N.58 OTTOBRE- DICEMBRE 2006
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5.00 euro
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Sommario

Teo Lorini, Il cielo sopra Parigi
Lettere da un tempo lontano
di Lorenzo Mattotti (A. Paolacci)
Confine di Stato di Simone Sarasso (G. Mercadante)
I “Lemming”, Intervista a Dario Morgante (M. Governatori)
Sara Durantini, Segreti di famiglia
Teste quadre
di Aldo Gianolio (M. Barbolini)
«Recensiamo i recensori» (11), di Elio Paoloni
Susanna Bissoli, Sulla soglia
Commesse di Treviso
di L. Carnielli e F. Ervas (S. Spagnolo)
Ti credevo più romantico di Antonio Iovane (T. Lorini)
«Libri da evitare», di Giancarlo Tramutoli
Caterina Falconi, In frantumi
Gianluca Mercadante, Scafisti
«Confessioni di una blog dipendente» (3), di Silvana Rigobon
«Pretty in Pink» (7), di Piersandro Pallavicini
Michele Governatori, Formazione di Gilberto Timone
Gianluca Morozzi, Il mondo trema (settima parte)

Caterina Falconi

In frantumi

Da quando sono separata lavoro in un laboratorio di ergoterapia. Insegno ceramica a un bouquet di ragazzi con varie patologie, psichiatriche soprattutto. Persone molto sensibili, amabili, con una permeabilità affettiva e umorale impressionante. Vale a dire che puoi scaricargli dentro quello che sei, e se non stai attento ci scivoli pure tu finché si crea un incastro, un’empatia tra le vostre anime simile a quella che puoi avere con un figlio, o con un gemello. Certe volte li osservo e mi accorgo di quanto mi assomiglino. Hanno assorbito il mio sarcasmo, e il mio calore, la mia dolcezza, e il mio disincanto. Sono affiatati tra loro e legati a me da una devota ossessività filiale tutta patologica. Il laboratorio è uno scantinato indegno, umido, sporco, buio. Invaso da tavoli di marmo dagli spigoli limati, sedie raccogliticce, e una cattedra (la mia) di formica tutta spellata. Scansie di metallo contro i muri, stipate di frantumi di argilla secca, manufatti da cuocere, pezzi malriusciti. Un armadietto di metallo con i nostri camici e la carta igienica, e un acquaio tutto rigato. Manicomiale. Alla Stoker. I ragazzi arrivano ciondolando, beccheggiando, ragnescamente sulle stampelle, scivolando flosci sui deambulatori, e si ammassano dietro la mia schiena mentre giro la chiave nella serratura  della porta a vetri. Apro ed entriamo. Riempiamo lo scantinato della nostra disperazione, mentre i neon crepitano stentando ad accendersi.

Un anno fa avevo due amanti, un sadico sentimentale, e un cinico bello. Il primo era otorino, il secondo psichiatra. Tra le mie perversioni amorose c’è stata sempre un’attrazione invincibile per i medici, sicché dei cinque uomini che ho avuto tre erano dottori.
L’otorino è stato il mio più grande amore. Per lui è finita con mio marito. Si chiamava Luca ed era un castano dinoccolato dal tocco leggero e il pene massiccio. Uno veramente intelligente, appassionato, trasgressivo, simpatico. Quasi un poeta. Sapeva farmi godere. Mi faceva sognare. Mi attirava in studio e mi scopava tra un paziente e l’altro, sul parquet, la scrivania… dove capitava. Io ero affamata, golosa di lui, e mi sottomettevo alle sue pratiche di mortificazione sessuale perché liberavano la parte più vera e coerente della sua anima malata, e riguardavano solo noi. Per il resto c’era la moglie. Finché iniziò a umiliarmi in altri modi, prospettandomi tradimenti e abbandoni… Questo non potevo sopportarlo. Biagio Ferro era il direttore sanitario dell’istituto di riabilitazione. Un trentacinquenne azzimato e tetro di una bellezza che spezzava il respiro. Capelli lunghi lucidi, occhi di catrame, naso perfetto, bocca tumida. Coltissimo. Supponente. Mi corteggiava torvamente, lusingandomi con sguardi bui inferti di striscio. Una mattina, fradicia di cordoglio per l’ennesimo abbandono di Luca, lo invitai a bere un caffè. Lui mi portò in ufficio e mi ficcò in bocca un cazzo grinzoso e bruno obbligandomi a un pompino marziale. E così incominciò. Tra le sodomie di Luca e il sesso orale di Biagio sentivo di andare in frantumi e non ricordavo chi fossi.
Un’altra persona in frantumi piombò in quel periodo nella mia vita. Un poeta blasonato col cervello in pappa per la corea di Huntington. La mattina del suo ingresso in istituto Biagio mi convocò in ufficio: «Ho un nuovo ragazzo per te. Un poeta con qualche problema. Non scrivi anche tu?»

