N.52 APRILE-GIUGNO 2005
Prezzo:
5.00 euro
Torna    Aggiungi al carrello...
Nuova pagina 1

Racconti:

Daniele Storti: Fettine; Lorenzo Mercatanti: Il signore è rimasto a letto;

Federico Platania: Stanno arrivando; Anita Chemin Palma: Strade secondarie;

Gianluca Morozzi: Il mondo trema (prima parte)

 

Rubriche:

L’Italia che cambia, di Antonio Pascale

Libri da evitare, di Giancarlo Tramutoli

Recensiamo i recensori, di Elio Paoloni

I mostri, di Primo Fornaciari

Le prove, di Antonio Moresco

Il mondo salvato dai ragazzini, di Barbara Domenichini

 

 

 

Recensioni e interviste:

Paolo Morelli

Paolo Cognetti

Maurizio Torchio

Davide Bregola

Roberto Carvelli

Mauro Covacich

Gianni Paris

Paola Presciuttini

Antonio Pascale

Piersandro Pallavicini

Nuova pagina 2

 

Anita Chemin Palma

Strade secondarie

 

«E adesso chi glielo dice a Giulio?»

«Bella domanda».

La nebbia di ottobre sporcava il parabrezza, spessa e pastosa proprio come gli squadroni di moscerini che in estate affollavano quel medesimo tratto di autostrada. Maxi però guidava veloce sulla corsia di sorpasso, fisso a guardare in avanti, nell’aria scura e nell’attesa di rogne certe. Non si era nemmeno girato alla sua domanda.

«Ma poi che cosa potevamo fare, eh? Dimmelo tu che cosa potevamo fare… Mica glieli potevamo tirare fuori a forza i soldi. Che non aveva, perché era chiaro che non ce li aveva, quello, i soldi».

«Il rateale».

«Eh?»

Maxi parlava come un automa, e guardava avanti. Che tanto era inutile: vedere, non si vedeva proprio niente.

«Giulio ti dirà che gli dovevamo fare il rateale».

«Seee… Certo».

Il guaio era che Maxi aveva ragione. Ulisse lo sapeva: Giulio avrebbe detto proprio così.

«Fagli il rateale, tu, a uno che ha di più di settant’anni, e che se va bene può tirare fuori un euro al mese, se va bene. Hai visto anche tu com’era combinato, no?»

«Mh mh…»

«Ottantamila euro, a rate di un euro il mese, me lo dici quando aveva finito di pagare? Ci va Giulio a proporgli il rateale, se vuole».

Silenzio.

Era incredibile, pensava Ulisse, come si potessero macinare chilometri e chilometri di fianco a una persona – e qui si girò a guardare la mezza faccia di profilo che Maxi, fisso alla strada, gli rivolgeva, rosea nonostante il buio della sera, e tutta morbida come quella di un pupazzo di gommapiuma – pranzare con quella persona nei posti più raminghi e sperduti, ascoltarne le conversazioni private e gli sfoghi estemporanei, eppure non riuscire a capire, in certi momenti, che cosa gli passi per la testa.

Quello era precisamente uno di quei momenti lì.

«Ma tu che cosa avresti fatto?»

«Boh… il commerciale sei tu».

Già. Maxi era l’autista. Che mirava a non esserlo ancora a lungo: forse era questo che gli passava per la testa.

Ulisse incrociò le braccia e si affondò nel sedile: se dovevano essere rogne, meglio fronteggiarle da riposati.

Chiuse gli occhi e cominciò a ripensare agli avvenimenti di quel pomeriggio bugiardo, che si era presentato come una pacifica sequenza di appuntamenti, e finiva invece nel peggiore dei modi: con un invenduto grande come un Tir.

La prima consegna in centro città – palazzetto storico ristrutturato di fresco, soldi veri e distinzione da ottenere a tutti i costi – era stata la grande tela scarlatta di un pittore smodatamente prezzato nelle gallerie di tutto il mondo. Rapporto tra ricavo di vendita e fattori produttivi – ossia tela, più acrilico, più cornice, più tempo di esecuzione – circa mille a uno, ma la gente faceva a gara per dei pezzi così.

