoeccetera, me ne vado indignato. Sono proprio giorni cupi: gli amici tutti via e quest’aria da apocalisse, da secondo avvento, da assedio. Cristo la Tigre, dove stai? L’aria secca che porta influenze e polmoniti, che fa fuori i vecchi, la odio. E odio anche un po’ questa città deserta. Salgo sul mio dragster strisciato di giallo come una fiamma, mi tappo il naso e torno a casa. Mi sdraio sul divano e guardo il cielo grigio senza vita. Mi abbandono a queste ore svuotate di senso. Ho qui con me solo questi Signori della Giuria. Non so proprio dove portarli con quei faccioni. Stappo una bottiglia di bianco fresco e me ne verso un bicchiere che bevo lentamente. Ho solo sete, Vostro Onore, ho solo la gola secca. Niente di cui preoccuparsi. Adesso il cielo è bianco. Non ho niente da fare, non ho nessuno da chiamare. Ho solo una bottiglia di vino. Se ora piovesse, giuro che mi farei un altro bicchiere, per poi andarmene a dormire. Invece il tempo tiene. Soffoca. Io esco Vostro Onore. La prego, sia clemente. Le strade sono semideserte. Guido con la bottiglia tra le gambe e fumo una sigaretta, sorseggiando tra una prima, una seconda e una terza. Il vino come sempre armonizza la mia guida. Parcheggio davanti all’Arci Bellezza ma prima d’entrare vado a farmi un giro al parco Ravizza. Il tempo incombe sulle mie spalle, su due signorotti con il cane e su tre anime sperdute che fanno jogging e sudano e mi guardano con curiosità. Io ricambio, come sempre, i loro sguardi. Ricambiare gli sguardi fa bene all’anima. Anche se la gente non capisce. Mi siedo su una panchina e con calma finisco il vino, spero che un’intrepida ginnasta si sieda chiedendomi di andare a casa sua a insaponarla sotto una bella doccia calda. Una dolce lenta insaponatura del pelo. Dovrei comprarmi un cane o decidermi a fare jogging tutte le sere: è così che si conoscono le donne, mica bevendo. Smanetto così ha tirato su tre rimorchi. Corre con un cane bastardo che odia e se non succede niente nei primi cinque minuti se ne va. Ma io che c’entro con Smanetto? Ho il mio orgoglio. Non mi arrendo all’atletica, né alla cinofilia. Vostro Onore, mi va bene l’acqua alla mattina, ma ora no, ora non sono d’accordo. Sì, mi ha sentito bene: non sono d’accordo! Non-so-no-d’ac-cor-do! Oh, l’ho detto, finalmente! I cani puzzano e rompono i coglioni! L’ho detto! I delfini hanno un’aria idiota e stronza! L’ho detto! I motociclisti, chiusi nella loro solidarietà da due lire, che si salutano sull’autostrada e vanno a ubriacarsi ai motoraduni mi fanno pena! Pena! L’ho detto! E così i velisti e quelli che passeggiano in montagna, tutti a salutarsi. Ma chi ti conosce? E perché sorridi, coglione? Abbiamo mai bevuto insieme? Mai! Mi saluti solo perché tutti e due mettiamo un passo dopo l’altro in questo parco del cazzo! Oppure perché tutti e due abbiamo una Kawasaki! Ma io ho solo quel catorcio di macchina e sono qui per rompere il cazzo! L’ho detto! Finalmente l’ho detto! Io ricambio gli sguardi, ma non dico niente. È questo che li fa incazzare. L’Arci di via Bellezza è più vuoto del solito. Mi siedo fuori con un’altra bottiglia di vino bianco. Vostro Onore, non mi esasperi, mi ha sentito prima, no? Che ce l’ho su con i velisti e i cani e i delfini, tutta roba che piace a tutti? Mi ha sentito, no? Ecco, allora mi lasci in pace. Guardo il cielo e aspetto che mi cada una goccia sul viso, un bel gocciolone che mi ripulisca. Niente. Entra la cugina di un mio