Le sorelle se n’erano andate e lo avevano lasciato da Biagio. Quando entrai lo vidi seduto contro la finestra. Un uomo criceto pallido e spettinato che dondolava appena. Sulla faccia l’impronta di quello che doveva essere stato, prima che la corea iniziasse la sua erosione. Quasi assorto. Quasi teso a pescare nello stagno delle dimenticanze la parola giusta da piazzare in un verso. Ma era un bluff. Una posa, spremuta fuori chissà come e chissà da che, rappresa sull’involucro molle di un corpo scucito dalla volontà. Nella sua testa, l’avevo studiato, un viluppo di confusione  malumore. Guardai Biagio e lo vidi stravolto. La disfatta di Attilio Cenci era l’epifania dei nostri terrori più grandi: la perdita di controllo, la perdita dell’intelligenza.
«Buongiorno maestro. Ho letto Spiagge… è così bello». Dissi ad Attilio. Di solito al primo incontro con un assistito mi curvo un po’, come si fa con i bambini. Ma con Attilio non lo feci. Rimasi dritta perché era un mio simile, solo molto sfortunato. Si alzò e mi venne incontro traballando. Si fermò ad un passo da me ed arricciò una guancia in un sorriso a scatti immediatamente riassorbito dal flaccido stupore della faccia. I suoi occhi erano morule, lucenti sbigottiti frammenti grigiastri. Dietro di essi il crepitio di un’erosione inarrestabile. Mi tese la mano. Ci eravamo riconosciuti.

 Nei giorni successivi provai a farlo lavorare. Ma c’erano dei problemi. Si rifiutava di toccare la terra perché, intuii, gli faceva schifo. E perché comunque era stato un intellettuale di alto rango e avrebbe conservato fino alla fine il disprezzo per le attività manuali. Con i compagni ovviamente non legava. Passava il tempo sprofondando nella sedia e in se stesso in una sorta di tenesmo cronico della memoria. Era come se, lo sentivo a fior di pelle, non smettesse mai di rimestare dentro di sé alla ricerca di qualcosa che puntualmente si sfaldava.

