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Caterina
Falconi
In
frantumi
Da quando sono
separata lavoro in un laboratorio di ergoterapia. Insegno ceramica a un bouquet
di ragazzi con varie patologie, psichiatriche soprattutto. Persone molto
sensibili, amabili, con una permeabilità affettiva e umorale impressionante.
Vale a dire che puoi scaricargli dentro quello che sei, e se non stai attento ci
scivoli pure tu finché si crea un incastro, un’empatia tra le vostre anime
simile a quella che puoi avere con un figlio, o con un gemello. Certe volte li
osservo e mi accorgo di quanto mi assomiglino. Hanno assorbito il mio sarcasmo,
e il mio calore, la mia dolcezza, e il mio disincanto. Sono affiatati tra loro e
legati a me da una devota ossessività filiale tutta patologica. Il laboratorio
è uno scantinato indegno, umido, sporco, buio. Invaso da tavoli di marmo dagli
spigoli limati, sedie raccogliticce, e una cattedra (la mia) di formica tutta
spellata. Scansie di metallo contro i muri, stipate di frantumi di argilla
secca, manufatti da cuocere, pezzi malriusciti. Un armadietto di metallo con i
nostri camici e la carta igienica, e un acquaio tutto rigato. Manicomiale. Alla
Stoker. I ragazzi arrivano ciondolando, beccheggiando, ragnescamente sulle
stampelle, scivolando flosci sui deambulatori, e si ammassano dietro la mia
schiena mentre giro la chiave nella serratura
della porta a vetri. Apro ed entriamo. Riempiamo lo scantinato della
nostra disperazione, mentre i neon crepitano stentando ad accendersi.
Un
anno fa avevo due amanti, un sadico sentimentale, e un cinico bello. Il primo
era otorino, il secondo psichiatra. Tra le mie perversioni amorose c’è stata
sempre un’attrazione invincibile per i medici, sicché dei cinque uomini che
ho avuto tre erano dottori.
L’otorino è stato il mio più grande amore. Per lui è finita con mio marito.
Si chiamava Luca ed era un castano dinoccolato dal tocco leggero e il pene
massiccio. Uno veramente intelligente, appassionato, trasgressivo, simpatico.
Quasi un poeta. Sapeva farmi godere. Mi faceva sognare. Mi attirava in studio e
mi scopava tra un paziente e l’altro, sul parquet, la scrivania… dove
capitava. Io ero affamata, golosa di lui, e mi sottomettevo alle sue pratiche di
mortificazione sessuale perché liberavano la parte più vera e coerente della
sua anima malata, e riguardavano solo noi. Per il resto c’era la moglie. Finché
iniziò a umiliarmi in altri modi, prospettandomi tradimenti e abbandoni…
Questo non potevo sopportarlo. Biagio Ferro era il direttore sanitario
dell’istituto di riabilitazione. Un trentacinquenne azzimato e tetro di una
bellezza che spezzava il respiro. Capelli lunghi lucidi, occhi di catrame, naso
perfetto, bocca tumida. Coltissimo. Supponente. Mi corteggiava torvamente,
lusingandomi con sguardi bui inferti di striscio. Una mattina, fradicia di
cordoglio per l’ennesimo abbandono di Luca, lo invitai a bere un caffè. Lui
mi portò in ufficio e mi ficcò in bocca un cazzo grinzoso e bruno obbligandomi
a un pompino marziale. E così incominciò. Tra le sodomie di Luca e il sesso
orale di Biagio sentivo di andare in frantumi e non ricordavo chi fossi.
Un’altra persona in frantumi piombò in quel periodo nella mia vita. Un poeta
blasonato col cervello in pappa per la corea di Huntington. La mattina del suo
ingresso in istituto Biagio mi convocò in ufficio: «Ho un nuovo ragazzo per
te. Un poeta con qualche problema. Non scrivi anche tu?»
