N.56 APRILE-GIUGNO 2006
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Nuova pagina 2

Sommario

Teo Lorini, Mexico e nuvole

Pasolini di Davide Toffolo (A. Paolacci)

Sorvegliato dai fantasmi di Gabriele Dadati (G. Mercadante)

Un anno di corsa di Giovanni Accardo (S. Rotino)
«Libri da evitare», di Giancarlo Tramutoli

Matteo Bertone, False partenze

Michele Governatori, Spaghetti allo scoglio

Dicono di Clelia di Remo Bassini (A. Buschi)

L'amore degli insorti di Stefano Tassinari (T. Lorini)

«Confessioni di una blog dipendente» (1), di Silvana Rigobon

Anita Chemin Palma, Fedora

Nodo al pettine di Gianluca Mercadante (E. Battista)

Annarosa Pederzoli, Password

La gang dei senza amore di Antonio Iovane (M. Governatori)

Nel paese di Tolintesàc di Cristiano Cavina, (S. Spagnolo)

Remo Bassini, Lo scommettitore

Lea Schiavi, la donna che sapeva troppo di Massimo Novelli (R. Bassini)

Esperimenti di felicità provvisoria di Matteo B. Bianchi (T. Lorini)

«Il mondo salvato dai ragazzini» (6), di Barbara Domenichini

Gianluca Morozzi, Il mondo trema (quinta parte)

Nuova pagina 1

Teo Lorini
Mexico e nuvole

Questa storia doveva cominciare in un altro modo. Come in certi sogni, con un bacio in una sera di pioggia, labbra che si schiudono, cuori che battono vicini appoggiati alla spalletta di un ponte. Non così, tre squilli nel cuore della notte. Ce ne sono già troppe di storie così, tutte più belle di questa.

Ero andato a letto tardi, e nel sogno non c’erano denti bianchi o luce di luna tra le nuvole, e neanche Nina a sussurrare con la sua voce un po’ roca. C’era tutta una complicazione di pistole, sigari e bar fumosi, nel mio sogno. C’era un piano che suonava, voci incazzate e, d’improvviso, gli squilli del telefono.

Ho capito subito che era lei. È l’unica che chiama dopo le tre.

«Ciao, Luca», ha sbuffato. È strana questa cosa, la fa solo al telefono: parla sempre in una specie di sospiro, come se fosse stufa. Mi fa venire in mente una foto che ho visto nella sua borsa. C’è lei, bambina, in mezzo a questa squadra di ragazzini, e dietro di loro il castello di Gardaland. Tutti gli altri mostriciattoli fanno la stessa tremenda parodia di sorriso, un migliaio di denti. Solo lei guarda dritta in camera con la faccia annoiata e gli angoli della bocca all’ingiù. Quando risponde al telefono, io me la immagino sempre così. Un fumetto sopra la testa con scritto: E allora?

«Lavori domani sera?», me lo chiede tutte le volte.

«Io faccio la domenica, Nina», le ho risposto con la voce tutta appiccicosa: «da noi è la regola: niente serate nel weekend per chi si becca il bordello della domenica».

«Bene», stavolta non l’ho sentito, il sospiro di Nina, ma forse è perché ero ancora insonnolito: «Allora preparati per le otto».

«Come?», non ero sicuro di aver capito bene, cercavo di dare un senso a quella frase, ma continuavo a rivedere il bar del mio sogno: «Vuoi cenare qui? Rubo un film in negozio? Due? Tre per due??».

«Scemo», la sentivo ridere: «il film che voglio io, lo possiamo vedere solo al cinema. Tu fatti trovare pronto. E adesso torna a letto».

«Non stavo mica dormendo!».

«Come vuoi tu». Clic.

Sono rimasto un po’ a sentire il tutututu della linea. Avevo voglia di slucchettare il motorino e andare a veder l’alba al Monte Stella. Poi mi è venuto in mente che avevo meno di sei ore prima del mio turno da mr. Block e mi sono sdraiato a ripensare.

Vengo a prenderti? andiamo al cinema? noi due? Tipo: uscire insieme?