Al mio ex marito non era andata giù di avermi perso per quel signorino di De Falco, come diceva lui. Era uno con un gran complesso di inferiorità, e un represso. Da ragazzo mi era sembrato diverso…aggraziato. E invece era un perditempo e un vacuo. Nel giro di pochi mesi si era accomodato nella mia vita e si era trasformato in un bestiolone insipido addestrato al riporto. Nella sua testa quello doveva essere il pedaggio per avermi requisita. Faceva la spesa. Raggranellava gli spiccioli. Mi scopava servizievolmente. Delegava a me qualsiasi iniziativa. Si accontentava della miseria che si rapprendeva attorno a noi per la sua ignavia. Mentre io smarrivo me stessa nei fiordi della maternità, non riconoscevo il mio corpo, ingrassavo. E mi chiedevo dove fossero i miei simili. Luca era un medico e un uomo coltissimo. Spiritoso, perverso e sentimentale. Non avrei mi sentito resistergli.
Quando scoprì il tradimento Patrizio diventò un altro. Da mite e accomodante divenne un persecutore. Vivemmo insieme ancora qualche mese, per nostro figlio, lui tampinandomi, spiandomi, io retroflessa in una rassegnazione di pietra. Di notte mi veniva  svegliare. Mi tirava per un braccio e io dovevo sgusciare fuori dal letto, piano, per non svegliare il bambino, e seguirlo nell’altra stanza per rispondere alle sue domande, sempre più pressanti, cattive, morbose. «Te l’ha messo di dietro Terè? Te l’ha messo di dietro?» Era sfigurato dalla sofferenza. Incrudelito. Faceva paura. Una volta irruppe in bagno e mi buttò a terra con uno spintone, poi mi perquisì. Un’altra, dopo avermi rastrellata dal letto, inveì su di me litaniando: «Puttana! Troia! Puttana! Ti facevi scopare!»
Quella fu l’ultima che mi fece. Tre mesi dopo eravamo separati.
Ma fu peggio, perché da quel momento, a intermittenza, piombava in casa o in laboratorio e faceva scenate. Mi terrorizzava. Duplicava la mia ansia. Cambiai la serratura dell’appartamento, ma non servì a farmi sentire al sicuro.
Comunque la mettessi Patrizio continuava ad infestare la mia vita.
Fu un periodo buio per me. Luca era in preda ad un’alternanza di umori insostenibili. Temeva di perdermi e voleva lasciarmi. Mi scopava brutalmente e mi abbandonava. Poi mi riprendeva e piangeva sulle mie mammelle.
Biagio, che era roso dall’invidia perché ormai pubblicavo con la media editoria, aveva intensificato le sue pratiche erotiche quasi a volermi riempire di sé e annientare il resto. A questo garbuglio si sommavano le difficoltà quotidiane. Il panico strisciava nella mia stanchezza, ogni tanto deflagrava in un silenzio orrendo.

Venne maggio ed io ero pesta. Arrancavo verso un’ipotetica futura liberazione, verso un improbabile colpo di culo aggrappata alla routine di tutti i giorni. Il bambino da accudire. Il laboratorio da governare.
Ogni maggio l’istituto organizzava una gita per i ragazzi. I maestri che volevano potevano accompagnarli. Io avevo sempre evitato di imbarcarmi in quelle complicatissime sortite. Ma stavolta accettai tormentata da una specie di presentimento Ero preoccupata per Attilio. Da qualche settimana si era come corazzato in un silenzio immusonito e pensoso. Lo guardavo e mi sembrava che i suoi occhi in frantumi schermati dalle palpebre socchiuse  si fossero ricomposti in una fissità indecifrabile. Che avesse finalmente scovato un’idea, magari delirante, capace di trattenere saldamente attorno a sé i rimasugli della sua psiche? Di qualsiasi cosa si trattasse l’esito non poteva essere che la prognosi infausta predetta dai manuali di psichiatria alla fine della lunga lista dei terribili sintomi della corea: depressione, allucinazioni, psicosi, aggressività…
La mattina della partenza per la gita una bruma vischiosa stentava a sfilacciarsi nel cortile dell’istituto. L’enorme pullman noleggiato da Biagio rantolò a lungo in folle colle porte spalancate in attesa che tutti i ragazzi salissero a bordo. Non fu una cosa semplice, tra sedie a rotelle pieghevoli e tripodi e ritardatari premuti fuori dai reparti uno alla volta, dopo docce laboriose e colazioni sminuzzate. Attilio era arrivato puntuale, accompagnato da una sorella. Lo avevo preso sottobraccio, e mentre lo aiutavo a raggiungere il pullman avevo avuto la sensazione che sbandasse più del solito, che fosse più pallido e assente che mai, come già morto. Avrei dovuto ascoltare gli avvertimenti del mio cuore, e invece scaricai Biagio tra i compagni e andai a sedere davanti vicino al finestrino. Per tutto il viaggio considerai ossessivamente quanto profondamente mi permeasse l’ansia. Tanto da inibire la mia sensibilità al caldo e al freddo, i miei orgasmi e la percezione dello scorrere del tempo. Stetti rattrappita nella mia cotenna di terrori fino al museo delle ceramiche, e poi nel parco dove sbarcammo i ragazzi per un pranzo al sacco tra i pini.
Come accade sempre in circostanze simili una decina di ragazze si catapultò addosso all’assistente donna (nella fattispecie io), reclamando  bagni. Tutta questa urgenza ovviamente non c’era, dato che il pullman era dotato di servizi igienici, ma io le assecondai. Affidai il mio gruppo ad un collega e le capitanai in cerca delle toilette.
Ripensando oggi a come andarono le cose non posso che essere grata all’isteria delle mie assistite. L’avere affidato Attilio al povero Angelo Depa mi ha salvata dalle rappresaglie della famiglia Cenci.
La nebbia si era dissolta e dal prato di aghi di pino salva un odore amaro di fieno e di resina piacevolissimo. Camminammo su quel tappeto frusciante e per un sentiero di terra nera e sassolini finché non scorgemmo un’insegna di legno sbiadita con una freccia obliqua e la scritta bagni ripassata col pennarello. I bagni erano in una baracca da film horror in fondo a un discesa. Le ragazze formarono un serpente traballante e vociando si trascinarono laggiù.

