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Prefazione da non buttare via
di Giulio Mozzi
Nel novembre del 2004
si è svolto a Perugia, nell’ambito della manifestazione Umbrialibri, un
Laboratorio di scrittura e narrazione dedicato ai rifiuti.
La cosa, almeno all’apparenza, non è del tutto normale; e quindi a me, in
qualità di conduttore del laboratorio e di curatore (con Mauro Pianesi) di
questo libretto, toccano l’onere e l’onore di spiegarla.
Prima premessa. Una delle cose che la Letteratura fa, è: descrivere il mondo.
Il mondo è fatto di tante cose: tra queste, di rifiuti. Quindi ha senso un
laboratorio di scrittura e narrazione dedicato ai rifiuti. Ciascuno di noi
produce ogni giorno una certa quantità di rifiuti, e ogni giorno dedica una
certa quantità di tempo a gestirli: li mette nelle pattumiere di casa (l’umido
qui, il secco non riciclabile lì, la plastica da una parte, la carta dall’altra),
li conferisce (meraviglioso verbo trovato dalla burocrazia) nei
cassonetti e nei bidoni, li abbandona alle ore stabilite fuori della porta di
casa, e così via.
In un vecchio numero della Settimana enigmistica, nella celebre rubrica
«Strano ma vero», una volta lessi quante ore della nostra vita spendiamo, in
media, a sbattere le palpebre negli occhi. Non mi ricordo quante ore fossero: mi
ricordo che era un numero strabiliante di ore. Nelle scorse settimane, mentre
lavoravo alla scelta e alla cura dei testi da pubblicare, e rimuginavo le cose
da dire in questa prefazione, ho provato a tener conto del tempo che dedicavo
alla spazzatura.
Più o meno, ventidue minuti al giorno. Ipotizzando quarant’anni di vita
attiva (quand’ero piccolo non mi curavo di gestire la spazzatura, mi limitavo
a produrla; e mi auguro che quando sarò vecchio qualcuno mi solleverà da
questa incombenza) saltano fuori 5.353 ore, ovvero 223 giorni. Per migliorare il
paragone: un lavoratore che lavori quaranta ore per settimana e faccia un mese
di ferie l’anno, lavora in un anno 5.775 ore. In una vita dedichiamo 0,926
anni lavorativi a gestire la spazzatura (e il conto che ho fatto è moderato).
Conclusione: i rifiuti, la spazzatura, sono una parte importante della nostra
vita. La Letteratura non può ignorarla.
Seconda premessa. Che cosa si fa in un Laboratorio di scrittura e narrazione? La
risposta giusta è: «Dipende». Un Laboratorio di scrittura e narrazione può
essere dedicato alla Narratologia applicata, agli Esercizi di stile, ai Giochi
verbali, alla Retorica ristretta e/o allargata, alla Descrizione, al Punto di
vista, al Colpo di scena, al Dialogo, alla Formazione dei personaggi, all’Ambientazione,
alla Trama e all’Intreccio, e così via.
Si fanno queste cose, in un Laboratorio di scrittura e narrazione, se si pensa
che la scrittura e la narrazione siano delle Tecniche: che si studiano
diligentemente e si apprendono con il paziente esercizio.
Ma si può anche pensare che la scrittura e la narrazione siano delle Pratiche
per mezzo delle quali entriamo in relazione con il mondo e con le altre persone.
In questo caso, tutti gli Argomenti di cui sopra diventano materie secondarie e
facoltative.
In effetti, dopo dodici anni di più o meno onorata pratica della Letteratura, e
dopo altrettanti anni di più o meno onorata pratica di Insegnamento della
scrittura e della narrazione, sono arrivato a concludere questo: che è del
tutto inutile, se non nell’ambito delle scritture Funzionali, Legali,
Aziendali, Ministeriali et similia, mettersi a discettare sulle Tecniche.
La scrittura e la narrazione nascono, come tante altre cose, dalla Meraviglia e
dal desiderio di condividerla.
Terza premessa. Se intendiamo la scrittura e la narrazione come Tecniche, allora
il nome giusto per il complesso delle Tecniche è: Retorica. Se invece
intendiamo la scrittura e la narrazione come Pratiche della Meraviglia e della
condivisione della Meraviglia, allora il nome giusto per il complesso delle
Pratiche è: Profezia.