Ho conosciuto Nina tre mesi fa, una festa dalle parti di piazzale Libia. Dal negozio mi avevano mollato con mezz’ora di ritardo. Ricarica frighi. Pizze, häagen-dazs, buste di pasta surgelata... Restare lì oltre il mio turno è una cosa che mi fa andare ai matti. Con una canna in motorino l’incazzatura è diventata solo noia. Alla festa c’era un sacco di gente, ma dopo due ore sbadigliavo come mio papà quando guarda il telegiornale. Ero su un pouf in anticamera, guardavo di sotto in su due tipe che parlavano di un viaggio, non mi ricordo neanche dove. Poi s’è avvicinata una ragazza piccola, con gli zigomi alti e un brillantino sulla narice sinistra. Senza rivolgersi a nessuno di speciale, ha detto: «Vado verso il centro, vi serve un passaggio?». Aveva un tono annoiato e due minuscole fossette agli angoli della bocca. Ho pensato d’un tratto che quella specie di sorriso era la prima cosa interessante da due settimane. Prima di accorgermene, le avevo risposto: «Io sto verso la Darsena, posso venire con te?».

Aveva una micra verde. Mai viste di quel colore. L’ho presa in giro e lei si è messa a ridere. Io sono salito e ho tirato su la prima canna. Abbiamo continuato così, ridere e guidare, finché è finito il fumo. Ne abbiam comprato ancora e siamo rimasti ad aspettare l’alba in un parchetto microscopico dietro via Foppa.

Nina ha dato l’ultimo tiro e poi mi ha chiesto: «Dài che ti porto a casa: dove andiamo?».

« Piazza Libia?», ho proposto ridendo: «Il motorino l’ho lasciato lì...».

Nina si è voltata e mi ha baciato.

Ci vediamo quasi tutti i giorni, però non siamo mai usciti. Mai in senso canonico: vengo a prenderti, ti porto a cena, al parco a passeggiare. È vietato. Da lei non ho neppure messo piede, mai. So solo che sta in una villetta verso San Siro. Una di quelle case a due piani, col muro di cinta e il giardino. C’è pieno di verde, da quelle parti, non par neanche di stare a Milano. Una notte che giravamo in macchina ci siamo passati davanti e lei me l’ha indicata. Mi ha detto che c’è anche la piscina, ma io ho visto solo un gran cancello.

Non ci sono più tornato.

Il problema è suo babbo. Personaggio singolare. Va a messa tutti i giorni; in compenso però lavora anche di domenica. Messa e lavoro, ufficio e chiesa. Lui e Nina si vedono pochissimo, ma ogni volta sono risse, urla e porte che sbattono. Per questo hanno fatto una specie di tregua armata. È come se si fossero messi d’accordo per tenere le litigate sotto il livello di guardia. Discutono per le cazzate: il corso di teatro, quando torni, troppe ore al telefono, mangia le verdure. Le questioni più importanti invece restano in sospeso: le multe, dove vai in vacanza, in chiesa ci vai, che persone frequenti.

Io sto lì in mezzo, da qualche parte a metà strada tra le Cazzate e le Questioni Importanti. Da come la vedo io, il mio posto è in Persone che Frequenti, ma Nina non la pensa così. Per lei io sto fra Teatro e Telefonate Fiume.

Non c’entra il fatto di uscire o stare in casa, andare in giro in macchina o cenare a lume di candela. Alla fine non cambia niente. Il concetto è quello di stare insieme. E noi non stiamo insieme.

Nina me lo ripete ogni volta che arriva a casa mia. Sembra quel film in cui Bill Murray si sveglia sempre lo stesso giorno e ogni volta deve rivivere tutto da capo, sapendo già che alle 10.14 una signora inciamperà davanti a lui, alle 11.37 scoppierà un temporale e così via.

