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Anita
Chemin Palma
Strade
secondarie
«E
adesso chi glielo dice a Giulio?»
«Bella
domanda».
La
nebbia di ottobre sporcava il parabrezza, spessa e pastosa proprio come gli
squadroni di moscerini che in estate affollavano quel medesimo tratto di
autostrada. Maxi però guidava veloce sulla corsia di sorpasso, fisso a guardare
in avanti, nell’aria scura e nell’attesa di rogne certe. Non si era nemmeno
girato alla sua domanda.
«Ma
poi che cosa potevamo fare, eh? Dimmelo tu che cosa potevamo fare… Mica glieli
potevamo tirare fuori a forza i soldi. Che non aveva, perché era chiaro che non
ce li aveva, quello, i soldi».
«Il
rateale».
«Eh?»
Maxi
parlava come un automa, e guardava avanti. Che tanto era inutile: vedere, non si
vedeva proprio niente.
«Giulio
ti dirà che gli dovevamo fare il rateale».
«Seee…
Certo».
Il
guaio era che Maxi aveva ragione. Ulisse lo sapeva: Giulio avrebbe detto proprio
così.
«Fagli
il rateale, tu, a uno che ha di più di settant’anni, e che se va bene può
tirare fuori un euro al mese, se va bene. Hai visto anche tu com’era
combinato, no?»
«Mh
mh…»
«Ottantamila
euro, a rate di un euro il mese, me lo dici quando aveva finito di pagare? Ci va
Giulio a proporgli il rateale, se vuole».
Silenzio.
Era
incredibile, pensava Ulisse, come si potessero macinare chilometri e chilometri
di fianco a una persona – e qui si girò a guardare la mezza faccia di profilo
che Maxi, fisso alla strada, gli rivolgeva, rosea nonostante il buio della sera,
e tutta morbida come quella di un pupazzo di gommapiuma – pranzare con quella
persona nei posti più raminghi e sperduti, ascoltarne le conversazioni private
e gli sfoghi estemporanei, eppure non riuscire a capire, in certi momenti, che
cosa gli passi per la testa.
Quello
era precisamente uno di quei momenti lì.
«Ma
tu che cosa avresti fatto?»
«Boh…
il commerciale sei tu».
Già.
Maxi era l’autista. Che mirava a non esserlo ancora a lungo: forse era questo
che gli passava per la testa.
Ulisse
incrociò le braccia e si affondò nel sedile: se dovevano essere rogne, meglio
fronteggiarle da riposati.
Chiuse
gli occhi e cominciò a ripensare agli avvenimenti di quel pomeriggio bugiardo,
che si era presentato come una pacifica sequenza di appuntamenti, e finiva
invece nel peggiore dei modi: con un invenduto grande come un Tir.
La
prima consegna in centro città – palazzetto storico ristrutturato di fresco,
soldi veri e distinzione da ottenere a tutti i costi – era stata la grande
tela scarlatta di un pittore smodatamente prezzato nelle gallerie di tutto il
mondo. Rapporto tra ricavo di vendita e fattori produttivi – ossia tela, più
acrilico, più cornice, più tempo di esecuzione – circa mille a uno, ma la
gente faceva a gara per dei pezzi così.
Il
tizio che lo aveva comprato non aveva nemmeno voluto esaminarlo: seguiva il
suggerimento dell’architetto che gli aveva messo su casa, aveva detto. E
l’architetto che gli aveva messo su casa era un amico di Giulio, sicché
quell’opera non era nemmeno transitata per la televendita ammiraglia del
sabato sera, ma era stata piazzata direttamente. Un tipo previdente, l’amico
di Giulio: nella boiserie di acero sbiancato che tappezzava il soggiorno di
quella magione aveva lasciato giusto giusto lo spazio per la Vibrazione in
rosso.
Libretto
degli assegni, Dupont maneggiata con indifferenza, scrollata opulenta al
cronografo dal cinturino lasco attorno al polso, firma. Mezz’ora in tutto per
una provvigione sugosa e facile da mordere come una mela renetta.
