RECENSIONE
www
www.arcilettore.it
16/05/2005
Il protagonista di questo racconto un po’ surreale è
Vinicio, anche se questo non è il suo vero nome. La madre di Vinicio è
scappata, come anche il padre, quando è nato e lui è stato allevato da una
nonna, quella che gli ha imposto un nome imbarazzante, davvero dispotica che non
esita a chiudere a chiave la cucina lasciando tutti a digiuno.
Il nonno è l’unico che lo chiama Vinicio e anche lui è scappato alla fine
per fuggire dalla moglie che lo affama. Si è rifugiato da un cugino che lavora
ad una vigna nell’Oltrepò pavese. In risposta alla sua fuga, la nonna di
Vinicio lo ha fatto dichiarare morto.
Ad un certo punto
della sua vita anche Vinicio è costretto a scappare, ma la sua fuga non è
priva di conseguenze: ha disertato.
D’altra parte lui si sente sempre più abbandonato, specie dopo che l’unica
donna che lo ha amato e che lui ha amato, Matilde, lo lascia.
Quello di Vinicio è un mondo precario, incapace di accettarlo e, quindi, di
amarlo.
L’unico rifugio è il nonno, l’unico rimasto ad ascoltarlo ed è con lui
che, alla fine, condividerà il suo destino.
Mi mangiassero i grilli è un libro poetico, dolce, malinconico ma capace di
catturarti impedendoti di lasciarlo fino alla fine.
Stilos
21/06/2005
Marcello D'Alessandra
ANDREA
D'AGOSTINO, UN ESORDIO VITTORINIANO
Il ritorno di nonno e nipote
Vinicio, il protagonista narratore, è un siciliano ventenne, privo dei
genitori, cresciuto con i nonni. Il nonno, stanco della moglie e dopo aver
scoperto di essere burocraticamente morto, decide di fuggire (un novello Mattia
Pascal, sebbene dall'inizio ben più disincantato) per trovare rifugio nell'Oltrepo
pavese, presso un cugino in campagna. Non passa molto che Vinicio diserta il
servizio militare e raggiunge il nonno, cui è legato da un destino comune,
votato alla fuga. Insieme lavorano nei campi; col cugino torbido figuro i
rapporti sono tesi, fino alla definitiva, violenta rottura. Di nuovo, nonno e
nipote sono costretti a fuggire, questa volta in un viaggio a ritroso, alla casa
in Sicilia da cui erano fuggiti: un ritorno, controvoglia, alle origini. «Solo
uno stupido come Giufà chiosa amaramente il protagonista, rifacendosi a una
figura della tradizione siciliana tornerebbe nel posto da cui sta scappando».
E' la constatazione della impossibilità di una via di fuga. Vinicio ha
disertato, col servizio militare, tutto un destino che lo attendeva: è fuggito
dalla ragazza che lo aveva lasciato, da una famiglia che non aveva (orfano di
madre, il padre è ignoto), da un paese, nell'entroterra siciliano, che non lo
ha mai accettato, nato com'era dal peccato. Ma al proprio destino non si sfugge.
Vinicio è un personaggio che oppone il rifiuto alle cose del mondo, che si
afferma negando, questo solo egli può dirci: ciò che non è, ciò che non
vuole essere. Non è ad esempio il nome che la nonna ha scelto per lui,
giudicato troppo brutto: per questo, assieme al nonno, si è dato nome Vinicio;
e non vuole essere soldato, per questo diserta e fugge. La narrazione procede,
con uno stile sobrio, scarno come il paesaggio rurale sullo sfondo, per segmenti
di testo, in un continuo andirivieni temporale. Un viaggio attraverso il tempo
che conduce il lettore ora avanti ora indietro, come a voler richiamare altro
viaggio, quello nei diversi luoghi compiuto dal protagonista della storia. Una
costruzione certo non facile che l'autore sa proporci con convincente maestria.