Le
sorelle se n’erano andate e lo avevano lasciato da Biagio. Quando entrai lo
vidi seduto contro la finestra. Un uomo criceto pallido e spettinato che
dondolava appena. Sulla faccia l’impronta di quello che doveva essere stato,
prima che la corea iniziasse la sua erosione. Quasi assorto. Quasi teso a
pescare nello stagno delle dimenticanze la parola giusta da piazzare in un
verso. Ma era un bluff. Una posa, spremuta fuori chissà come e chissà da che,
rappresa sull’involucro molle di un corpo scucito dalla volontà. Nella sua
testa, l’avevo studiato, un viluppo di confusione
malumore. Guardai Biagio e lo vidi stravolto. La disfatta di Attilio
Cenci era l’epifania dei nostri terrori più grandi: la perdita di controllo,
la perdita dell’intelligenza.
«Buongiorno maestro. Ho letto Spiagge… è così bello». Dissi ad
Attilio. Di solito al primo incontro con un assistito mi curvo un po’, come si
fa con i bambini. Ma con Attilio non lo feci. Rimasi dritta perché era un mio
simile, solo molto sfortunato. Si alzò e mi venne incontro traballando. Si fermò
ad un passo da me ed arricciò una guancia in un sorriso a scatti immediatamente
riassorbito dal flaccido stupore della faccia. I suoi occhi erano morule,
lucenti sbigottiti frammenti grigiastri. Dietro di essi il crepitio di
un’erosione inarrestabile. Mi tese la mano. Ci eravamo riconosciuti.
Nei
giorni successivi provai a farlo lavorare. Ma c’erano dei problemi. Si
rifiutava di toccare la terra perché, intuii, gli faceva schifo. E perché
comunque era stato un intellettuale di alto rango e avrebbe conservato fino alla
fine il disprezzo per le attività manuali. Con i compagni ovviamente non
legava. Passava il tempo sprofondando nella sedia e in se stesso in una sorta di
tenesmo cronico della memoria. Era come se, lo sentivo a fior di pelle, non
smettesse mai di rimestare dentro di sé alla ricerca di qualcosa che
puntualmente si sfaldava.
Al
mio ex marito non era andata giù di avermi perso per quel signorino di De
Falco, come diceva lui. Era uno con un gran complesso di inferiorità, e un
represso. Da ragazzo mi era sembrato diverso…aggraziato. E invece era un
perditempo e un vacuo. Nel giro di pochi mesi si era accomodato nella mia vita e
si era trasformato in un bestiolone insipido addestrato al riporto. Nella sua
testa quello doveva essere il pedaggio per avermi requisita. Faceva la spesa.
Raggranellava gli spiccioli. Mi scopava servizievolmente. Delegava a me
qualsiasi iniziativa. Si accontentava della miseria che si rapprendeva attorno a
noi per la sua ignavia. Mentre io smarrivo me stessa nei fiordi della maternità,
non riconoscevo il mio corpo, ingrassavo. E mi chiedevo dove fossero i miei
simili. Luca era un medico e un uomo coltissimo. Spiritoso, perverso e
sentimentale. Non avrei mi sentito resistergli.
Quando scoprì il tradimento Patrizio diventò un altro. Da mite e accomodante
divenne un persecutore. Vivemmo insieme ancora qualche mese, per nostro figlio,
lui tampinandomi, spiandomi, io retroflessa in una rassegnazione di pietra. Di
notte mi veniva svegliare. Mi
tirava per un braccio e io dovevo sgusciare fuori dal letto, piano, per non
svegliare il bambino, e seguirlo nell’altra stanza per rispondere alle sue
domande, sempre più pressanti, cattive, morbose. «Te l’ha messo di dietro
Terè? Te l’ha messo di dietro?» Era sfigurato dalla sofferenza. Incrudelito.
Faceva paura. Una volta irruppe in bagno e mi buttò a terra con uno spintone,
poi mi perquisì. Un’altra, dopo avermi rastrellata dal letto, inveì su di me
litaniando: «Puttana! Troia! Puttana! Ti facevi scopare!»
