|
Nuova pagina 1
Teo
Lorini
Mexico e nuvole
Questa
storia doveva cominciare in un altro modo. Come in certi sogni, con un bacio in
una sera di pioggia, labbra che si schiudono, cuori che battono vicini
appoggiati alla spalletta di un ponte. Non così, tre squilli nel cuore della
notte. Ce ne sono già troppe di storie così, tutte più belle di questa.
Ero
andato a letto tardi, e nel sogno non c’erano denti bianchi o luce di luna tra
le nuvole, e neanche Nina a sussurrare con la sua voce un po’ roca. C’era
tutta una complicazione di pistole, sigari e bar fumosi, nel mio sogno. C’era
un piano che suonava, voci incazzate e, d’improvviso, gli squilli del
telefono.
Ho
capito subito che era lei. È l’unica che chiama dopo le tre.
«Ciao,
Luca», ha sbuffato. È strana questa cosa, la fa solo al telefono: parla sempre
in una specie di sospiro, come se fosse stufa. Mi fa venire in mente una foto
che ho visto nella sua borsa. C’è lei, bambina, in mezzo a questa squadra di
ragazzini, e dietro di loro il castello di Gardaland. Tutti gli altri
mostriciattoli fanno la stessa tremenda parodia di sorriso, un migliaio di
denti. Solo lei guarda dritta in camera con la faccia annoiata e gli angoli
della bocca all’ingiù. Quando risponde al telefono, io me la immagino sempre
così. Un fumetto sopra la testa con scritto: E allora?
«Lavori
domani sera?», me lo chiede tutte le volte.
«Io
faccio la domenica, Nina», le ho risposto con la voce tutta appiccicosa: «da
noi è la regola: niente serate nel weekend per chi si becca il bordello della
domenica».
«Bene»,
stavolta non l’ho sentito, il sospiro di Nina, ma forse è perché ero ancora
insonnolito: «Allora preparati per le otto».
«Come?»,
non ero sicuro di aver capito bene, cercavo di dare un senso a quella frase, ma
continuavo a rivedere il bar del mio sogno: «Vuoi cenare qui? Rubo un film in
negozio? Due? Tre per due??».
«Scemo»,
la sentivo ridere: «il film che voglio io, lo possiamo vedere solo al cinema.
Tu fatti trovare pronto. E adesso torna a letto».
«Non
stavo mica dormendo!».
«Come
vuoi tu». Clic.
Sono
rimasto un po’ a sentire il tutututu della linea. Avevo voglia di slucchettare
il motorino e andare a veder l’alba al Monte Stella. Poi mi è venuto in mente
che avevo meno di sei ore prima del mio turno da mr. Block e mi sono sdraiato a
ripensare.
Vengo
a prenderti? andiamo al cinema? noi due? Tipo: uscire insieme?
Ho
conosciuto Nina tre mesi fa, una festa dalle parti di piazzale Libia. Dal
negozio mi avevano mollato con mezz’ora di ritardo. Ricarica frighi. Pizze, häagen-dazs,
buste di pasta surgelata... Restare lì oltre il mio turno è una cosa che mi fa
andare ai matti. Con una canna in motorino l’incazzatura è diventata solo
noia. Alla festa c’era un sacco di gente, ma dopo due ore sbadigliavo come mio
papà quando guarda il telegiornale. Ero su un pouf in anticamera, guardavo di
sotto in su due tipe che parlavano di un viaggio, non mi ricordo neanche dove.
Poi s’è avvicinata una ragazza piccola, con gli zigomi alti e un brillantino
sulla narice sinistra. Senza rivolgersi a nessuno di speciale, ha detto: «Vado
verso il centro, vi serve un passaggio?». Aveva un tono annoiato e due
minuscole fossette agli angoli della bocca. Ho pensato d’un tratto che quella
specie di sorriso era la prima cosa interessante da due settimane. Prima di
accorgermene, le avevo risposto: «Io sto verso la Darsena, posso venire con te?».