Una lontana eco, una suggestione vaga, mi ha accompagnato nella lettura del
libro, come un lochiamo, 0 una sorta di filiazione. Mi riferisco a Conversazione
in Sicilia di Vittorini. E sarà il viaggio, il ritorno alle origini, il
dato più scopertamente somigliante e, certo, i] mondo offeso percepito dal
protagonista, ma soprattutto devono essere le tinte forti con sui sono fermati
sulla pagina i personaggi, Vinicio e il nonno (quest'ultimo perfetto esemplare,
se si vuole, di Gran Lombardo). A voler dar seguito alla suggestione, e in senso
visivo, plastico, il richiamo è al tratto forte, marcato, dei disegni di
Guttuso dedicati allo stesso romanzo di Vittorini. Tutta diversa, invece la
scelta linguistica operata dai due scrittori: vibrante di accensioni liriche la
pro sa di Conversazione; incisiva
nella sobrietà, mono‑colore quella di D'Agostino. Ma sarà bene non
indugiare oltre nel la suggestione, che facilmente andrebbe a scapito dello
scrittore esordiente.
www.daemonmagazine.it
23/06/2005
Guido Gambacorta
Cataldo detto Vinicio vive in
Sicilia, a Enna. Ha circa vent'anni, è innamorato di Matilde e non ha risposto
alla chiamata alle armi; scappa di casa e va a fare la vendemmia a Mondandone
raggiungendo il nonno, fuggito nell'Oltrepo pavese dopo essere stato dato per
morto a causa di un errore dell'anagrafe, fino a quando i due decidono di
rientrare insieme in Sicilia andando incontro al proprio comune destino. La
storia di Mi mangiassero i grilli, esordio narrativo di Andrea
D'Agostino, è tutta qui, concentrata in poche pagine: più che un romanzo breve
un lungo racconto da leggere tutto d'un fiato in un pomeriggio di fine primavera
mentre si prende il sole in campagna o al parco in città.
Quella di D'Agostino è una scrittura lineare ed estremamente semplice, anche
acerba se si vuole, che riesce a non sfaldarsi e a mantenere una sua consistenza
perché vivida, ispirata molto probabilmente da particolari autobiografici
(l'autore è nato nel 1977 a Trieste ma è di origini siciliane) e nutrita da
colori, odori e sapori catturati con stupore fanciullesco ("Sono belle le
ragnatele quando si sgualciscono sotto il peso della rugiada. Al tramonto nei
filari ancora intatti, la luce le attraversa di sbieco, le ammanta di ambra e
corallo. Invece, dopo la vendemmia, sono come case dopo un terremoto. L'alito
che sale dalla valle ne sventola mollemente i brandelli"). E sono proprio
una certa tangibile ingenuità di fondo e gli scarsi riferimenti temporali
attraverso i quali viene dipanata la trama a far sì che antinomie universali
quali amore/tradimento, partenza/ritorno, coraggio di fare scelte/rimpianti
vengano affrontate dallo scrittore con mano lieve e proiettate in una dimensione
quasi fiabesca. Una fiaba senza eroi e senza lieto fine.
Grilli
di D’agostino.
Le vicende di Vinicio, giovane ennese che viene abbandonato dai genitori e
vive con i nonni. Ma come può accadere in Sicilia, dove aleggia lo spirito di
Mattia Pascal...
Mi mangiassero i grilli
di Andrea D’agostino (Fernandel 2005) racconta le vicende di Vinicio, giovane
ennese che viene abbandonato dai genitori e vive con i nonni. Ma come può
accadere in Sicilia, dove aleggia lo spirito di Mattia Pascal, in una scena del
romanzo, il protagonista che legge Pirandello vede scomparire il nonno, creduto
morto all’anagrafe.
La
sua vicenda successiva lo porterà però a raggiungerlo, in una campagna dell’Oltrepo
pavese, luogo dove l’anziano nonno tenta di rifarsi una vita che gli risulta
più balorda della precedente. In quella sperduta campagna però Vinicio si
rifugia perché anche lui è scappato: dai carabinieri che sicuramente lo
staranno cercando in quanto disertore al sevizio di leva. Uomini in fuga, nonno
e nipote, decideranno di tornare in Sicilia: alla ricerca delle radici, della
Grande Madre, del tempo perduto? O piuttosto per capire perchè a volte saltano
certi grilli in testa, quando si è giovani e innamorati.