Quella fu l’ultima che mi fece. Tre mesi dopo eravamo separati.
Ma fu peggio, perché da quel momento, a intermittenza, piombava in casa o in
laboratorio e faceva scenate. Mi terrorizzava. Duplicava la mia ansia. Cambiai
la serratura dell’appartamento, ma non servì a farmi sentire al sicuro.
Comunque la mettessi Patrizio continuava ad infestare la mia vita.
Fu un periodo buio per me. Luca era in preda ad un’alternanza di umori
insostenibili. Temeva di perdermi e voleva lasciarmi. Mi scopava brutalmente e
mi abbandonava. Poi mi riprendeva e piangeva sulle mie mammelle.
Biagio, che era roso dall’invidia perché ormai pubblicavo con la media
editoria, aveva intensificato le sue pratiche erotiche quasi a volermi riempire
di sé e annientare il resto. A questo garbuglio si sommavano le difficoltà
quotidiane. Il panico strisciava nella mia stanchezza, ogni tanto deflagrava in
un silenzio orrendo.
Venne
maggio ed io ero pesta. Arrancavo verso un’ipotetica futura liberazione, verso
un improbabile colpo di culo aggrappata alla routine di tutti i giorni. Il
bambino da accudire. Il laboratorio da governare.
Ogni maggio l’istituto organizzava una gita per i ragazzi. I maestri che
volevano potevano accompagnarli. Io avevo sempre evitato di imbarcarmi in quelle
complicatissime sortite. Ma stavolta accettai tormentata da una specie di
presentimento Ero preoccupata per Attilio. Da qualche settimana si era come
corazzato in un silenzio immusonito e pensoso. Lo guardavo e mi sembrava che i
suoi occhi in frantumi schermati dalle palpebre socchiuse
si fossero ricomposti in una fissità indecifrabile. Che avesse
finalmente scovato un’idea, magari delirante, capace di trattenere saldamente
attorno a sé i rimasugli della sua psiche? Di qualsiasi cosa si trattasse
l’esito non poteva essere che la prognosi infausta predetta dai manuali di
psichiatria alla fine della lunga lista dei terribili sintomi della corea:
depressione, allucinazioni, psicosi, aggressività…
La mattina della partenza per la gita una bruma vischiosa stentava a
sfilacciarsi nel cortile dell’istituto. L’enorme pullman noleggiato da
Biagio rantolò a lungo in folle colle porte spalancate in attesa che tutti i
ragazzi salissero a bordo. Non fu una cosa semplice, tra sedie a rotelle
pieghevoli e tripodi e ritardatari premuti fuori dai reparti uno alla volta,
dopo docce laboriose e colazioni sminuzzate. Attilio era arrivato puntuale,
accompagnato da una sorella. Lo avevo preso sottobraccio, e mentre lo aiutavo a
raggiungere il pullman avevo avuto la sensazione che sbandasse più del solito,
che fosse più pallido e assente che mai, come già morto. Avrei dovuto
ascoltare gli avvertimenti del mio cuore, e invece scaricai Biagio tra i
compagni e andai a sedere davanti vicino al finestrino. Per tutto il viaggio
considerai ossessivamente quanto profondamente mi permeasse l’ansia. Tanto da
inibire la mia sensibilità al caldo e al freddo, i miei orgasmi e la percezione
dello scorrere del tempo. Stetti rattrappita nella mia cotenna di terrori fino
al museo delle ceramiche, e poi nel parco dove sbarcammo i ragazzi per un pranzo
al sacco tra i pini.
Come accade sempre in circostanze simili una decina di ragazze si catapultò
addosso all’assistente donna (nella fattispecie io), reclamando
bagni. Tutta questa urgenza ovviamente non c’era, dato che il pullman
era dotato di servizi igienici, ma io le assecondai. Affidai il mio gruppo ad un
collega e le capitanai in cerca delle toilette.