Per
la seconda prenotazione avevano percorso una ventina di chilometri lungo la
provinciale che portava al capoluogo, tra paesotti gonfi di case nuove e lustre
come bomboniere di cattivo gusto.
L’appuntamento
era con una famigliola al completo: padre, madre, e la figlia che aveva
studiato. Teneri nella loro illusione di potersi liberare di una vendita dopo
averla richiesta al centralino della tivù locale che trasmetteva le performance
di Giulio. Ancora più commoventi nella loro soddisfatta convinzione di
possedere qualcosa di prezioso, quando poi si erano decisi all’acquisto e si
erano visti consegnare da Ulisse, come se fossero stati dei tesori, quattro
litografie che in centinaia di copie identiche stazionavano da tempo nel
magazzino della ditta.
Ancora
una sessantina di chilometri oltre i confini della provincia per il pezzo forte.
Non fosse stato così lontano, magari gli sarebbe anche venuto il sospetto che
in quella via secondaria di una città così piccola non ci poteva abitare
nessuno capace di fumarsi una cifra simile per un dipinto. E invece Maxi e lui
erano finiti nel trappolone come due pivelli delle consegne a domicilio. O
meglio: lui ci era finito. Maxi era l’autista, e guidava.
Già
trovarlo, il posto, era stata un’impresa. Avevano attraversato tre lotti di
urbanizzazione recente e un quartiere anni Sessanta, poi erano finiti a ridosso
del cartello di inizio della zona a traffico limitato. Solo allora – e già si
era fatto buio – Maxi si era rassegnato a chiedere le indicazioni a qualcuno
che li aveva indirizzati dall’altra parte della città, oltre una rotonda con
al centro una scultura astratta in alluminio smaltato, e poi su e giù per un
cavalcavia sbieco come la rampa di lancio di un’astronave da telefilm. Alla
fine avevano trovato la via giusta.
Mentre
la percorrevano lentamente cercando di leggere i numeri civici delle abitazioni
nella luce fioca dei lampioni stradali, Ulisse aveva potuto ancora sperare che
nessuno di quei condomini alti, prefabbricati e stinti corrispondesse alla
prenotazione che gli era stata fatta, che all’improvviso si aprisse un varco
in quello sciattume, e che in fondo ad una via sontuosamente illuminata sbucasse
una bella casa abitata da un benessere adeguato al prezzo che lui avrebbe
richiesto per lasciar giù il piccolo olio su tela che teneva sulle ginocchia.
Fecero
due vasche lungo lo stradone – nessuno squarcio tra gli edifici, e nessuna
visione beneaugurante – poi Maxi parcheggiò e scese per guardare meglio.
«È
quello lì» gli disse dopo essere tornato indietro, indicando un condominio fra
i tanti, smorto né più né meno di tutti gli altri.
«C’è
scritto proprio Frantisk sulla carta autoadesiva vicino al campanello. Al piano
terra. Un appartamento al piano terra» aggiunse poi, tanto per peggiorare le
cose.
Ulisse
non era uscito subito, un barlume di sospetto lo aveva pur attraversato. Avergli
dato retta, pensava adesso. Ma in quel caso Giulio avrebbe fatto questione sul
non lasciare mai niente di intentato, e sarebbe stato lo stesso. No, è che
quando le cose nascono in un certo modo non le raddrizzi neanche se vuoi. Dopo
quella breve esitazione, in ogni caso, era sceso, e si era avviato all’interno
che Maxi aveva indicato. Al loro scampanellare aveva aperto la porta un vecchio
signore imbrillantinato e diffidente – Frantisk, dunque – che li aveva fatti
entrare chiedendo subito «Avete portato il quadro?»
Dentro
era peggio. Vecchi mobili da cucina e un televisore non proprio dell’ultimo
modello arredavano l’unica stanza vissuta di quel mini – al di là di una
porta che si apriva di lato, si intravvedeva un accatastamento inestricabile di
scatoloni e di giornali impilati in un corridoio – che come finestra aveva una
feritoia rettangolare chiusa da una sbarra di metallo sopra la porta
d’ingresso.