Tra
le tante meritorie note che al romanzo si possono fare e che si sono fatte,
aggiungiamo solo che si tratta di un romanzo Postmoderno, se questo ha tra le
sue precipue caratteristiche ‘l’emarginazione e la periferia’ (Guia Boni):
lo sfondo della storia è il paesaggio rurale dell’ennese e del pavese, i
personaggi abitano ai margini e addirittura ‘nascosti’ o sono
‘inesistenti’ per la società. La provincia di Enna è come dire il sud del
sud con i suoi pochi - ma noti - negozi, i venditori ambulanti, le fave
abbrustolite, il pane buono, l’immancabile nebbia della città più alta
d’Italia (1100 metri sul livello del mare), il mercato dove le ‘voci di chi
vende e chi compra come nel teatro di Morgantina tendono verso l’alto,
sorvolano la fontana colma di spazzatura, sfiorano il sagrato di Montesalvo,
attraversano il portale, accarezzano il chignon delle vecchie in preghiera,
dribblano l’altare, filtrano nel tabernacolo, stappano la pisside e si
mescolano alle ostie: il corpo e il sangue di Cristo e , soltanto per oggi,
l’eco delle contrattazioni estenuanti’: testimonianze un pò malinconiche e
pittoresche della ‘piccola città’.
Il
romanzo risulta gradevole e spinge, ancora una volta, alla riflessione sul senso
del narrare come viaggio e sull’autobiografia come occasione di scrittura,
visto che l’autore in fondo parla e descrive luoghi in cui ha veramente
dimorato. La scrittura chiara e accattivante, la storia frizzante e dal buon
ritmo, mai pesante o noiosa, fanno di Mi mangiassero i grilli un libro
scorrevole, essenziale nell’intreccio ma profondo e intenso nella dinamica e
nei moti delle persone e delle cose di cui narra.
Il
manifesto
12/08/2005
Ernesto
Milanesi
Una
diserzione e, quindi, una fuga. Non tanto dalla cartolina precetto e dai
carabinieri. Piuttosto da una vita incompiuta che cerca uno sbocco e ha bisogno
di spezzare l'orizzonte dell'incompiutezza. Il ventenne Vinicio scappa da Enna,
dalla nonna, dalla fidanzata, dalla condizione di orfano e dalla divisa da
adulto. Si ricongiunge al nonno (anagraficamente deceduto, dunque un fantasma)
che vendemmia nell'Oltrepo pavese alle dipendenze dell'arcigno cugino Peppe che
nasconde un segreto.
E' la trama
del romanzo d'esordio di Andrea D'Agostino (Mi
mangiassero i grilli, Fernandel, pagine 92, 10 euro) che ha vissuto
attraverso l'Italia da quando è venuto al mondo nel 1977 a Trieste. Siciliano,
all'asilo era in Puglia e a metà elementari in Sardegna. Liceo itinerante fra
Enna, Imola e Voghera. Ora studia lettere all'università, dopo il servizio
civile al carcere minorile di Torino. D'Agostino è un'altra voce narrante del
nuovo universo letterario giovanile, che si può seguire «in presa diretta»
anche grazie al blog del portale splinder.com che si chiama come il libro.
Un romanzo
sincopato con un linguaggio dosato. Un viaggio dall'anima della Sicilia alla
campagna lombarda (e ritorno). Una scoperta tutta maschile delle macerie dei
legami di sangue. In 17 agili capitoli, D'Agostino mette in campo il mondo di
Vicinio (per altro, nemmeno il suo nome vero) cresciuto dai nonni e preso a
calci in culo dal parroco che lo sorprende a degustare ostie al miele. Spasima a
modo suo per Matilde che non lo vuoi più sposare, si abitua alle mattane della
nonna che spranga la cucina e viene informato del piano di fuga del nonno, che
va in municipio per divorziare e scopre di essere domiciliato nella fossa 550
del cimitero comunale.