Ripensando oggi a come andarono le cose non posso che essere grata all’isteria
delle mie assistite. L’avere affidato Attilio al povero Angelo Depa mi ha
salvata dalle rappresaglie della famiglia Cenci.
La nebbia si era dissolta e dal prato di aghi di pino salva un odore amaro di
fieno e di resina piacevolissimo. Camminammo su quel tappeto frusciante e per un
sentiero di terra nera e sassolini finché non scorgemmo un’insegna di legno
sbiadita con una freccia obliqua e la scritta bagni ripassata col pennarello. I
bagni erano in una baracca da film horror in fondo a un discesa. Le ragazze
formarono un serpente traballante e vociando si trascinarono laggiù.
Mentre
aspettavo che la processione si sfoltisse sentii gridare.
Noi educatori viviamo nello strepito senza badarci, ma abbiamo sviluppato la
capacità di reagire prontamente a un certo tipo di urla. Quelle che sentivo
erano grida di raccapriccio ed io mi ritrovai a correre prima di pensare che
potesse essere successa una disgrazia.
Accorrendo sul posto ebbi la sensazione di avvicinarmi a un favo spaccato. I
ragazzi brulicavano impazziti tra i frantumi della giocosità di un attimo
prima. Piangevano. Piroettavano. Respinti dagli educatori che formavano un muro
sul ciglio del burrone.
La scena era infernale. Un convulso beccheggio di zappetti e psicolabili. Una
centrifuga di facce sfigurate dall’incredulità. Avanzai nel rumore verso il
ciglio del burrone, vagamente consapevole che si apriva un varco al mio
passaggio. Mi buttai ginocchioni sul pietrisco e guardai giù. Vidi una
spruzzaglia di sassolini e terriccio schizzare nel vuoto da sotto le mie
ginocchia. Vidi Angelo Depa che scendeva per il versante meno scosceso del
dirupo, aggrappandosi alle radici e agli spuntoni, a rischio della pelle, tra il
free climber e un gambero antropomorfo da cartoon giapponese.E Attilio. In fondo
all’orrido. Riverso sulla schiena. Sgangherato, scosso dalle convulsioni. In
una parodia dell’uomo vitruviano. Cogli occhi spalancati e fissi e una pozza
rossa che si allargava lentamente dietro la sua testa.
Gli
psichiatri prescrivono antidepressivi agli ammalati di corea per scongiurare i tentativi di suicidio. Una modalità
terapeutica sintomatica dell’inadeguatezza della medicina di fronte al declino
e alla morte. Si spargono manciate di serotonina sulle rovine fumanti di una
condizione negata, quella della bruttezza, dello sconcio del corpo e
dell’umore.
Attilio apparteneva a una minoranza colta che alimenta il proprio talento col
disastro, e perciò la sua uscita di scena non può essere stata una conseguenza
della malattia, e neanche, più banalmente, di uno scivolone.
È stato un atto di coerenza, romantico, degno di un grande poeta. Si è
coibentato nella propria determinazione e lo ha fatto. Ha sfondato la sorte
nell’unico modo possibile ormai. Ne è uscito fuori.
Avrei dovuto seguire il suo esempio. Non suicidandomi ovviamente, ma tuffandomi
in una scelta alternativa e un po’ irrazionale che avesse il potere di
infrangere la mia condizione, di farne sorgere un’altra.
E invece ho rimaneggiato un po’ di cose, mi sono presa delle rivincite, ho
alzato palizzate, ma sono rimasta pressappoco dov’ero.
In fondo non è la conclusione di quasi tutti i romanzi di Starnone? I nevrotici
alla fine si lasciano vincere dalla normalità, soprattutto se hanno del
talento.
Ho
rotto con Biagio. Denunciato mio marito. Cambiato appartamento e deciso di
tenere Luca. Lo avrei fatto anche se non avesse lasciato la moglie. D’altro
canto anche lui si è come raddolcito. E qualche volta dormiamo assieme.
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