Il tizio che lo aveva comprato non aveva nemmeno voluto esaminarlo: seguiva il suggerimento dell’architetto che gli aveva messo su casa, aveva detto. E l’architetto che gli aveva messo su casa era un amico di Giulio, sicché quell’opera non era nemmeno transitata per la televendita ammiraglia del sabato sera, ma era stata piazzata direttamente. Un tipo previdente, l’amico di Giulio: nella boiserie di acero sbiancato che tappezzava il soggiorno di quella magione aveva lasciato giusto giusto lo spazio per la Vibrazione in rosso.

Libretto degli assegni, Dupont maneggiata con indifferenza, scrollata opulenta al cronografo dal cinturino lasco attorno al polso, firma. Mezz’ora in tutto per una provvigione sugosa e facile da mordere come una mela renetta.

Per la seconda prenotazione avevano percorso una ventina di chilometri lungo la provinciale che portava al capoluogo, tra paesotti gonfi di case nuove e lustre come bomboniere di cattivo gusto.

L’appuntamento era con una famigliola al completo: padre, madre, e la figlia che aveva studiato. Teneri nella loro illusione di potersi liberare di una vendita dopo averla richiesta al centralino della tivù locale che trasmetteva le performance di Giulio. Ancora più commoventi nella loro soddisfatta convinzione di possedere qualcosa di prezioso, quando poi si erano decisi all’acquisto e si erano visti consegnare da Ulisse, come se fossero stati dei tesori, quattro litografie che in centinaia di copie identiche stazionavano da tempo nel magazzino della ditta.

Ancora una sessantina di chilometri oltre i confini della provincia per il pezzo forte. Non fosse stato così lontano, magari gli sarebbe anche venuto il sospetto che in quella via secondaria di una città così piccola non ci poteva abitare nessuno capace di fumarsi una cifra simile per un dipinto. E invece Maxi e lui erano finiti nel trappolone come due pivelli delle consegne a domicilio. O meglio: lui ci era finito. Maxi era l’autista, e guidava.

Già trovarlo, il posto, era stata un’impresa. Avevano attraversato tre lotti di urbanizzazione recente e un quartiere anni Sessanta, poi erano finiti a ridosso del cartello di inizio della zona a traffico limitato. Solo allora – e già si era fatto buio – Maxi si era rassegnato a chiedere le indicazioni a qualcuno che li aveva indirizzati dall’altra parte della città, oltre una rotonda con al centro una scultura astratta in alluminio smaltato, e poi su e giù per un cavalcavia sbieco come la rampa di lancio di un’astronave da telefilm. Alla fine avevano trovato la via giusta.

Mentre la percorrevano lentamente cercando di leggere i numeri civici delle abitazioni nella luce fioca dei lampioni stradali, Ulisse aveva potuto ancora sperare che nessuno di quei condomini alti, prefabbricati e stinti corrispondesse alla prenotazione che gli era stata fatta, che all’improvviso si aprisse un varco in quello sciattume, e che in fondo ad una via sontuosamente illuminata sbucasse una bella casa abitata da un benessere adeguato al prezzo che lui avrebbe richiesto per lasciar giù il piccolo olio su tela che teneva sulle ginocchia.

Fecero due vasche lungo lo stradone – nessuno squarcio tra gli edifici, e nessuna visione beneaugurante – poi Maxi parcheggiò e scese per guardare meglio.

«È quello lì» gli disse dopo essere tornato indietro, indicando un condominio fra i tanti, smorto né più né meno di tutti gli altri.

«C’è scritto proprio Frantisk sulla carta autoadesiva vicino al campanello. Al piano terra. Un appartamento al piano terra» aggiunse poi, tanto per peggiorare le cose.

Ulisse non era uscito subito, un barlume di sospetto lo aveva pur attraversato. Avergli dato retta, pensava adesso. Ma in quel caso Giulio avrebbe fatto questione sul non lasciare mai niente di intentato, e sarebbe stato lo stesso. No, è che quando le cose nascono in un certo modo non le raddrizzi neanche se vuoi. Dopo quella breve esitazione, in ogni caso, era sceso, e si era avviato all’interno che Maxi aveva indicato. Al loro scampanellare aveva aperto la porta un vecchio signore imbrillantinato e diffidente – Frantisk, dunque – che li aveva fatti entrare chiedendo subito «Avete portato il quadro?»

