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Grazia Verasani
Alla fine del corso
Il tuo cazzo, amore, è un po’ di
tempo che ha una personalità multipla. Ne ho parlato con il mio analista, che
pratica anche l’ipnosi. Anche se va contro la sua etica professionale, mi ha
spiegato come ipnotizzare Bundy – sì, be’, ora lo chiamo Bundy come quel
serial killer americano che mordeva le natiche delle sue studentesse. Vedrai,
presto scoprirò qual è l’alter ego che si è improvvisamente impossessato di
te. Scusami se sono arrivata a questo punto, ma Bundy da molti mesi non
distingue più il bene dal male, certe notti è Jekill e certe altre è Hyde, e
io non so più che pesci pigliare.
Senza dirti niente, mi sono iscritta a
un corso serale con Tina. Anche lei ha i miei stessi problemi con John Wayne,
cioè col pene di suo marito, lei lo chiama così. Da quando lui si è spento
sessualmente, lei gli sussurra all’orecchio "Cavalcami, cowboy", e
ogni tanto funziona: di notte, lui appoggia sul comodino la settimana
enigmistica e John Wayne scorrazza libero per le praterie. Ti dicevo. Con Tina
tutti i martedì andiamo al corso del pompino, e scusami se ti ho detto una
bugia, che frequento un corso di ceramica. Vado da Samantha, una squillo di
lusso, una che fa marchette negli hotel quando ci sono meeting e conferenze. Ha
un’ottima clientela: liberi professionisti, manager, imprenditori. Insomma, è
una che ce l’ha fatta, una che ha un certo successo, e adesso tiene persino
dei corsi.
Io e Tina pendiamo dalle sue labbra e
ci appuntiamo su un quaderno tutti i suoi consigli. Il pompino è un’arte, ci
ha detto alla prima lezione. Io, che sono molto diligente, ho scritto questa
frase su tutte le pagine del quaderno, e la ripeto anche sull’autobus, a volte
a voce alta. Io penso che se riuscissi a farti il pompino del secolo, Bundy non
avrebbe più bisogno di passare dalla bocca della tua assistente a quella della
nostra domestica, e io non troverei macchie di rossetto sul prepuzio.
Ultimamente poi, c’è sempre quel sapore di lucidalabbra alla fragola, così liceale,
così stucchevole, forse è di una delle tue studentesse, una che compra i
cosmetici nei grandi magazzini. D’altronde fai il professore e le occasioni
non ti mancano. Si sa che le ragazze subiscono il fascino della cultura. Ma non
me la prendo. Lo sai, ho un carattere mite. Quando esci di casa con la boccetta
di Viagra in una tasca, io mi stendo sul divano e leggo Galimberti. Lui mi tira
su. Insomma, cerco di capirci qualcosa. Ma adesso anche Galimberti si ripete,
quello che doveva dire lo ha già detto, e io non ho trovato di meglio da fare
che iscrivermi al corso del pompino.
Davvero un bel corso, imparo un sacco
di cose. Siamo tutte donne, naturalmente, Ognuna col suo cazzo di gomma sul
banco a fare esperimenti. Samantha passa e ci corregge, ma mai che ci bacchetti
sulle mani se sbagliamo. Te lo giuro, non consegno mai il compito in bianco. Mi
applico, mi impegno. Alla fine del corso, appenderò il diploma nel tuo studio e
tu sarai orgoglioso di me.
Non so se ti ricordi, ma da giovane non
ero niente male. Quando lo facevamo in macchina o sui prati, il sesso era una
sagra di paese, una cena a pane e salame. Bei tempi, amore, quando Bundy aveva
il colore delle pesche e il profumo del sapone di Marsiglia. Io chiudevo gli
occhi, il mio palato era il soffitto viola della canzone e mi sentivo come l’attrice
di Gola profonda.
Quando Bundy gocciolava –
questo non puoi negarlo – ho sempre deglutito senza fare una piega. Mai stata
schizzinosa, mai avuto un solo conato di vomito in vent’anni! Bevevo la parte
più profonda di te come cioccolato bianco fuso, perché se ami la testa di un
uomo ami anche il suo uccello. Mi ha raccontato storie, il tuo uccello, che
nemmeno il romanziere più fantasioso è mai riuscito a scrivere. Storie
rocambolesche, storie ‘alla Rabelais’. Un vero guitto, un burattinaio di
strada, un ragazzaccio che si infilava nei miei bassifondi, nei miei vicoli
ciechi, calciandomi dentro come Platini, e dandomi una scossa che mi faceva
scendere le lacrime dagli occhi e mi ammutoliva. Tu eri contento perché non
parlavo più. No, nessuna parola. Solo grancassa e tastiera. Tu ci mettevi la
ritmica e io la melodia. E si andava avanti così, a suonare tutta la notte la
nostra jam session improvvisata.
Eh, bei tempi, amore. Torneranno.
Abbi pazienza, torneranno. Il corso, in fondo, dura solo tre mesi…
© Grazia Verasani 2005
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