Con Nina è la stessa cosa. Citofona, sale, io la faccio sedere in cucina e le preparo un the che lei non finisce mai. Mentre trambusto teiera e fornello, le racconto qualcosa sulla mia giornata da mr. Block. Meglio se è qualcosa di divertente, così lei può fare un sorriso tirato con l’aria di chi ha l’anima in disordine. Poi le do la tazza, lei sussurra un grazie faticoso, sospira e comincia il Discorso: «Così non va bene, Luca. Guardiamo in faccia la realtà. Tu ti stai legando troppo. Lo capisco sai? Anche se non mi dici niente» Altro sospiro: «Io ho già sbagliato, lo sai. Uno sbaglio bello grosso».

Quello sbaglio si chiama Stefano.

Aveva conosciuto Nina un anno fa. Si sono visti per un paio di settimane nella stessa maniera irregolare e indefinita che abbiamo noi adesso. Ora, questo non sarà sufficiente perché io possa dire di stare assieme a Nina, ma a Stefano è bastato per iscriversi alla categoria degli ex. Degli ex che soffrono per di più. «Sta ancora male. Io sono preoccupata. Dico davvero: lo sai cos’è arrivato a fare?»

Questa è la sola variabile nel Discorso di Nina: la fantasia stefanesca sembra inesauribile. L’unica cosa che non ha ancora fatto è comprare una pagina del Corriere per gridare a tutta Milano il suo amore eterno e ferito. Forse gli sembra banale. Di recente ha convinto sua madre a telefonare a Nina, un mese fa aveva annunciato la sua partenza per l’Iraq. A volte la segue senza farsi notare e le lascia biglietti sotto il tergicristallo. Anche sotto casa mia: sono stupito che sua mamma non abbia chiamato pure me.

Nina è ossessionata: «È tutta colpa mia», mi ripete ogni volta: «Non posso pensare che succeda anche a te. Dài, Luca, finiamola qui, prima che sia tardi. Più va avanti questa storia e peggio è. Che senso ha continuare? E poi soffrire ancora? Io non voglio che stai male, lo capisci?».

Ormai non la interrompo più. Ascolto tranquillo, lascio che arrivi a quando io non devo soffrire. Di solito a quel punto lì fa la faccia triste. A volte piange un po’: la storia di Stefano è molto pesante, per lei. Anche se non lo ammette, Nina ha bisogno di essere rassicurata. Allora l’abbraccio, in silenzio, e le sorrido. Molto rassicurante. A quel punto, quando vede che sto bene e ancora non sto soffrendo, Nina si tranquillizza. Così, pian piano, ce ne andiamo di là, a rassicurarci di più. Lei si dimentica Stefano, io tutto il resto.

Dopo Nina se ne va e io l’accompagno di sotto. Quando usciamo dall’ascensore, non si ricorda mai dove ha lasciato la macchina. La cerchiamo in tutto l’isolato come se qualcuno l’avesse nascosta. A volte (specie se Stefano non ha lasciato qualche ricordino sotto il tergicristallo), ci viene addosso un riso isterico e non riusciamo neanche a salutarci con un bacio. Quando le passano certe preoccupazioni, Nina è davvero una persona divertente. Io con certi confronti meschini ho chiuso, ma se ne facessi ancora, penserei che è la più divertente tra le ragazze con cui sono stato. Di certo, da quando c’è lei rido di più.

E faccio sogni strampalati.

A essere sinceri, non so se sia solo merito suo, forse c’entra anche il fumo.

Non sono mai stato un fumatore abituale, io. Il mio amico Salvo, quello che me la vende, lui sì è un fumatore abituale. Nell’anno d’Erasmus a Sacramento lo chiamavano «Twentyfour-seven». Ventiquattr’ore al giorno, sette giorni su sette. Io sono molto più tranquillo. Altro che tutti i giorni, giusto qualcosa nel weekend. Almeno fino a Nina. Da quando c’è lei, ho un po’ aumentato. Un po’ tantino.

Da quando c’è lei Salvo mi vede arrivare e sghignazza.

La prima volta che Nina mi ha fatto il suo Discorso, l’avevo interrotta. Ho provato a ribattere, a spiegarle, e lei si è incazzata. Ho fatto in tempo a dire appena mezza frase e lei se n’era già andata.