Aveva
una micra verde. Mai viste di quel colore. L’ho presa in giro e lei si è
messa a ridere. Io sono salito e ho tirato su la prima canna. Abbiamo continuato
così, ridere e guidare, finché è finito il fumo. Ne abbiam comprato ancora e
siamo rimasti ad aspettare l’alba in un parchetto microscopico dietro via
Foppa.
Nina
ha dato l’ultimo tiro e poi mi ha chiesto: «Dài che ti porto a casa: dove
andiamo?».
«
Piazza Libia?», ho proposto ridendo: «Il motorino l’ho lasciato lì...».
Nina
si è voltata e mi ha baciato.
Ci
vediamo quasi tutti i giorni, però non siamo mai usciti. Mai in senso canonico:
vengo a prenderti, ti porto a cena, al parco a passeggiare. È vietato. Da lei
non ho neppure messo piede, mai. So solo che sta in una villetta verso San Siro.
Una di quelle case a due piani, col muro di cinta e il giardino. C’è pieno di
verde, da quelle parti, non par neanche di stare a Milano. Una notte che
giravamo in macchina ci siamo passati davanti e lei me l’ha indicata. Mi ha
detto che c’è anche la piscina, ma io ho visto solo un gran cancello.
Non
ci sono più tornato.
Il
problema è suo babbo. Personaggio singolare. Va a messa tutti i giorni; in
compenso però lavora anche di domenica. Messa e lavoro, ufficio e chiesa. Lui e
Nina si vedono pochissimo, ma ogni volta sono risse, urla e porte che sbattono.
Per questo hanno fatto una specie di tregua armata. È come se si fossero messi
d’accordo per tenere le litigate sotto il livello di guardia. Discutono per le
cazzate: il corso di teatro, quando torni, troppe ore al telefono, mangia le
verdure. Le questioni più importanti invece restano in sospeso: le multe, dove
vai in vacanza, in chiesa ci vai, che persone frequenti.
Io
sto lì in mezzo, da qualche parte a metà strada tra le Cazzate e le Questioni
Importanti. Da come la vedo io, il mio posto è in Persone che Frequenti, ma
Nina non la pensa così. Per lei io sto fra Teatro e Telefonate Fiume.
Non
c’entra il fatto di uscire o stare in casa, andare in giro in macchina o
cenare a lume di candela. Alla fine non cambia niente. Il concetto è quello di
stare insieme. E noi non stiamo insieme.
Nina
me lo ripete ogni volta che arriva a casa mia. Sembra quel film in cui Bill
Murray si sveglia sempre lo stesso giorno e ogni volta deve rivivere tutto da
capo, sapendo già che alle 10.14 una signora inciamperà davanti a lui, alle
11.37 scoppierà un temporale e così via.
Con
Nina è la stessa cosa. Citofona, sale, io la faccio sedere in cucina e le
preparo un the che lei non finisce mai. Mentre trambusto teiera e fornello, le
racconto qualcosa sulla mia giornata da mr. Block. Meglio se è qualcosa di
divertente, così lei può fare un sorriso tirato con l’aria di chi ha
l’anima in disordine. Poi le do la tazza, lei sussurra un grazie faticoso,
sospira e comincia il Discorso: «Così non va bene, Luca. Guardiamo in faccia
la realtà. Tu ti stai legando troppo. Lo capisco sai? Anche se non mi dici
niente» Altro sospiro: «Io ho già sbagliato, lo sai. Uno sbaglio bello grosso».
Quello
sbaglio si chiama Stefano.
Aveva
conosciuto Nina un anno fa. Si sono visti per un paio di settimane nella stessa
maniera irregolare e indefinita che abbiamo noi adesso. Ora, questo non sarà
sufficiente perché io possa dire di stare assieme a Nina, ma a Stefano è
bastato per iscriversi alla categoria degli ex. Degli ex che soffrono per di più.
«Sta ancora male. Io sono preoccupata. Dico davvero: lo sai cos’è arrivato a
fare?»