Basta una
lettera a cambiare tutto. Vinicio scappa al nord. Orfano, disertore e con il
cuore spezzato, crede di lasciarsi alle spalle i carabinieri e la nonna. Vinicio
non va all'avventura. Anzi. Si piega al lavoro in mezzo ad altri campi. Sta con
il nonno. Impara a diffidare del cugino padrone. Eppure gli resta sempre la
testa piena di grilli. Tant'è che la vendemmia nell'Oltrepo pavese si conclude
con l'esplosione dei rapporti fra il vecchio, il parente e il giovane.
D'Agostino serve al lettore un paio di colpi di scena, ma sempre con la sua
scrittura essenziale. Mi
mangiassero i grilli si rivela un po' diaristico, un po' block notes, un po'
teatrale. Ma possiede la forza di attraversare i luoghi comuni e restituire
quasi intatto il panorama della diserzione.
Ruderi e
fatica. Silenzi ed abitudini. Accenni e rancori. Non cambia niente, una volta
scappati dalla Sicilia. Se mai, al nord, si annida più violenza. I soldi
innescano un duello. Giustizia, religione, famiglia sono parole vuote. Rispunta
per la seconda volta un segreto inconfessabile, dal posto che simboleggia meglio
di altri l'ipocrisia. E Cosi occorre scappare di nuovo. Una fuga al contrario.
Il vecchio fantasma e il giovane disertore hanno lottato per dimenticare e
devono alzare le mani per aprirsi una via di salvezza dagli orrori del mondo di
Peppe. Non c'è scampo per questa bizzarra coppia di emigranti, che suonano come
metafora anche a chi legge.
Nonno
e Vinicio salgono sul treno-tradotta. Tornano a casa. Era, appunto, una fuga che
non si poteva trasformare in un'alternativa. Il «morto» deve vivere agli
ordini della consorte. Il ragazzo deve scoprire perché Matilde si era sottratta
al matrimonio. Alla fine, inevitabilmente, «Minchia, quanti carabinieri».
L'Unità
23/08/2005
Roberto
Carnero
LETTURE
ESORDIENTI Andrea D'Agostino
Grilli nomadi tra Sicilia e Spagna
Andrea D'Agostino nasce nel 1977 a Trieste, ma è siciliano. Ha frequentato
l'asilo in Puglia, mezza terza elementare in Sardegna, il liceo in tre città:
Enna, Imola e Voghera. Al momento vive pendolando fra Voghera, Torino e il
Portogallo.Ha fatto il servizio civile al carcere minorile di Torino e molti
lavori, prevalentemente d'estate: ha raccolto patate, pere, prugne, mele,
pesche, cipolle; ha abbattuto vecchi peschi esausti; ha vendemmiato in Oltrepo
pavese; ha fatto il baby‑sitter; il cameriere; il copy writer (lo slogan
«Nuova linfa alle tue parole» che campeggia sul Nuovo dizionario di Tullio De
Mauro è opera sua, dubita però che qualcuno se lo ricordi); lo speaker in una
radio ennese; la comparsa in un film di Gianni Cornelio; ha venduto disegni in
velluto a rilievo da colorare a Torino, San Remo e Marsiglia; per due anni ha
fatto l'operaio informatico in una web agency. Un attacco di fuoco di
Sant'Antonio l'ha convinto a rimettersi a studiare.