Dentro era peggio. Vecchi mobili da cucina e un televisore non proprio dell’ultimo modello arredavano l’unica stanza vissuta di quel mini – al di là di una porta che si apriva di lato, si intravvedeva un accatastamento inestricabile di scatoloni e di giornali impilati in un corridoio – che come finestra aveva una feritoia rettangolare chiusa da una sbarra di metallo sopra la porta d’ingresso.

Istintivamente Ulisse aveva cercato di vedere dove fosse il telefono infernale che li aveva attirati in quel gorgo di fallimento. La sua ultima speranza, ricordava ora, era stata quella di trovarsi davanti ad uno di quegli esemplari umani incomprensibili che consumano una vita di stenti per acquattare sotto il materasso montagne di soldi destinati a fare la felicità di chi li recupera dopo la loro morte. Bisognava andare a vedere, come in una mano di poker.

Frantisk invece era assolutamente inconsapevole – o forse incurante – dell’effetto che l’ingresso in casa sua aveva provocato in loro due. Piuttosto, sembrava impaziente di arrivare al suo scopo, ed era rimasto a fissarlo, avido, finché Ulisse non si era deciso ad estrarre la tela – non grande, un trenta per quaranta – e a girarla verso di lui.

«Sì. Sì» aveva detto allora, allungando le mani e afferrandola delicatamente, ma con una fermezza che non ammetteva impedimenti. Dopo, niente era più esistito. Il vecchio aveva spostato la tela qui e là perché prendesse meglio la scarsa luce, ed era rimasto in piedi a fissarla. Come se si trattasse di un’amante che aveva minacciato di andarsene e invece era tornata, aveva pensato Ulisse. Lui invece non l’aveva nemmeno guardata prima di mettersi in viaggio, o forse sì, e comunque non ci aveva fatto caso. Però la reazione di quell’uomo lo aveva incuriosito, e allora aveva spiato oltre le sue spalle: la veduta di una vecchia città, si sarebbe detto, il limitare di una strada che poi deviava in una via minore – aperta fra case del colore del burro – la quale a sua volta finiva in un altro vicolo di portici angusti e scuri.

«Strade secondarie» aveva mormorato Frantisk. «Cinquant’anni che non lo vedevo da vicino. Anche di più, forse».

Si era girato verso di lui, inaspettatamente amichevole, e aveva continuato, indicando con dei cenni del mento: «Vede qui, e anche lì, la densità del colore? Sembra un pezzo di muro vero, ci si sente il calore dell’interno della stanza. E quel tetto, vede? Tegola su tegola, ogni pennellata è stata data in successione. Nessuna fotografia riuscirebbe in questo».

E neanche il resto, aveva pensato Ulisse;
neanche la voglia che quel quadro ti faceva venire di entrarci e di restare lì se fuori, nel mondo a tre dimensioni, si metteva a piovere. Come se quelle strade smesse fossero una via di scampo dalle cose malriuscite.

«Quando ho sentito il presentatore dire il titolo ho pensato che fosse un falso. Invece no, è proprio quello vero».

Appoggiò la tela sul piano del tavolo che stava in mezzo alla stanza e passò una mano sulla superficie dipinta, piano, sui piccoli rilievi delle campiture di colore, e sulle ombreggiature nervose che davano profondità alle case e ai vicoli.

Che cosa stavano facendo, tutti quanti lì? Che stava succedendo? Ulisse aveva sentito bruscamente l’urgenza di riprendere in mano la situazione. «Mi sembra che lei sia deciso…» aveva detto.

Frantisk si era girato verso di lui dopo un po’, come se gli ci fosse voluto del tempo per ripristinare il contatto con la terra e con i suoi abitanti, e anche allora non sembrava aver capito.

«Per l’acquisto» aveva continuato Ulisse, «la vedo deciso. Sarebbe da stabilire solo il modo di pagamento».

«Chi ha mai parlato di acquisto?»

Ulisse ricordava distintamente la cascata di sgomento che si era sentito piovere dentro a quell’uscita. E la cosa più assurda era che il vecchio si era indignato.