Questa
è la sola variabile nel Discorso di Nina: la fantasia stefanesca sembra
inesauribile. L’unica cosa che non ha ancora fatto è comprare una pagina del
Corriere per gridare a tutta Milano il suo amore eterno e ferito. Forse gli
sembra banale. Di recente ha convinto sua madre a telefonare a Nina, un mese fa
aveva annunciato la sua partenza per l’Iraq. A volte la segue senza farsi
notare e le lascia biglietti sotto il tergicristallo. Anche sotto casa mia: sono
stupito che sua mamma non abbia chiamato pure me.
Nina
è ossessionata: «È tutta colpa mia», mi ripete ogni volta: «Non posso
pensare che succeda anche a te. Dài, Luca, finiamola qui, prima che sia tardi.
Più va avanti questa storia e peggio è. Che senso ha continuare? E poi
soffrire ancora? Io non voglio che stai male, lo capisci?».
Ormai
non la interrompo più. Ascolto tranquillo, lascio che arrivi a quando io non
devo soffrire. Di solito a quel punto lì fa la faccia triste. A volte piange un
po’: la storia di Stefano è molto pesante, per lei. Anche se non lo ammette,
Nina ha bisogno di essere rassicurata. Allora l’abbraccio, in silenzio, e le
sorrido. Molto rassicurante. A quel punto, quando vede che sto bene e ancora non
sto soffrendo, Nina si tranquillizza. Così, pian piano, ce ne andiamo di là, a
rassicurarci di più. Lei si dimentica Stefano, io tutto il resto.
Dopo
Nina se ne va e io l’accompagno di sotto. Quando usciamo dall’ascensore, non
si ricorda mai dove ha lasciato la macchina. La cerchiamo in tutto l’isolato
come se qualcuno l’avesse nascosta. A volte (specie se Stefano non ha lasciato
qualche ricordino sotto il tergicristallo), ci viene addosso un riso isterico e
non riusciamo neanche a salutarci con un bacio. Quando le passano certe
preoccupazioni, Nina è davvero una persona divertente. Io con certi confronti
meschini ho chiuso, ma se ne facessi ancora, penserei che è la più divertente
tra le ragazze con cui sono stato. Di certo, da quando c’è lei rido di più.
E
faccio sogni strampalati.
A
essere sinceri, non so se sia solo merito suo, forse c’entra anche il fumo.
Non
sono mai stato un fumatore abituale, io. Il mio amico Salvo, quello che me la
vende, lui sì è un fumatore abituale. Nell’anno d’Erasmus a Sacramento lo
chiamavano «Twentyfour-seven». Ventiquattr’ore al giorno, sette giorni su
sette. Io sono molto più tranquillo. Altro che tutti i giorni, giusto qualcosa
nel weekend. Almeno fino a Nina. Da quando c’è lei, ho un po’ aumentato. Un
po’ tantino.
Da
quando c’è lei Salvo mi vede arrivare e sghignazza.
La
prima volta che Nina mi ha fatto il suo Discorso, l’avevo interrotta. Ho
provato a ribattere, a spiegarle, e lei si è incazzata. Ho fatto in tempo a
dire appena mezza frase e lei se n’era già andata.
Così
ho preso il motorino e via a trovare Salvo. Sono arrivato tutto sottosopra,
avevo un casino nella testa… Come se le parole che Nina non mi aveva lasciato
tempo di dire si fossero messe a urlare e a spingere per uscire tutte insieme
dalla mia bocca.
Salvo
abita in un sottotetto di via Scaldasole, con l’ascensore sempre rotto. Mentre
facevo le scale, rimuginavo sulla litigata, sulla porta che Nina aveva sbattuto
come un telefonino chiuso a scatto sulla coscia, e intanto sentivo una specie di
borbottio soffocato. Musica dietro una porta, ho pensato. Ma, dopo quattro
piani, il borbottio si sentiva ancora. E mi sono accorto che ero io.
