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Nuova pagina 1
Il
libro
La
scomparsa di un cappotto azzurro polvere impedisce al protagonista di realizzare
i suoi progetti, cioè di ammazzarsi come aveva deciso di fare dopo aver capito
che «la morte è l’unica cosa che può salvare da tutte le fatiche». Senza
cappotto, tocca ancora stare qui a faticare, a patire freddo, a avere vergogna,
a dannarsi con le parole... Come
seconda uscita della collana LDM, abbiamo scelto questo romanzo di
Adrián
Nazareno Bravi, autore argentino che, pur vivendo in Italia da soli quattordici
anni, scrive direttamente in italiano e fa pochissimi errori.
L’autore
Adrián
N. Bravi è nato nel 1963 a San Fernando, Buenos Aires. Vive a Recanati. Nel
1999 è uscito il suo primo romanzo, Río Sauce (Paradiso, Buenos Aires).
Ha tradotto alcune poesie di Primo Levi e ha pubblicato dei saggi su Borges.
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Qualche
nota sulla collana LDM
Libri
di merda, PER UNA
LETTERATURA ROVINATA
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«Io
sono uno stupido, aveva scritto Gor’kij a Cechov, io sono uno stupido che a un
certo punto s’è messo a scrivere, ha preso velocità adesso son qui che corro
come una locomotiva solo che io sotto non ho mica i binari andrà a finire che
prima o poi mi vado a spaccare la testa contro qualche muro. Cechov gli aveva
risposto, gli aveva detto Ma cosa dice, Gor’kij? Lei sa benissimo che non ci
si spacca la testa perché ci si mette a scrivere, ma che al contrario si scrive
perché ci si è già spaccati la testa.
Che
dopo che ho letto questa cosa m’è venuto in mente che sarebbe bello fare una
collana di libri così, scritti da gente che si sente stupida ma che scrive lo
stesso per via che si è spaccata la testa, e insieme al mio amico Marco
Raffaini, insigne slavofilo e gran bevitore, ho cominciato subito a scriverne
uno, di questi libri, un romanzo storico epistolare scritto da due slavisti da
latteria che si intitola Storia della Russia e dell’Italia, e a scriverlo
veniva fuori un romanzo talmente stupido che abbiam pensato che sarebbe stato
proprio bello, se ci fosse stata una collana fatta tutta di libri così, stupidi
e necessari.»
Paolo
Nori
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Nuova pagina 2
Come
inizia:
Avrei
voluto rimanere così, per sempre, immobile e supino, sul letto, le mani
appoggiate sullo stomaco, come un morto che non chiede altro che restare così,
sul letto di morte, con un fiore azzurro appoggiato sul petto, ecco come avrei
voluto rimanere quella mattina. Non riuscivo più a riprendere sonno. Mi
rigiravo di qua e di là, chiudevo gli occhi, li riaprivo, poi tornavo alla
posizione iniziale, guardavo il soffitto, le macchie d’umidità, la finestra
chiusa, cercavo di dare un senso a quella posizione supina che mi portava
ricordi, idee stupide, come tutte le idee, e ho pensato che avere delle idee è
proprio da imbecilli. Tutti gli imbecilli hanno sempre delle grandi idee che non
servono a nulla. Ma quella mattina non me ne fregava niente di trastullarmi con
delle idee, volevo solo morire e non pensare più: «La morte è l’unica cosa
che mi può salvare da tutte le fatiche», mi dicevo. Così è stato, ed è bene
che tu lo sappia perché se ora sono qua, da solo in questa stanza, con un
freddo che mi sta gelando le ossa, è solo per colpa tua e di nessun altro. Non
fare quello che casca dalle nuvole, sai bene di cosa sto parlando. E mentre
pensavo alla morte sdraiato sul letto mi ero accorto che non è per niente
semplice farla finita con questo cavolo di mondo, ci vuole coraggio,
ispirazione. Non è che uno si sveglia di buon mattino e decide di morire, così,
come se niente fosse. Bisogna avere talento, idee chiare. In ogni modo,
nonostante la poca propensione che sempre ho avuto per morire, quella mattina
sarei voluto rimanere così, immobile e supino per il resto dei giorni. Avevo
deciso di ammazzarmi, volevo che la morte mi sorprendesse così com’ero, in
quella situazione stagnante e senza alternative. Dovevano essere le nove o le
dieci del mattino. A quell’ora, di solito avevo già cominciato a lavorare da
un paio d’ore, ma quella, bisogna che tu lo sappia, era stata la mia mattina
di crisi: ero stato licenziato da alcuni giorni, i creditori bussavano alla
porta, i miei risparmi erano sfumati e cominciavo ad annoiarmi. Non era la prima
volta che mi succedeva. Un’altra mattina pure, avevo quasi deciso di buttarmi
dal quinto piano. Scrissi una lettera perché i posteri riflettessero sulla mia
decisione, misi in ordine la casa, ma purtroppo non ebbi il coraggio nemmeno di
affacciarmi al balcone. Mi spaventava il pensiero che durante la caduta mi si
sarebbe potuto rivelare qualcosa, non so, la verità, il senso ultimo della
vita, queste cose qua, e, una volta compreso tutto, ecco l’irreparabile morte
venirmi incontro. Se fossi stato certo che dopo essermi buttato, mentre
precipitavo, la mente mi sarebbe diventata bianca come un pezzo di carta, forse
l’avrei fatto. Ma sarebbe stata una fregatura se la rivelazione finale si
fosse mostrata all’improvviso, arrivato al primo piano o a pochi metri prima
di schiantarmi. A cosa sarebbe servito? Allora è meglio rimanere ignari per
sempre. Insomma, come ti dicevo, quella mattina mi volevo suicidare. Mi ero
talmente stufato, tutto mi faceva rabbia e mi tediava oltre ogni dire. Vedere le
persone affaticarsi come se avessero dovuto campare chissà quanti anni. Si
vogliono guadagnare la vita? Va be’, libere di farlo, però, a me, che mi
lascino in pace con tutte quelle incombenze inutili. Non l’ho mai capito tutto
quell’affaccendarsi, perché allora ci vogliono mettere dentro pure me? Anzi,
diciamola tutta, nel mio caso l’idea del suicidio era nata dall’impossibilità
di non aver potuto, per primo, ammazzare tutte le persone che vedevo per strada,
affannate, sempre di corsa. Era quella la mia principale ambizione: disfarmi di
quelli che hanno troppe pretese. Volevo convincermi che, uccidendoli, gli avrei
fatto un piacere.
© Fernandel
2004
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