Per «Profezia» intendo: l’arte di vedere ciò che sta sotto gli occhi e di
dire al nostro prossimo: «Ehi, guarda! C’è quella cosa lì!»
È profeta non chi vede il futuro (non si può vedere il futuro: si
possono fare, al massimo, delle stime metodologicamente corrette), bensì chi
vede il presente. I profeti biblici non erano profeti perché dicessero al
popolo d’Israele: «Guardate che accadrà questo», ma perché dicevano:
«Guardate che cosa siete».
Prima conclusione. Un Laboratorio di scrittura e narrazione è quindi, piaccia o
non piaccia, un Laboratorio di Profezia. E se la cosa pare strana, non so che
farci.
Cronistoria, uno. Quando Mauro Pianesi – che lavora presso il servizio
Attività culturali della Regione Umbria – mi telefonò proponendomi di
condurre un Laboratorio di scrittura e narrazione nel contesto di Umbrialibri,
conversammo un po’ per definirne i possibili contenuti. Mauro sapeva che avevo
appena finito di condurre, a Bolzano, un laboratorio dedicato ai supermercati1.
Cercammo di trovare un oggetto interessante sul quale far posare gli occhi dei
nostri Aspiranti Profeti (degli iscritti al Laboratorio, intendo). Doveva essere
o un oggetto di quelli che si hanno sempre sotto gli occhi, o un oggetto di
quelli che non si guardano mai – che si cerca di non guardare, di non vedere.
Per la prima specie, pensammo ai trasporti pubblici2.
Per la seconda specie, Mauro propose i rifiuti. I rifiuti, subito, ci sembrarono
più interessanti. E, diceva Mauro, probabilmente l’azienda Gesenu di Perugia
(Gestione Servizi di Nettezza Urbana, società per azioni a capitale misto
pubblico-privato fondata nel 1980 tra il Comune di Perugia e il Gruppo Sorain
Cecchini), avrebbe trovata interessante la cosa: perché, diceva, era un’azienda
molto attenta alla comunicazione – anche in forme innovative – e all’educazione
ambientale.
E così fu. Colgo l’occasione per ringraziare l’azienda Gesenu, che ha
contribuito economicamente alla produzione di questo libro, e in particolare le
persone che ci hanno accompagnati nelle visite all’Impianto di selezione di
Ponte Rio e all’Impianto di compostaggio (adiacente alla Discarica
controllata) di Pietramelina, spiegandoci molte cose con molta pazienza. Chi
volesse saperne di più sull’azienda Gesenu, può cominciare dando un’occhiata
in rete. L’indirizzo è: http://www.gesenu.it.
Cronistoria, due. Che cosa abbiamo fatto, dunque, durante i tre giorni del
Laboratorio? Niente di speciale. Siamo andati a visitare gli impianti. I testi Descrizione
della gita, di Barbara Pilati e Il gesto del rifiuto di Mara L.
Alunni, che trovate nelle pagine di questo libro, raccontano un po’ – e
assai diversamente – la nostra escursione.
Ci siamo guardati intorno. Abbiamo imparato cose che non sapevamo. Abbiamo
diligentemente preso appunti, abbiamo scattato fotografie con le macchine
fotografiche digitali, abbiamo fatto domande. Abbiamo guardato tutto, toccato
tutto, annusato (con cautela) tutto.
La visita all’Impianto di compostaggio, nel buio illuminato dalle luci di
servizio, mentre una leggera pioggerella un po’ cadeva e un po’ smetteva, è
stata quasi magica.Cronistoria, tre. Tornati in aula, che cosa abbiamo fatto? Di
nuovo, niente di speciale. Abbiamo cominciato con la solita domanda: «Che cosa
possiamo raccontare?». Abbiamo abbozzato a voce progetti di racconti, e li
abbiamo discussi. Qualcuno ha trovato anche il tempo, nei tre giorni di
laboratorio, di mettere già qualcosa nero su bianco: e abbiamo letto e
discusso. Ci siamo interrogati sulle sensazioni provate durante la gita. Ci
siamo domandati: «Ma noi, dei rifiuti, che cosa ne sappiamo?». Abbiamo,
inevitabilmente, esplorato il potenziale allegorico dei rifiuti.