amico e viene a salutarmi, vede la mia bottiglia e si adombra. Le persone si preoccupano sempre se bevi da solo. Se bevi in gruppo no, puoi anche sboccare per strada ogni sera, ma da solo dio ne scampi! tutti a metterti in guardia e a prendersi cura di te. Guarda che labbra che hai! Per sbevazzare meglio. Guarda che pancia che hai! Per reggere meglio. Guarda che occhi che hai! Per collassare meglio. Aaaaahmmm, ora ti mangio. Ma lei per fortuna non dice niente. Fra un mese parte per l’Erasmus, a Madrid, così brindo al suo soggiorno spagnolo e poi ciao, ci vediamo, fuori dai coglioni. Vostro Onore non le sopporto le persone che partono, mi inorridiscono, non hanno rispetto. E tutti a dire: bello, come ti invidio, bella esperienza, beato te. Mi ricordano quell’espressione che usano sempre gli americani stronzi: good for you. Qualsiasi cosa: good for you. Vado in ospedale: good for you. Mi sto per ammazzare: good for you. Mi sono appena chiavato tua moglie: good for you. La cugina se ne va. Un brindisi alla solitudine e a chi sa stare in silenzio, all’ozio e alle bevute, all’Arci e a me stesso, anche alla Giuria, che ormai mi guarda con il sopracciglio alzato, scuote la testa, si dà di gomito, borbotta. Io finisco la mia seconda bottiglia di vino bianco. Diomio, bere senza parlare con nessuno è sempre una tragedia. E allora qualcosa bisognerà dire… Li guardo negli occhi uno dopo l’altro. Punto l’indice. Questo è per voi, faccedimmerda. E mi rivolgo anche a Lei, Vostro Onore, non faccia finta di niente. Esco dall’Arci. Addio! Salgo sul dragster, pronto a rinvigorire la fiammata svomitata sul fianco. Mi fermo cento metri dopo al tabacchi per farmi un negroni e poi uscire e voilà! Rifatto e stirato per toccare nuovi vertici al locale messicano più vicino, un daiquiri come lo sanno fare qui, tosto come il mio fegato. Esco e parto e me ne fotto dell’aria elettrica, me ne fotto della pioggia, me ne fotto del Secondo Avvento. Cristo la Tigre, ti taglio la gola appena ti vedo. Mi perdo per le strade di Milano, traverse su traverse, viuzze misconosciute e abbandonate, enigmatiche piazze e viali e alberi che non so, e ogni due bar uno stop con negroni allegato fino alla pelle d’oca, per poi riperdersi e lasciarsi fatalmente guidare in zone off dai miei pneumatici usurati, slittanti quant’altri mai su rotaie e pavé infidi. Milano dove siamo? In quali porti ci hai accolto, spalancando le tue braccia dure e fredde? Quali piazze e quali vie sono queste, gesummio? Sarò al Sempione oppure oltre ancora in Bovisa o non dirmi all’Ortica? O magari a Bruzzano o a Baggio o per le strade serali abbandonate di Città Studi? O sono in centro e non me ne accorgo? Ma io e il dragster non temiamo niente e nessuno. Qualche puttana fa capolino sotto la luce dei lampioni. Intravedo a un angolo una fregna un po’ scosciata, accosto e lei s’avvicina. Magari le chiedo la strada per tornare a casa. «Ciao, mi sono perso. Vorrei un abbonamento a Starbene». «Vatti a fare un caffè, puzzi di vino…» Lo sapevo che era una trappola. L’unica puttana con l’olfatto di un cocker. Sospiro, forse ho bevuto troppi drink in questo smagato e perso tour per le derelitte periferiche vie della città. Non ho una lira e pensieri senza senso mi sciamano in testa. Dove sono? Verrà mai a piovere? Signori della Giuria, sarete clementi? Ci sentiamo al risveglio, Vostro Onore. Domani mi compro un ciondolo a forma di delfino. Ci riproviamo.

© Fernandel 2003