Così ho preso il motorino e via a trovare Salvo. Sono arrivato tutto sottosopra, avevo un casino nella testa… Come se le parole che Nina non mi aveva lasciato tempo di dire si fossero messe a urlare e a spingere per uscire tutte insieme dalla mia bocca.

Salvo abita in un sottotetto di via Scaldasole, con l’ascensore sempre rotto. Mentre facevo le scale, rimuginavo sulla litigata, sulla porta che Nina aveva sbattuto come un telefonino chiuso a scatto sulla coscia, e intanto sentivo una specie di borbottio soffocato. Musica dietro una porta, ho pensato. Ma, dopo quattro piani, il borbottio si sentiva ancora. E mi sono accorto che ero io.

Salvo mi ha fatto sedere al tavolo di cucina. Ha girato la sua seggiola e si è appoggiato col petto allo schienale. «Ciao, Luca», mi ha detto: «Che problema c’è?»

«È Nina», ho cominciato io.

Salvo ha fatto: «Ah-ah», ha allungato la mano verso un pensile e ha tirato fuori dei vasetti di vetro, quelli da marmellata. Erano pieni di ciuffetti verdi. «Gangia?», mi ha chiesto. Alzando le spalle, gli ho risposto che non l’avevo mai provata. Salvo ha sorriso.

Ho parlato solo io: «Che senso ha preoccuparsi in anticipo? È assurdo!».

Salvo mi ascoltava con attenzione e intanto pescava da tre vasetti diversi.

«Allora non uso più il motorino, che potrei cadere», continuavo io: «non mi metto più le mutande che le potrei sporcare!»

Salvo assentiva con gli occhi socchiusi e intanto sbriciolava le foglioline su una cartina.

«E pensa che invece stiamo così bene, quando lei non si fa tutte ’ste menate… Guarda, ti faccio solo un esempio. Il nostro primo bacio. Lo sai cosa stavamo facendo appena un istante prima?»

Mentre aggiungeva un pizzico appena di tabacco (è un vero purista), Salvo ha inarcato un sopracciglio con fare interrogativo.

«Ridevamo! Proprio così. Ri-de-va-mo! Continuavamo a ridere: nessuna Frase Profonda, niente Sguardi Intensi. Nulla di quel repertorio stucchevole pre-lingua-in-bocca. Solo risate».

Salvo ha sporto in avanti le labbra, sinceramente colpito. Poi s’è messo a rollare.

«E a letto è una favola! Due adolescenti, ti dico. Perché cazzo deve preoccuparsi?!? Perché non possiamo vederci e stare solo a vedere che succede? Ma lo sai poi qual è la cosa peggiore di tutta questa storia?»

Salvo ha scosso la testa avanti e indietro, leccando la linguetta di colla.

«È che potremmo stare bene. Ma bene davvero. Nessuno dei due è innamorato, il sesso funziona alla grande, scherziamo e ci divertiamo come due bambini… Siamo in una condizione ideale, capisci? Potenzialità infinite. Nessuno stress. E invece lei deve farsi le storie, preoccuparsi di come sarà il futuro e di quanto ci rimarrò male… Cristo, che spreco!». Ho abbassato lo sguardo sul tavolo e ho ripetuto: «Potremmo stare così bene…».

Salvo mi ha guardato con simpatia. Ha acceso l’aggeggio verdastro, ha chiuso gli occhi un istante e poi mi ha dato il suo Consiglio: «Smetti di sognarlo, Luca», ha sbuffato assieme al fumo: «Fallo e basta». E mi ha allungato il mostro.

Salvo è un uomo di poche parole. Mi interrogavo su quel che voleva dire e intanto spipacchiavo. Il mio amico si era chinato di nuovo sui suoi vasetti delle meraviglie. Ogni tanto gli facevo un cenno colla mano, come per ridargli il suo aggeggio, ma lui faceva di no con la testa, schioccava la lingua sui denti: «Tch» e continuava a sbriciolare foglioline.