Mi
mangiassero i grilli (Fernandel, pp. 96, euro 10,00) è il suo primo e per ora
unico libro. Sul numero di luglio della rivista Fernandel
è uscito un suo racconto, dal titolo Manca
l'acqua. «Mi mangiassero i grilli, spiega l'autore, «è un romanzo, il cui
protagonista si chiama Vinicio, anche se Vinicio non è il suo vero nome. Ha
all'incirca vent'anni, è siciliano. Orfano di madre e di padre ignoto, cresce
coi nonni. La nonna ha un pessimo carattere e la tendenza a chiudere a chiave la
porta della cucina. Il nonno, stanco dei digiuni e avendo scoperto di essere
"burocraticamente morto", scappa di casa e si rifugia da un cugino,
nell'Oltrepo pavese. Poco dopo Vinicio diserta, raggiunge il nonno c si mette a
lavorare con lui in campagna. Dopo qualche settimana di vendemmia, però Vinicio
e il nonno sono costretti a tornare in Sicilia...».
D'Agostino,
dove trascorre la prima vacanza da scrittore?
«In
Sicilia, come le estati precedenti. Andrò a trovare i miei nonni, ma questa
volta ne approfitterò per fare qualche presentazione del mio libro».
Che
cosa leggerà in questo periodo?
«Mi
piacerebbe rileggere I
Malavoglia, letti a scuola anni fa e dimenticati. Ma prima dovrò studiare
parecchio per gli esami universitari. Sono iscritto a Lettere, anche se un po'
fuori corso...
Cose
farà al ritorno dalle vacanze?
«A
settembre partirò per Madrid, dove farò I'Erasmus. In Spagna spero di finire
gli esami, redigere la tesi, cominciare a scrivere qualcosa che diventi il mio
secondo romanzo».
www.aurorarivista.it
30/09/2005
Salvatore S. Lovolsi
I
grilli di un giovane autore. Conversazione
con Andrea d’Agostino
Mi mangiassero i grilli, il recente romanzo di Andrea D’Agostino (giovane
autore, siciliano d’origine e nato nel ’77), pubblicato da Fernandel, narra
le vicende di Vinicio, ventenne orfano di madre e di padre ignoto, che cresce
coi nonni ad Enna. Il nonno, stanco della moglie, ‘affettuosamente
oppressiva’, avendo scoperto di essere per lo stato civile morto, scappa e va
a lavorare nella campagna di un cugino, nell’Oltrepo pavese. Vinicio, forse
per un amore andato a finir male, forse per mille altre e valide ragioni, diserta il servizio militare, raggiunge il nonno e
si mette a lavorare con lui. Dopo qualche settimana, il viaggio di ritorno in
Sicilia di nonno e nipote, la loro discesa agli inferi, al loro piccolo e
bastardo posto, nelle grinfie di una nonna-moglie matrona e terribile. Un bel
primo romanzo, di un promettentissimo narratore, dalla scrittura accattivante,
dall’andamento brioso e piacevolmente scorrevole, capace di suscitare,
all’interno di una trama chiara ed essenziale, parecchie riflessioni e
curiosità. Di alcune abbiamo discusso con l’autore.
Il
tuo è un libro di uomini e galline. Vinicio viene minacciato di venire sgozzato
e decapitato come una gallina, suo nonno ha mani gialle e voce roca strozzata
come una gallina.Le galline per tutto il libro subiscono un’ inaudita e
crudele violenza .Cos’è, la rappresentazione di un universo concentrazionario
dove la violenza vissuta dagli uomini, in un ambiente deprivato, desolato e
opprimente, viene scaricata sulle galline, cioè sulla natura, sul suolo, sul
proprio territorio?