Mentre aspettavo che la processione si sfoltisse sentii gridare.
Noi educatori viviamo nello strepito senza badarci, ma abbiamo sviluppato la capacità di reagire prontamente a un certo tipo di urla. Quelle che sentivo erano grida di raccapriccio ed io mi ritrovai a correre prima di pensare che potesse essere successa una disgrazia.
Accorrendo sul posto ebbi la sensazione di avvicinarmi a un favo spaccato. I ragazzi brulicavano impazziti tra i frantumi della giocosità di un attimo prima. Piangevano. Piroettavano. Respinti dagli educatori che formavano un muro sul ciglio del burrone.
La scena era infernale. Un convulso beccheggio di zappetti e psicolabili. Una centrifuga di facce sfigurate dall’incredulità. Avanzai nel rumore verso il ciglio del burrone, vagamente consapevole che si apriva un varco al mio passaggio. Mi buttai ginocchioni sul pietrisco e guardai giù. Vidi una spruzzaglia di sassolini e terriccio schizzare nel vuoto da sotto le mie ginocchia. Vidi Angelo Depa che scendeva per il versante meno scosceso del dirupo, aggrappandosi alle radici e agli spuntoni, a rischio della pelle, tra il free climber e un gambero antropomorfo da cartoon giapponese.E Attilio. In fondo all’orrido. Riverso sulla schiena. Sgangherato, scosso dalle convulsioni. In una parodia dell’uomo vitruviano. Cogli occhi spalancati e fissi e una pozza rossa che si allargava lentamente dietro la sua testa.

Gli psichiatri prescrivono antidepressivi agli ammalati di corea  per scongiurare i tentativi di suicidio. Una modalità terapeutica sintomatica dell’inadeguatezza della medicina di fronte al declino e alla morte. Si spargono manciate di serotonina sulle rovine fumanti di una condizione negata, quella della bruttezza, dello sconcio del corpo e dell’umore.
Attilio apparteneva a una minoranza colta che alimenta il proprio talento col disastro, e perciò la sua uscita di scena non può essere stata una conseguenza della malattia, e neanche, più banalmente, di uno scivolone.
È stato un atto di coerenza, romantico, degno di un grande poeta. Si è coibentato nella propria determinazione e lo ha fatto. Ha sfondato la sorte nell’unico modo possibile ormai. Ne è uscito fuori.
Avrei dovuto seguire il suo esempio. Non suicidandomi ovviamente, ma tuffandomi in una scelta alternativa e un po’ irrazionale che avesse il potere di infrangere la mia condizione, di farne sorgere un’altra.
E invece ho rimaneggiato un po’ di cose, mi sono presa delle rivincite, ho alzato palizzate, ma sono rimasta pressappoco dov’ero.
In fondo non è la conclusione di quasi tutti i romanzi di Starnone? I nevrotici alla fine si lasciano vincere dalla normalità, soprattutto se hanno del talento.
Ho rotto con Biagio. Denunciato mio marito. Cambiato appartamento e deciso di tenere Luca. Lo avrei fatto anche se non avesse lasciato la moglie. D’altro canto anche lui si è come raddolcito. E qualche volta dormiamo assieme.