Avevo iniziato con calma. Tirelli corti, prudenti. Temevo la botta di tosse, la scartavetrata sul fondo della gola, e invece era tutto il contrario. C’era qualcosa nell’odore di quel fumo... come un retrogusto di miele. Un miele limpido, pulito, che mi accarezzava appena le tonsille, come quello del latte caldo, quando avevo la tosse da bambino. Fllluido, mmoooorbido, lissscio.

Prima sono sparite le parole di Nina, poi il suo viso contratto dalla rabbia si è disteso in uno dei sorrisi che fa lei, colle fossette che spuntano e i denti che fan capolino dalle sue labbra sottili. Poi è scomparsa la mia porta che sbatteva e l’ingorgo di parole che avrei voluto dire. È rimasta solo la frase di Salvo, che si dilatava e si ripeteva, morbida come quel miele.

L’avevo già sentita?

Adesso ho anch’io qualche vasetto nel pensile di cucina. Se penso che Nina stia per passare a trovarmi, allungo la mano dietro ai barattoli di zuppa pronta e il tintinnio del vetro mi rassicura. Quando Nina arriva, sono tranquillissimo. E sorrido.

E non la interrompo più […].

Recensione

24 maggio 2006
La stampa di Vercelli
Gianluca Mercadante

Un mondo scarsamente esplorato, quello delle riviste letterarie. Al contrario di magazine capillarmente distribuiti attraverso il circuito delle edicole, le pubblicazioni dedicate ai libri che si possono reperire dal proprio edicolante di fiducia sono rare. Fatta eccezione per cinque o sei testate (inclusi i supplementi culturali ai vari quotidiani), non stupisce di sicuro che la rivista “Fernandel” si trovi soltanto in libreria (e a patto che la libreria in questione ne abbia richiesto delle copie).

Peccato. “Fernandel”, battezzata col nome dell’attore francese che ha reso celebre sul grande schermo il nostro Don Camillo, è un’autentica fucina di autori, alcuni dei quali finiscono poi col pubblicare un proprio volume con l’omonima casa editrice che da anni si muove nei sentieri intricati della narrativa contemporanea, offrendo libri dal sapore indescrivibile. Un retrogusto particolare e unico accompagna la lettura dei romanzi e delle raccolte di racconti promosse da “Fernandel”. Un sapore difficile da spiegare a parole, forse perché fatto di parole. Allora, meglio assaggiare.

Se si è di Vercelli, poi, questo ultimo numero (2/2006 – Aprile/Giugno, € 5,00) abbonda decisamente di segnalazioni e di pubblicazioni dedicate ad autori della nostra città.

In contemporanea rispetto all’imminente uscita presso questo editore, viene infatti presentato il primo capitolo del nuovo romanzo di Remo Bassini, “Lo Scommettitore” – e di Bassini, che abbiamo da poco ospitato proprio in questa rubrica, torneremo quindi a riparlare presto.

Ma una chicca notevole è il gradito ritorno alla penna (e al pennino, viste le illustrazioni da lui stesso realizzate) del vercellese Matteo Bertone, che da almeno un paio d’anni sembrava essersi eclissato dalla scena letteraria italiana. Con “False Partenze”, invece, Bertone presenta quattro ritratti di pendolari osservati in treno. Lo sguardo è quello del Bertone di sempre: irriverente, provocatorio, comico, disilluso. Lo stile, invece, è maturato molto. Nella misura breve, anzi brevissima, Bertone è perfettamente a proprio agio. Pochi tratti ed ecco che un mondo (e un mondo in movimento, per di più, intuito a ritmo di rotaia) si descrive sotto i nostri occhi, mantenendo, o forse alimentando, una carica grottesca che davvero non sembra affatto funzionale solamente a sé stante.

Che sia anche questa un’anteprima?