E ci siamo lasciati con l’impegno di scrivere.
Precisazione. La domanda è: «Ma durante un Laboratorio di scrittura, non si
dovrebbe scrivere?». La risposta è: «Magari sì, un poco. Ma se si sta
insieme tre giorni, e in quei giorni si fa anche un’esperienza tutta
particolare come quella che abbiamo fatta, è difficile trovare non dico il
tempo, ma anche la voglia di subito scrivere, subito fermare, subito narrare».
Le esperienze, anche quelle provocate ad arte (è il caso nostro) devono essere
un po’ digerite.
Questo libro, uno. Questo libro raccoglie dunque alcuni dei testi prodotti, nei
mesi successivi al laboratorio, da quei partecipanti che hanno avuto voglia e
tempo di scrivere. Alcuni di questi testi erano già stati discussi, come
progetto di scrittura, nei giorni del Laboratorio. Altri sono stati discussi con
scambi di posta elettronica (per quel che si può discutere in questo modo). Su
tutti i testi che, alla fin fine, mi sono sembrati abbastanza interessanti da
meritare la pubblicazione, ho fatto un leggero lavoro di edizione: una virgola
qui, un aggettivo lì, un alleggerimento qua, uno sveltimento là.
Ho escluso alcuni testi perché mi sembravano meno interessanti o,
semplicemente, non riusciti.
Istruzioni per la Lettrice e il Lettore. Cara Lettrice, caro Lettore: in questo
libro non troverai nessun Capolavoro. Alcuni testi sono più riusciti, altri
meno. Di un paio oserei dire che mi sembrano proprio belli. Di un paio d’altri
oserei dire, al massimo, che mi sembrano così così. Ma non è questo il
punto.
Il punto è che tutti questi racconti, sia quelli proprio belli sia quelli
semplicemente ben riusciti sia quelli così così, vi propongono qualcosa
che può servirvi. Tutti questi racconti, nel loro piccolo, azzardano una minima
Profezia. Tutti questi racconti tentano di rivolgere il vostro sguardo in una
direzione inusuale, su un oggetto inusuale, con una inclinazione inusuale.
Quindi tutti questi racconti, credo, vi sono utili. Tenetene conto.
Questo libro, due. Alcuni racconti parlano esplicitamente di rifiuti,
spazzatura, riciclaggio, compostaggio. Altri racconti sembrano parlare d’altro.
Un paio di giorni fa un amico mi ha domandato: «Ma tu, pensi di essere
immortale?»
Ho risposto: «Non so. In fondo io non sono altro che uno strumento per mezzo
del quale alcune sostanze tentano di riprodursi, di destrutturarsi o di
combinarsi con altre sostanze. Se questa è immortalità, sono immortale».
Credo che questi racconti ci parlino, ciascuno a modo suo, di una qualche sorta
di immortalità – o della perdita dell’immortalità. Non è possibile
pensare seriamente ai rifiuti e al loro trattamento senza farsi prendere da un
trip cosmologico. Nulla si distrugge, tutto si trasforma, è intitolato
il racconto di Maria Cristina Ceccarelli. E non è questo un modo di immaginare
non solo il mondo nel quale viviamo, ma anche tutto il cosmo?
L’uomo ha il mondo. Ne prende delle parti, le trasforma per il proprio utile.
Queste parti sembrano uscire dal mondo: anche quando all’uomo non servono
più, e le abbandona, non riescono a reimmettersi nel ciclo di distruzione e
trasformazione. Allora l’uomo è costretto a rivolgersi a loro, a farsi
responsabile della loro reimmissione nel ciclo di distruzione e trasformazione.
Finché le parti del mondo tolte dal mondo vengono restituite al mondo: l’asse
ridiventa albero, il cemento si polverizza nell’humus, la plastica è
scomposta nelle sue molecole.
Non è forse qui, nel restituire al mondo ciò che gli ha tolto, che l’uomo
davvero si dimostra capace di creare?
Conclusione. I testi sono disposti secondo l’ordine alfabetico degli autori. L’ordine
è violato da Piccolo gioco a risposta multipla di Nicoletta Retico: che
ho collocato in fondo, come una sorta di «test di comprensione».
Buona lettura.
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