Salvo
mi ha fatto sedere al tavolo di cucina. Ha girato la sua seggiola e si è
appoggiato col petto allo schienale. «Ciao, Luca», mi ha detto: «Che problema
c’è?»
«È
Nina», ho cominciato io.
Salvo
ha fatto: «Ah-ah», ha allungato la mano verso un pensile e ha tirato fuori dei
vasetti di vetro, quelli da marmellata. Erano pieni di ciuffetti verdi. «Gangia?»,
mi ha chiesto. Alzando le spalle, gli ho risposto che non l’avevo mai provata.
Salvo ha sorriso.
Ho
parlato solo io: «Che senso ha preoccuparsi in anticipo? È assurdo!».
Salvo
mi ascoltava con attenzione e intanto pescava da tre vasetti diversi.
«Allora
non uso più il motorino, che potrei cadere», continuavo io: «non mi metto più
le mutande che le potrei sporcare!»
Salvo
assentiva con gli occhi socchiusi e intanto sbriciolava le foglioline su una
cartina.
«E
pensa che invece stiamo così bene, quando lei non si fa tutte ’ste menate…
Guarda, ti faccio solo un esempio. Il nostro primo bacio. Lo sai cosa stavamo
facendo appena un istante prima?»
Mentre
aggiungeva un pizzico appena di tabacco (è un vero purista), Salvo ha inarcato
un sopracciglio con fare interrogativo.
«Ridevamo!
Proprio così. Ri-de-va-mo! Continuavamo a ridere: nessuna Frase Profonda,
niente Sguardi Intensi. Nulla di quel repertorio stucchevole pre-lingua-in-bocca.
Solo risate».
Salvo
ha sporto in avanti le labbra, sinceramente colpito. Poi s’è messo a rollare.
«E
a letto è una favola! Due adolescenti, ti dico. Perché cazzo deve
preoccuparsi?!? Perché non possiamo vederci e stare solo a vedere che succede?
Ma lo sai poi qual è la cosa peggiore di tutta questa storia?»
Salvo
ha scosso la testa avanti e indietro, leccando la linguetta di colla.
«È
che potremmo stare bene. Ma bene davvero. Nessuno dei due è innamorato, il
sesso funziona alla grande, scherziamo e ci divertiamo come due bambini… Siamo
in una condizione ideale, capisci? Potenzialità infinite. Nessuno stress. E
invece lei deve farsi le storie, preoccuparsi di come sarà il futuro e di
quanto ci rimarrò male… Cristo, che spreco!». Ho abbassato lo sguardo sul
tavolo e ho ripetuto: «Potremmo stare così bene…».
Salvo
mi ha guardato con simpatia. Ha acceso l’aggeggio verdastro, ha chiuso gli
occhi un istante e poi mi ha dato il suo Consiglio: «Smetti di sognarlo, Luca»,
ha sbuffato assieme al fumo: «Fallo e basta». E mi ha allungato il mostro.
Salvo
è un uomo di poche parole. Mi interrogavo su quel che voleva dire e intanto
spipacchiavo. Il mio amico si era chinato di nuovo sui suoi vasetti delle
meraviglie. Ogni tanto gli facevo un cenno colla mano, come per ridargli il suo
aggeggio, ma lui faceva di no con la testa, schioccava la lingua sui denti: «Tch»
e continuava a sbriciolare foglioline.
Avevo
iniziato con calma. Tirelli corti, prudenti. Temevo la botta di tosse, la
scartavetrata sul fondo della gola, e invece era tutto il contrario. C’era
qualcosa nell’odore di quel fumo... come un retrogusto di miele. Un miele
limpido, pulito, che mi accarezzava appena le tonsille, come quello del latte
caldo, quando avevo la tosse da bambino. Fllluido, mmoooorbido, lissscio.