Istintivamente
Ulisse aveva cercato di vedere dove fosse il telefono infernale che li aveva
attirati in quel gorgo di fallimento. La sua ultima speranza, ricordava ora, era
stata quella di trovarsi davanti ad uno di quegli esemplari umani
incomprensibili che consumano una vita di stenti per acquattare sotto il
materasso montagne di soldi destinati a fare la felicità di chi li recupera
dopo la loro morte. Bisognava andare a vedere, come in una mano di poker.
Frantisk
invece era assolutamente inconsapevole – o forse incurante – dell’effetto
che l’ingresso in casa sua aveva provocato in loro due. Piuttosto, sembrava
impaziente di arrivare al suo scopo, ed era rimasto a fissarlo, avido, finché
Ulisse non si era deciso ad estrarre la tela – non grande, un trenta per
quaranta – e a girarla verso di lui.
«Sì.
Sì» aveva detto allora, allungando le mani e afferrandola delicatamente, ma
con una fermezza che non ammetteva impedimenti. Dopo, niente era più esistito.
Il vecchio aveva spostato la tela qui e là perché prendesse meglio la scarsa
luce, ed era rimasto in piedi a fissarla. Come se si trattasse di un’amante
che aveva minacciato di andarsene e invece era tornata, aveva pensato Ulisse.
Lui invece non l’aveva nemmeno guardata prima di mettersi in viaggio, o forse
sì, e comunque non ci aveva fatto caso. Però la reazione di quell’uomo lo
aveva incuriosito, e allora aveva spiato oltre le sue spalle: la veduta di una
vecchia città, si sarebbe detto, il limitare di una strada che poi deviava in
una via minore – aperta fra case del colore del burro – la quale a sua volta
finiva in un altro vicolo di portici angusti e scuri.
«Strade
secondarie» aveva mormorato Frantisk. «Cinquant’anni che non lo vedevo da
vicino. Anche di più, forse».
Si
era girato verso di lui, inaspettatamente amichevole, e aveva continuato,
indicando con dei cenni del mento: «Vede qui, e anche lì, la densità del
colore? Sembra un pezzo di muro vero, ci si sente il calore dell’interno della
stanza. E quel tetto, vede? Tegola su tegola, ogni pennellata è stata data in
successione. Nessuna fotografia riuscirebbe in questo».
E
neanche il resto, aveva pensato Ulisse;
neanche la voglia che quel quadro ti faceva venire di entrarci e di restare lì
se fuori, nel mondo a tre dimensioni, si metteva a piovere. Come se quelle
strade smesse fossero una via di scampo dalle cose malriuscite.
«Quando
ho sentito il presentatore dire il titolo ho pensato che fosse un falso. Invece
no, è proprio quello vero».
Appoggiò
la tela sul piano del tavolo che stava in mezzo alla stanza e passò una mano
sulla superficie dipinta, piano, sui piccoli rilievi delle campiture di colore,
e sulle ombreggiature nervose che davano profondità alle case e ai vicoli.
Che
cosa stavano facendo, tutti quanti lì? Che stava succedendo? Ulisse aveva
sentito bruscamente l’urgenza di riprendere in mano la situazione. «Mi sembra
che lei sia deciso…» aveva detto.
Frantisk
si era girato verso di lui dopo un po’, come se gli ci fosse voluto del tempo
per ripristinare il contatto con la terra e con i suoi abitanti, e anche allora
non sembrava aver capito.
«Per
l’acquisto» aveva continuato Ulisse, «la vedo deciso. Sarebbe da stabilire
solo il modo di pagamento».
«Chi
ha mai parlato di acquisto?»
Ulisse
ricordava distintamente la cascata di sgomento che si era sentito piovere dentro
a quell’uscita. E la cosa più assurda era che il vecchio si era indignato.