«Non ci ho neanche mai pensato, a comprarlo», aveva quasi gridato. «Le pare che sarei nelle condizioni? E anche se lo fossi, non lo comprerei lo stesso. Io l’ho visto crescere, questo quadro. So dov’era la via, ci abitavamo, io e Hans, e lui ha dipinto la via in cui abitavamo da studenti. Non lo sapevate, vero? Voi con tutti i vostri esperti di chiara fama… Era bravo, lui, era quello vero. E infatti non era mai contento di quello che faceva. Pensava di non valere niente, sono un pittore di quart’ordine, ci diceva, me ne devo convincere, e noi che eravamo i suoi amici a ripetergli che no, che era il migliore di tutti… Non era rimasto soddisfatto neanche di questo capolavoro, che è ancora adesso una meraviglia».

Aveva scrollato la testa.

«Nessuno può avere questo quadro più di quanto non ce l’abbia già io, sempre con me».

E qui Ulisse aveva temuto il peggio, e aveva fatto una rapida ricognizione mentale delle clausole assicurative di cui la ditta beneficiava in materia di danni accidentali e dolosi alle opere portate in visione. Ma Frantisk sembrava non interessarsi più alla tela, anzi se ne era allontanato facendogli il gesto di riprendersela.

«Mi basta così. L’ho visto da vicino. Quel vostro presentatore ha detto che si potevano vedere senza impegno. Mi basta così, se lo porti via».

«Si possono vedere se si ha almeno l’intenzione di comprare, però…»

«E quando mai lo avete detto? Senza impegno, lo avrà ripetuto venti volte quel baccalà che spaccia spatolate di colore per opere d’arte. Me ne ricordo benissimo, sono vecchio, non sono mica scemo».

Altro che proporgli il rateale. Non gli era venuto più niente da dirgli, invece. Avevano reimballato la tela e se ne erano andati nella totale indifferenza dell’uomo, che aveva cominciato a rimettere in ordine il suo angolo cottura e chissà se si era accorto di quando loro due si erano chiusi dietro la porta.

Sospirò a fondo accomodandosi meglio nel posto del passeggero, mentre sentiva Maxi guidare con la calma di sempre ma anche, gli pareva, un compiacimento nuovo. Poi rallentarono, e aprendo gli occhi Ulisse vide che erano arrivati al casello di uscita, vicino al quale sorgeva lo scatolone di muratura azzurra sede della loro emittente.

Dentro, al secondo piano, li accolse la polverosa moquette che rivestiva gli studi, e che in televisione faceva la figura di un’elegante velluto grigio perla. Giulio era in azione sotto le luci incandescenti che lo costringevano a passarsi di quando in quando un asciugamano sul viso sudato, al riparo dalle inquadrature. Tra quell’ultimo lembo di pace e il terremoto c’erano giusto i minuti prima della pausa pubblicitaria. E finirono.

«Allora?». Giulio era madido e rubizzo.

«Tutto bene. L’olio da ottantamila però non l’hanno voluto».

«Che?». Si era fermato con la salvietta a mezz’aria, e la faccia a macchie lucide.

«Un vecchio. Ci ha fatto andare lì per vedere il quadro ma poi non l’ha voluto. Dice che non aveva soldi, e dall’aspetto che aveva era vero».

«E tu non hai insistito?»

«Sì, ma era convinto. Un vecchio pazzo, dovevi vedere…»

Il faccione di gommapiuma si lasciò sfuggire un borbottio.

«Che c’è?». Giulio lo fulminò con un ringhio e un’occhiata brutta.

«Non abbiamo proposto il rateale» fece Maxi, «e forse si poteva».

«Stavo per dirlo io. Perché non gli avete proposto il rateale?»

«E quando finiva di pagare? Quanto poteva tirare fuori? Aveva le pezze al didietro, quello».

«E a te che te ne frega? Finché non ha pagato l’ultima rata la merce non è sua. Lui va in un mondo migliore, noi ci riprendiamo il quadro, e intanto abbiamo tirato su qualcosa. Dico, ma ti sei dimenticato come si fa questo mestiere?» [...continua]