I Grilli è un libro zeppo galline, hai ragione, con una
copertina piena di mosche. Confesso che la prima volta che l'ho riletto dopo la
pubblicazione, arrivato in fondo ho pensato che Vinicio e nonno mangiavano solo
galline e mi sono sorpreso, mica me lo ricordavo. Eppure, per scrivere la
sciocchezza che è Mi mangiassero i grilli, ho impiegato sei anni, con
ampie pause di riflessione in mezzo. Cioè: avrei dovuto accorgermene prima
della insinuante presenza di galline. Invece. A essere sincero, non c'è un
progetto alle spalle di questa scelta. Le galline ci sono perché ho incrociato
spesso galline. Mio nonno, quando ero piccolo, allevava galline e conigli, a
Enna. Li teneva in una grotta vicino casa, qualcosa vendeva, ma l'allevamento
era per la famiglia e per lui un modo di passare il tempo e ricordarsi di
quand'era bambino. Quand'aveva 11 anni ha cominciato a fare il pastore, è
sempre stato in mezzo agli animali. Ricordo con dolcezza l'uovo ancora caldo che
mi dava da mangiare, o con due fori ai poli oppure spaccato a metà, solo il
tuorlo, con l'aggiunta di marsala. Oggi che le galline, poche, ce le abbiamo a
casa, ogni tanto al mattino lo faccio ancora, quello col marsala. Come
energetico corroborante. Appunto: da qualche anno le galline le abbiamo a casa,
quindi ho avuto modo di osservarle. Gli porto da mangiare quasi ogni giorno,
spesso mi è capitato di litigare col gallo. L'ultimo, quello attuale, è
antipatico e vigliacco. Gli abbiamo promesso la pentola, ma ancora non abbiamo
trovato il tempo. La scena della decapitazione cruenta, mentre il nonno osserva
e poi procede col suo metodo rapido apparentemente indolore, nasce da un
racconto diretto. Mio fratello aveva una volta ammazzato una gallina in questa
maniera. E il suo racconto, metabolizzato, è diventato esperienza di Vinicio.
Io, dopo averlo letto su un libro di Tom Robbins, ho cercato di fare svenire una
gallina facendola ruotare velocemente. La gallina non è svenuta, allora l'ho
data a mia mamma che le ha tirato il collo. Da qui nasce la scena corrispondente
del libro, dove Vinicio prova a farla svenire ma non ci riesce e si arrabbia, la
dà al nonno e gli dice di ucciderla lui, di farlo veloce che sta per prendere a
calci questa bagascia. Una cosa del genere, dice. Che poi Vinicio abbia paura di
venire sgozzato come una gallina fa parte del gioco, ossia: ha preso parte a
quel tipo di assassinio, è naturale che abbia paura di finire allo stesso modo,
in fondo è l'unico che conosce. E non gli piace. La voce del nonno di Vinicio
è quella di mio nonno, anche lui è roco come una gallina spennata.
E’
un testo anamorfico, con un ritratto cupo, pessimistico e tragico da intravedere
in una storia, in superficie, da favola, amara sì, ma ironica, dei nostri
tempi?
Hai
ragione. Mi è stato fatto notare che, nascosta sotto una superficie dolce e
malinconica, si nasconde una storia amarissima. Senza scampo o vie di fuga né
per Vinicio né per il nonno. Per il mondo, personalmente, ho molti pensieri
cupi. Ma penso di non essere il solo e nemmeno il più brillante. Coi Grilli non
do un ritratto dei nostri tempi, una cosa tanto vasta non era neanche nei miei
più ottimistici progetti. Già il solo fatto di esserci arrivato, a scrivere
una storia, a riuscire a pubblicarla, mi fa felicissimo. Mi piace andare in giro
a parlare dei Grilli, a parlarne con persone che non mi conoscono e che per caso
passano si fermano e decidono di comprare il libro. È capitato, una paio di
volte, ed è stato esaltante. Io spero di riuscire a scrivere altro, ma chi lo
sa mai. E spero che l'ironia che sottilmente percorre i Grilli ci sia ancora,
perché a me piace un sacco.
Laddove
non vi sono galline, vi sono preti e suore. Un’andata e ritorno da Enna,
quella di Vinicio, tra una suora becera che apre il racconto e un’altra che,
nel treno che va verso la Sicilia, di notte, russa scristianamente: sembrano
scandire un tempo circolare della storia che avviene in un mondo privo anche di
religione. E’ una rappresentazione della periferia nell’epoca del suo
degrado: mondo senz’anima dove la violenza spira tra le stanze della vita
quotidiana?