«Non
ci ho neanche mai pensato, a comprarlo», aveva quasi gridato. «Le pare che
sarei nelle condizioni? E anche se lo fossi, non lo comprerei lo stesso. Io
l’ho visto crescere, questo quadro. So dov’era la via, ci abitavamo, io e
Hans, e lui ha dipinto la via in cui abitavamo da studenti. Non lo sapevate,
vero? Voi con tutti i vostri esperti di chiara fama… Era bravo, lui, era
quello vero. E infatti non era mai contento di quello che faceva. Pensava di non
valere niente, sono un pittore di quart’ordine, ci diceva, me ne devo
convincere, e noi che eravamo i suoi amici a ripetergli che no, che era il
migliore di tutti… Non era rimasto soddisfatto neanche di questo capolavoro,
che è ancora adesso una meraviglia».
Aveva
scrollato la testa.
«Nessuno
può avere questo quadro più di quanto non ce l’abbia già io, sempre con me».
E
qui Ulisse aveva temuto il peggio, e aveva fatto una rapida ricognizione mentale
delle clausole assicurative di cui la ditta beneficiava in materia di danni
accidentali e dolosi alle opere portate in visione. Ma Frantisk sembrava non
interessarsi più alla tela, anzi se ne era allontanato facendogli il gesto di
riprendersela.
«Mi
basta così. L’ho visto da vicino. Quel vostro presentatore ha detto che si
potevano vedere senza impegno. Mi basta così, se lo porti via».
«Si
possono vedere se si ha almeno l’intenzione di comprare, però…»
«E
quando mai lo avete detto? Senza impegno, lo avrà ripetuto venti volte quel
baccalà che spaccia spatolate di colore per opere d’arte. Me ne ricordo
benissimo, sono vecchio, non sono mica scemo».
Altro
che proporgli il rateale. Non gli era venuto più niente da dirgli, invece.
Avevano reimballato la tela e se ne erano andati nella totale indifferenza
dell’uomo, che aveva cominciato a rimettere in ordine il suo angolo cottura e
chissà se si era accorto di quando loro due si erano chiusi dietro la porta.
Sospirò
a fondo accomodandosi meglio nel posto del passeggero, mentre sentiva Maxi
guidare con la calma di sempre ma anche, gli pareva, un compiacimento nuovo. Poi
rallentarono, e aprendo gli occhi Ulisse vide che erano arrivati al casello di
uscita, vicino al quale sorgeva lo scatolone di muratura azzurra sede della loro
emittente.
Dentro,
al secondo piano, li accolse la polverosa moquette che rivestiva gli studi, e
che in televisione faceva la figura di un’elegante velluto grigio perla.
Giulio era in azione sotto le luci incandescenti che lo costringevano a passarsi
di quando in quando un asciugamano sul viso sudato, al riparo dalle
inquadrature. Tra quell’ultimo lembo di pace e il terremoto c’erano giusto i
minuti prima della pausa pubblicitaria. E finirono.
«Allora?».
Giulio era madido e rubizzo.
«Tutto
bene. L’olio da ottantamila però non l’hanno voluto».
«Che?».
Si era fermato con la salvietta a mezz’aria, e la faccia a macchie lucide.
«Un
vecchio. Ci ha fatto andare lì per vedere il quadro ma poi non l’ha voluto.
Dice che non aveva soldi, e dall’aspetto che aveva era vero».
«E
tu non hai insistito?»
«Sì,
ma era convinto. Un vecchio pazzo, dovevi vedere…»
Il
faccione di gommapiuma si lasciò sfuggire un borbottio.
«Che
c’è?». Giulio lo fulminò con un ringhio e un’occhiata brutta.
«Non
abbiamo proposto il rateale» fece Maxi, «e forse si poteva».
«Stavo
per dirlo io. Perché non gli avete proposto il rateale?»
«E
quando finiva di pagare? Quanto poteva tirare fuori? Aveva le pezze al didietro,
quello».
«E
a te che te ne frega? Finché non ha pagato l’ultima rata la merce non è sua.
Lui va in un mondo migliore, noi ci riprendiamo il quadro, e intanto abbiamo
tirato su qualcosa. Dico, ma ti sei dimenticato come si fa questo mestiere?»
[...continua]
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