N.53 LUGLIO-SETTEMBRE 2005
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5.00 euro
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Sommario

Andrea D’Agostino, Manca l’acqua
Gli ultimi giorni di Lucio Battisti di Igino Domanin (A. Paolacci)
Mentre dorme il pescecane di Milena Agus (T. Lorini)
Alessandra Buschi, Ali
È dolcissimo non appartenerti più di Sandro Campani (S. Rotino)
Gregorio Vasta, L’urbanistica spiegata agli innocenti
L’ordine dell’addio di Emilia B. Cirillo (S. Rotino)
«Libri da evitare», di Giancarlo Tramutoli
Grazia Verasani, Alla fine del corso
Di sesso femminile di Karine Tuil (A. Buschi)
«Barbera editore», di Michele Governatori
A tempo perso viviamo tutti i giorni di Ronnie Pizzo
(S. Rotino)
«Recensiamo i recensori» (7), di Elio Paoloni
«Pretty in Pink» (4), di Piersandro Pallavicini
L’era del porco di Gianluca Morozzi (M. Governatori)
Michele Governatori, Metano
Zolle di Marco Drago (P. Valpreda)
Giuseppe Sampognaro, Improvvisi
«Il mondo salvato dai ragazzini» (3), di Barbara Domenichini
Last Love Parade di Marco Mancassola (S. Spagnolo)
«Le prove» (10), di Antonio Moresco
Gianluca Morozzi, Il mondo trema (seconda parte)
Lo sbrego, di Antonio Moresco (A. Barbieri)

 

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Grazia Verasani
Alla fine del corso

Il tuo cazzo, amore, è un po’ di tempo che ha una personalità multipla. Ne ho parlato con il mio analista, che pratica anche l’ipnosi. Anche se va contro la sua etica professionale, mi ha spiegato come ipnotizzare Bundy – sì, be’, ora lo chiamo Bundy come quel serial killer americano che mordeva le natiche delle sue studentesse. Vedrai, presto scoprirò qual è l’alter ego che si è improvvisamente impossessato di te. Scusami se sono arrivata a questo punto, ma Bundy da molti mesi non distingue più il bene dal male, certe notti è Jekill e certe altre è Hyde, e io non so più che pesci pigliare.

Senza dirti niente, mi sono iscritta a un corso serale con Tina. Anche lei ha i miei stessi problemi con John Wayne, cioè col pene di suo marito, lei lo chiama così. Da quando lui si è spento sessualmente, lei gli sussurra all’orecchio "Cavalcami, cowboy", e ogni tanto funziona: di notte, lui appoggia sul comodino la settimana enigmistica e John Wayne scorrazza libero per le praterie. Ti dicevo. Con Tina tutti i martedì andiamo al corso del pompino, e scusami se ti ho detto una bugia, che frequento un corso di ceramica. Vado da Samantha, una squillo di lusso, una che fa marchette negli hotel quando ci sono meeting e conferenze. Ha un’ottima clientela: liberi professionisti, manager, imprenditori. Insomma, è una che ce l’ha fatta, una che ha un certo successo, e adesso tiene persino dei corsi.

Io e Tina pendiamo dalle sue labbra e ci appuntiamo su un quaderno tutti i suoi consigli. Il pompino è un’arte, ci ha detto alla prima lezione. Io, che sono molto diligente, ho scritto questa frase su tutte le pagine del quaderno, e la ripeto anche sull’autobus, a volte a voce alta. Io penso che se riuscissi a farti il pompino del secolo, Bundy non avrebbe più bisogno di passare dalla bocca della tua assistente a quella della nostra domestica, e io non troverei macchie di rossetto sul prepuzio. Ultimamente poi, c’è sempre quel sapore di lucidalabbra alla fragola, così liceale, così stucchevole, forse è di una delle tue studentesse, una che compra i cosmetici nei grandi magazzini. D’altronde fai il professore e le occasioni non ti mancano. Si sa che le ragazze subiscono il fascino della cultura. Ma non me la prendo. Lo sai, ho un carattere mite. Quando esci di casa con la boccetta di Viagra in una tasca, io mi stendo sul divano e leggo Galimberti. Lui mi tira su. Insomma, cerco di capirci qualcosa. Ma adesso anche Galimberti si ripete, quello che doveva dire lo ha già detto, e io non ho trovato di meglio da fare che iscrivermi al corso del pompino.

Davvero un bel corso, imparo un sacco di cose. Siamo tutte donne, naturalmente, Ognuna col suo cazzo di gomma sul banco a fare esperimenti. Samantha passa e ci corregge, ma mai che ci bacchetti sulle mani se sbagliamo. Te lo giuro, non consegno mai il compito in bianco. Mi applico, mi impegno. Alla fine del corso, appenderò il diploma nel tuo studio e tu sarai orgoglioso di me.

Non so se ti ricordi, ma da giovane non ero niente male. Quando lo facevamo in macchina o sui prati, il sesso era una sagra di paese, una cena a pane e salame. Bei tempi, amore, quando Bundy aveva il colore delle pesche e il profumo del sapone di Marsiglia. Io chiudevo gli occhi, il mio palato era il soffitto viola della canzone e mi sentivo come l’attrice di Gola profonda.

Quando Bundy gocciolava – questo non puoi negarlo – ho sempre deglutito senza fare una piega. Mai stata schizzinosa, mai avuto un solo conato di vomito in vent’anni! Bevevo la parte più profonda di te come cioccolato bianco fuso, perché se ami la testa di un uomo ami anche il suo uccello. Mi ha raccontato storie, il tuo uccello, che nemmeno il romanziere più fantasioso è mai riuscito a scrivere. Storie rocambolesche, storie ‘alla Rabelais’. Un vero guitto, un burattinaio di strada, un ragazzaccio che si infilava nei miei bassifondi, nei miei vicoli ciechi, calciandomi dentro come Platini, e dandomi una scossa che mi faceva scendere le lacrime dagli occhi e mi ammutoliva. Tu eri contento perché non parlavo più. No, nessuna parola. Solo grancassa e tastiera. Tu ci mettevi la ritmica e io la melodia. E si andava avanti così, a suonare tutta la notte la nostra jam session improvvisata.

Eh, bei tempi, amore. Torneranno. Abbi pazienza, torneranno. Il corso, in fondo, dura solo tre mesi…

© Grazia Verasani 2005