Come
sopra: non pensavo ai massimi sistemi scrivendo. Pensavo al mio passato,
esperienza diretta. Sono stato per anni chierichetto, ho fatto catechismo per
anni di sabato pomeriggio, annoiandomi a morte. Una cosa divertentissima che
facevo in chiesa era suonare le campane, appendermi alla corda e lasciarmi
trascinare in alto, come una frustata. A un certo punto sono diventato ateo
anch'io, come Vinicio. I preti spesso mi stanno antipatici, ma tento di non
generalizzare. Le suore peggio. Hai ragione quanto alla circolarità, con una
sottigliezza: suor Camilla io la immagino secca e cattiva, quella del treno
invece è grassa, la sua veste sconfina sul posto del nonno, russa come un
trattore, scristianamente, la parola mi piace. Padre Franco si spacca un sandalo
con una pedata sul culo di Vinicio, Vinicio con le ostie come biscotto, blasfemo
già da piccolo. In una versione precedente, l'ultima frase non era Minchia
quanti carabinieri. Al posto di minchia c'era una bestemmia. Tolta poi non per
moralismo ma perché era una bestemmia inventata da un mio amico, poco
comprensibile, anche se continuo a pensare sia bellissima: dio molle. Minchia ha
il vantaggio di essere decisamente siciliano. I Grilli sono la rappresentazione
di una periferia, certamente. Addirittura sono la rappresentazione della
periferia della periferia: provincia più povera, disoccupazione alle stelle,
commercio ipertrofico (cattivo segno, ho studiato per un esame di geografia
economica). Da Enna la gente continua a emigrare, la mia famiglia l'ha fatto
dieci anni fa perché prospettive non ce n'erano, mio padre lavorava fuori, in
continente da anni, si era stancato di viaggiare da solo. E anche l'Oltrepo è
una zona periferica, sud di Milano. Voghera, la città dove viviamo ora è
triste, alle 8 deserta, la gente va presto a dormire perché all'alba c'è il
treno per Milano, per andare al lavoro. Città dormitorio. In campagna, le case
si disfano come quelle che si disfano nelle campagne di Enna.
Pulp
novembre/dicembre 2005
Gianluca Mercadante
Si fa
chiamare da tutti Vinicio il protagonista del romanzo d’esordio di Andrea
D’Agostino, nonostante il suo nome autentico sia un altro. È un biglietto da
visita, questo gesto, e la fuga di Vinicio dalla Sicilia che il libro racconta
ne sottolinea in pieno tutto il disagio: un sacrosanto rifiuto viscerale,
maturato nel giovane siciliano alle prese con una nonna nevrotica all’ennesima
potenza. Non a caso il nonno, unica figura maschile in grado di suscitare in
Vinicio sentimenti di sincera ammirazione e rispetto, un bel mattino scappa di
casa: se ne va a raggiungere in gran segreto un parente nell’Oltrepo pavese,
complice l’insofferenza mal repressa nei confronti della consorte, ma
soprattutto l’incredibile scoperta di essere ufficialmente defunto da diversi
anni, stando all’anagrafe. Lo stesso non accade a Vinicio, che per quanti
sforzi faccia a farsi chiamare così dalla gente, il suo vero nome l’esercito
lo sa e quando arriva il momento della chiamata alle armi, Vinicio, o chi per
lui, diserta. Va a raggiungere il nonno, lassù, nel Continente, come in
Sicilia si usa chiamare tutto il resto dell’Italia. Non prima però di avere
scardinato la porta della cucina, un punto fermo nella lista delle paranoie di
sua nonna, che la chiude sempre a chiave. Con una tecnica che salda ogni
flashback al filo conduttore principale in maniera fluida e molto brillante
nello stile, D’Agostino drammatizza con toni ironici ma non riduttivi una
storia di andate e ritorni. Un confronto tra due generazioni, quella di Vinicio
e quella cui appartiene idealmente il nonno, che scappano per ragioni diverse in
un’unica direzione, miseramente avvilite nel tempo da un “mal di Sicilia”
che a lungo andare annebbia ogni altro scopo di vita. Quella nostalgia che ti
spinge indietro, illuso contro qualunque evidenza che un posto per te, a casa,
dev’esserci ancora.
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