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Peppe Fiore
Basta seghe
Succedesse a te, che da un giorno all’altro non ti riesce di fare più niente.
Vado all’università, sono professore e tutti mi chiamano Professore; poi la sera nel letto c’è questa sconosciuta con i capelli biondi che prende e mi mette una mano sul cazzo, e mi fa un bocchino.
Va bene, io sto lì con questa che mi fa bocchini, e prima di cena sono andato a comprare le sigarette e il tabaccaio mi ha detto Salve professore, e senza che manco chiedessi ha messo sul banco due pacchetti di Merit lunghe.
Buone, me lo ricordavo mica il sapore delle Merit, pensavo che facevano cacare chissà come mai.
E nella libreria ci sono certi libri in dieci quindici copie. Saranno sette o otto libri diversi, e a farsi il conto, quindici copie ognuno riempiono per intero i due scaffali in basso.
C’è sopra lo stesso nome; Fabio Ruotolo, che sono io.
Bei libroni grossi incomprensibili, saggi di linguistica strutturale dove parlo di come si fanno le parole, di cosa c’entrano i suoni delle parole con quello che significano le parole: così c’è scritto dietro, in quelle quattro o cinque righette di riassunto che ci sono.
Uno di questi libri tiene settecentoventi pagine; stamattina m’ero messo di buona volontà sul divano del soggiorno, di fianco al pianoforte, proprio d’impegno, e ci ho perso due ore, ho letto trenta pagine. Mi sono fermato all’introduzione, non si capiva un cazzo.
L’ho poggiato lì, il libro; sul divano, tanto ce ne saranno buone altre quattordici copie, ho pensato; e mi sono alzato a camminare in tondo per la stanza.
C’è questo pianoforte che è proprio bello, lucido lucido, pare una bara; ho premuto un paio di tasti neri, quelli piccolini messi in mezzo. Ha fatto plin plon plin; magari adesso mi metto a studiare la musica.
È venuto l’autista, mi ha portato alla conferenza nell’università, mi hanno detto tutti quanti Buongiorno professore: io mi sono seduto in fondo, uno si è messo a parlare un’ora e mezzo che secondo lui è finito il linguaggio.
Fine del linguaggio, fine del linguaggio, diceva questo professore di Pavia con la testa a forma di tostapane: e sputacchiava dentro al microfono, tutto preso che a momenti gli scoppiava il naso.
Io ho resistito, sì, però alla fine mi sono pure dovuto addormentare; e mentre mi addormentavo c’era quell’altro sul palco che ha detto Ho concluso…
Ansimava. S’era sforzato evidentemente.
«Lascio la parola al vero protagonista di questo incontro… venga, venga professor Ruotolo». E giù applausi tutti quanti.
Io sono salito sopra al palco, c’era il microfono che funzionava benissimo, ci ho tossito dentro e si è sentito in tutto l’auditorium. Visto che non parlavo mi hanno fatto un altro applauso, allora io ho detto che non mi sentivo bene, e sono andato dall’autista e gli ho detto: «Andiamo a casa, va’, che non mi sento tanto bene».
E l’autista è diventato bianco in faccia. Mentre tutti quanti nell’auditorium mi guardavano cogli occhi sbarrati, e io facevo ciao colla mano.
Oggi mi sono messo di nuovo con il libro: volevo capire almeno l’introduzione. Ho trovato certi occhiali sopra alla scrivania e devo dire che cogli occhiali ci vedo molto meglio; mi sono messo sul divano con gli occhiali sul naso e ho acceso una Merit lunga.
Mentre leggevo l’introduzione del mio libro Glottologia e teorie del simbolo, è entrata mia moglie in mutande di cuoio nero stivaloni a spillo e in faccia una maschera piena di cerniere, e nossignore mi voleva mettere questo collare colle borchie e il guinzaglio.
© Fernandel 2003
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