7 giugno 2006
Il giornale
Guido Conti

«Fernandel», un progetto editoriale per la narrativa italiana

Negli anni Novanta, le riviste nascono per una doppia necessità: spingere lo sguardo indietro per ricercare un ordine nel secolo più confuso e magmatico della storia e cogliere ciò che di nuovo sta nascendo nelle giovani generazioni. È cambiato «il paesaggio culturale» dei giovani, con la musica rock, i fumetti, le riviste di settore come Rockstar, Linus, Frigidaire con un retaggio che affonda nella creatività grafica e sperimentale degli anni Settanta. Nelle nuove riviste c'è una creatività che vuole raccontare un mondo diverso, con una lingua e un ritmo cadenzato sul rock. Ci sono riviste meteora, come Addiction, e ci sono riviste che tengono nel tempo e si evolvono in un progetto editoriale.
È il caso di Fernandel. «Tutto è cominciato con un gruppo di amici - racconta Giorgio Pozzi, direttore editoriale -, poi sono rimasto solo e per passione ho continuato a pubblicare la rivista che porta il nome dell'attore francese protagonista di Don Camillo». La rivista è stata fondata nel '94 a Ravenna. La prima svolta c'è stata nel '97 quando è stata distribuita nello spazio riviste delle librerie Feltrinelli, guadagnando enorme visibilità. Dalla rivista alle pubblicazioni il passo è stato breve. «A me non piace - continua Pozzi - considerare la rivista come una “palestra”. Però di fatto è stato un luogo d'incontro dove io pubblicavo giovani che mi piaceva leggere e pubblicare in volume. L'incontro con il distributore di Albolibro Carlo Barbieri mi ha insegnato molte cose: lavorare sulla riconoscibilità del marchio in libreria, il lavoro editoriale specializzato sugli italiani».
Dal '97 Pozzi ha pubblicato autori italiani poi diventati cult come Paolo Nori, Grazia Verasani, Gianluca Morozzi, per citare i più famosi poi passati a editori come Guanda, Mondadori e Feltrinelli, dimostrando ancora una volta la vocazione di Fernandel alla scoperta di nuove voci della narrativa italiana. Ricordiamo inoltre, nel '99, tra i primi libri pubblicati da Pozzi, un volume di Piersandro Pallavicini, Riviste anni '90, che in pratica chiude, con un regesto e una riflessione critica, uno dei momenti più vivi di riviste e fanzine dedicato all'«altro spazio per la nuova narrativa».

Fernandel è sopravvissuta al passaggio nel nuovo secolo perché ha saputo mantenere una sua coerenza di lavoro e di ricerca, con un catalogo di autori di grande prestigio. Qualcuno ha parlato di casa editrice «pane e salame», nel senso di un lavoro artigianale, al limite della bottega, ma con tutti i pregi e i difetti che ciò comporta. «La rivista è cambiata negli anni. I primi numeri li stampavamo su carta azzurra, poi abbiamo cercato una copertina facilmente riconoscibile, con una grafica precisa, e infine, dagli ultimi numeri, siamo passati al colore. Fernandel alterna una sezione di Rubriche a quella di Recensioni e interviste. Le rubriche sono divertenti e intelligenti, come «Recensiamo i recensori» di Elio Paoloni; «Libri da evitare» di Giancarlo Tramutoli, «Il mondo salvato dai ragazzini» di Barbara Domenichini, dove si parla di letteratura per l'infanzia, e Pier Sandro Pallavicini che racconta il mondo editoriale delle donne in «Pretty in Pink». I racconti sono molto diversi tra loro e nello stesso tempo riconducibili a un'idea di letteratura ben precisa, che trova nei gusti letterari di Pozzi una sua territorialità non casuale legata agli scrittori emiliani. Bolognesi soprattutto. Al successo di Nori o Morozzi, sono seguiti gli epigoni, a dimostrazione che nei giovani che scrivono c'è un'attenta lettura del nuovo. «In casa editrice oggi - dice Pozzi - arrivano quasi mille dattiloscritti l'anno. Ho visto com'è cambiato il modo di scrivere degli esordienti, che spesso pubblicano imitando gli autori famosi». E poi le novità: «Stiamo lavorando sui Blog, dove si scrive con una finalità diversa, di più immediata ricezione rispetto a quella della letteratura. Cerchiamo talenti, poi vediamo di pubblicarli in rivista, perché il sogno di chi scrive in Internet è sempre quello di pubblicare su carta». Per chi volesse contattare la rivista: www.fernandel.it.