Prima
sono sparite le parole di Nina, poi il suo viso contratto dalla rabbia si è
disteso in uno dei sorrisi che fa lei, colle fossette che spuntano e i denti che
fan capolino dalle sue labbra sottili. Poi è scomparsa la mia porta che
sbatteva e l’ingorgo di parole che avrei voluto dire. È rimasta solo la frase
di Salvo, che si dilatava e si ripeteva, morbida come quel miele.
L’avevo
già sentita?
Adesso
ho anch’io qualche vasetto nel pensile di cucina. Se penso che Nina stia per
passare a trovarmi, allungo la mano dietro ai barattoli di zuppa pronta e il
tintinnio del vetro mi rassicura. Quando Nina arriva, sono tranquillissimo. E
sorrido.
E
non la interrompo più
[…].
Recensione
24
maggio 2006
La stampa di Vercelli
Gianluca Mercadante
Un mondo scarsamente
esplorato, quello delle riviste letterarie. Al contrario di magazine
capillarmente distribuiti attraverso il circuito delle edicole, le pubblicazioni
dedicate ai libri che si possono reperire dal proprio edicolante di fiducia sono
rare. Fatta eccezione per cinque o sei testate (inclusi i supplementi culturali
ai vari quotidiani), non stupisce di sicuro che la rivista “Fernandel” si
trovi soltanto in libreria (e a patto che la libreria in questione ne abbia
richiesto delle copie).
Peccato. “Fernandel”,
battezzata col nome dell’attore francese che ha reso celebre sul grande
schermo il nostro Don Camillo, è un’autentica fucina di autori, alcuni dei
quali finiscono poi col pubblicare un proprio volume con l’omonima casa
editrice che da anni si muove nei sentieri intricati della narrativa
contemporanea, offrendo libri dal sapore indescrivibile. Un retrogusto
particolare e unico accompagna la lettura dei romanzi e delle raccolte di
racconti promosse da “Fernandel”. Un sapore difficile da spiegare a parole,
forse perché fatto di parole. Allora, meglio assaggiare.
Se si è di Vercelli,
poi, questo ultimo numero (2/2006 – Aprile/Giugno, € 5,00) abbonda
decisamente di segnalazioni e di pubblicazioni dedicate ad autori della nostra
città.
In contemporanea
rispetto all’imminente uscita presso questo editore, viene infatti presentato
il primo capitolo del nuovo romanzo di Remo Bassini, “Lo Scommettitore” –
e di Bassini, che abbiamo da poco ospitato proprio in questa rubrica, torneremo
quindi a riparlare presto.
Ma una chicca
notevole è il gradito ritorno alla penna (e al pennino, viste le illustrazioni
da lui stesso realizzate) del vercellese Matteo Bertone, che da almeno un paio
d’anni sembrava essersi eclissato dalla scena letteraria italiana. Con
“False Partenze”, invece, Bertone presenta quattro ritratti di pendolari
osservati in treno. Lo sguardo è quello del Bertone di sempre: irriverente,
provocatorio, comico, disilluso. Lo stile, invece, è maturato molto. Nella
misura breve, anzi brevissima, Bertone è perfettamente a proprio agio. Pochi
tratti ed ecco che un mondo (e un mondo in movimento, per di più, intuito a
ritmo di rotaia) si descrive sotto i nostri occhi, mantenendo, o forse
alimentando, una carica grottesca che davvero non sembra affatto funzionale
solamente a sé stante.
Che sia anche questa
un’anteprima?
7
giugno 2006
Il giornale
Guido Conti
«Fernandel»,
un progetto editoriale per la narrativa italiana
Negli
anni Novanta, le riviste nascono per una doppia necessità: spingere lo sguardo
indietro per ricercare un ordine nel secolo più confuso e magmatico della
storia e cogliere ciò che di nuovo sta nascendo nelle giovani generazioni. È
cambiato «il paesaggio culturale» dei giovani, con la musica rock, i fumetti,
le riviste di settore come Rockstar, Linus, Frigidaire con un retaggio che
affonda nella creatività grafica e sperimentale degli anni Settanta. Nelle
nuove riviste c'è una creatività che vuole raccontare un mondo diverso, con
una lingua e un ritmo cadenzato sul rock. Ci sono riviste meteora, come
Addiction, e ci sono riviste che tengono nel tempo e si evolvono in un progetto
editoriale.
È il caso di Fernandel. «Tutto è cominciato con un gruppo di amici - racconta
Giorgio Pozzi, direttore editoriale -, poi sono rimasto solo e per passione ho
continuato a pubblicare la rivista che porta il nome dell'attore francese
protagonista di Don Camillo». La rivista è stata fondata nel '94 a Ravenna. La
prima svolta c'è stata nel '97 quando è stata distribuita nello spazio riviste
delle librerie Feltrinelli, guadagnando enorme visibilità. Dalla rivista alle
pubblicazioni il passo è stato breve. «A me non piace - continua Pozzi -
considerare la rivista come una “palestra”. Però di fatto è stato un luogo
d'incontro dove io pubblicavo giovani che mi piaceva leggere e pubblicare in
volume. L'incontro con il distributore di Albolibro Carlo Barbieri mi ha
insegnato molte cose: lavorare sulla riconoscibilità del marchio in libreria,
il lavoro editoriale specializzato sugli italiani».
Dal '97 Pozzi ha pubblicato autori italiani poi diventati cult come Paolo Nori,
Grazia Verasani, Gianluca Morozzi, per citare i più famosi poi passati a
editori come Guanda, Mondadori e Feltrinelli, dimostrando ancora una volta la
vocazione di Fernandel alla scoperta di nuove voci della narrativa italiana.
Ricordiamo inoltre, nel '99, tra i primi libri pubblicati da Pozzi, un volume di
Piersandro Pallavicini, Riviste anni '90, che in pratica chiude, con un regesto
e una riflessione critica, uno dei momenti più vivi di riviste e fanzine
dedicato all'«altro spazio per la nuova narrativa».
Fernandel
è sopravvissuta al passaggio nel nuovo secolo perché ha saputo mantenere una
sua coerenza di lavoro e di ricerca, con un catalogo di autori di grande
prestigio. Qualcuno ha parlato di casa editrice «pane e salame», nel senso di
un lavoro artigianale, al limite della bottega, ma con tutti i pregi e i difetti
che ciò comporta. «La rivista è cambiata negli anni. I primi numeri li
stampavamo su carta azzurra, poi abbiamo cercato una copertina facilmente
riconoscibile, con una grafica precisa, e infine, dagli ultimi numeri, siamo
passati al colore. Fernandel alterna una sezione di Rubriche a quella di
Recensioni e interviste. Le rubriche sono divertenti e intelligenti, come «Recensiamo
i recensori» di Elio Paoloni; «Libri da evitare» di Giancarlo Tramutoli, «Il
mondo salvato dai ragazzini» di Barbara Domenichini, dove si parla di
letteratura per l'infanzia, e Pier Sandro Pallavicini che racconta il mondo
editoriale delle donne in «Pretty in Pink». I racconti sono molto diversi tra
loro e nello stesso tempo riconducibili a un'idea di letteratura ben precisa,
che trova nei gusti letterari di Pozzi una sua territorialità non casuale
legata agli scrittori emiliani. Bolognesi soprattutto. Al successo di Nori o
Morozzi, sono seguiti gli epigoni, a dimostrazione che nei giovani che scrivono
c'è un'attenta lettura del nuovo. «In casa editrice oggi - dice Pozzi -
arrivano quasi mille dattiloscritti l'anno. Ho visto com'è cambiato il modo di
scrivere degli esordienti, che spesso pubblicano imitando gli autori famosi». E
poi le novità: «Stiamo lavorando sui Blog, dove si scrive con una finalità
diversa, di più immediata ricezione rispetto a quella della letteratura.
Cerchiamo talenti, poi vediamo di pubblicarli in rivista, perché il sogno di
chi scrive in Internet è sempre quello di pubblicare su carta». Per chi
volesse contattare la rivista: www.fernandel.it.
|