|
Nuova pagina 2
Intervista
a Leonardo Butelli, direttore del Ce.I.S. di Lucca
1-
"La vita addosso" nasce da un progetto importante e ambizioso, dare voce
a persone ai margini attraverso le parole di scrittori. Cosa ti ha spinto
a intraprendere un simile progetto?
Devo
fare una breve premessa, prima di rispondere nello specifico alla tua domanda.
Molti anni fa, quando ero più giovane, lessi uno dei capolavori della
letteratura anglosassone: il "De Profundis" di O. Wilde. Chi lo
conosce sa che è una delle più belle
confessioni
sulla condizione umana: tristezza, melanconia, denuncia della ipocrisia sociale
di quel tempo, si fondono in un unico grande progetto di disvelamento della
verità, tanto celata dai costumi dell'epoca. Ebbene, quando don Bruno (che è
il presidentedel Ce.I.S. Gruppo "Giovani e Comunità " di Lucca) mi
chiese se mi occupavo dell'editoria del Gruppo, la prima idea fu di realizzare
un romanzo che narrasse la verità delle dinamiche
che spingono tante persone a ripiegare ai margini della società. Sono
convinto che la libertà sia il principio cardine per la crescita di una persona
e quando questo viene meno, per diverse circostanze e ragioni, viene meno anche
il senso ultimo della vita. Lessi
allora un po’ tutto quello che era stato prodotto dall'editoria cosiddetta
sociale e, soprattutto, quella legata ai gruppi che fanno solidarietà. Mi resi
conto che c'era in ogni racconto di vita una sorta di falsa testimonianza, una
bugia di fondo: tutte le storie finivano con una piccola o grande
"redenzione". Io non ci credo. Penso invece che chiunque transiti
nelle comunità, nei centri di accoglienza, o comunque in un luogo di
riabilitazione, per i più disparati motivi, non si redima, non diventi santo,
piuttosto impari a non farsi più fregare, dalla droga o da altre forme di
schiavitù. Su
questo ordine di pensiero scrissi un progetto che si chiamava "La stanza
dello scrittore". Il progetto partiva dal presupposto che ogni persona
ospite della comunità potesse raccontare la sua storia, senza reticenze e
soprattutto senza voler dimostrare nessun tipo di ravvedimento morale o sociale.
Per fare questo, da buon lettore quale sono, ho coinvolto scrittori che per la
loro capacità ritenevo in grado di aiutarmi. Devi
sapere che nelle comunità del Gruppo, ci sono ex prostitute, che hanno alle
spalle storie di rapimenti, sfruttamento, violenze, torture psicologiche
inimmaginabili. Trans sfruttati, derubati della loro identità, violentate e
massacrate dai pregiudizi. Insomma, un arcipelago di storie che andavano narrate
senza reticenze. Ebbene,
gli scrittori hanno assunto il ruolo di tutor, hanno vissuto con loro intensi
momenti di vita, hanno raccolto il materiale grezzo, lo hanno sistematizzato e
articolato in un vero e proprio racconto.
2-
È stato duro per gli ospiti del Ce.i.s., coinvolti nel progetto,
ricordare e raccontare la loro storia?
Per
alcuni sì, soprattutto per le ragazze. Sono molto giovani e poche usano
l'italiano in modo corretto. Altre meno, penso a Paola, Michela o Ale. Noi le
chiamiamo con un termine orrendo: trans. In
realtà sono donne che hanno voglia di raccontarsi, di parlare delle loro
vicende, un po’ per difendersi, un po’ per civetteria. Ci sono stati momenti
duri. Ho un ricordo che mi addolora anche ora, quando una ragazza, rapita,
trasferita in Italia bendata, messa sul marciapiede giovanissima, raccontò la
sua storia a Marco Vichi. Quando tutto il racconto fu completato un pomeriggio,
lo leggemmo insieme. Pianse, non andò oltre la quinta o la sesta pagina, poi ci
disse: "Non voglio, ora ho un fidanzato, non voglio che sappia queste cose
di me". Ricominciammo
tutto da capo. Ricordo un altro episodio, quello di Omar. Era malato e Daniele
Nepi mentre ci parlava lo vedevo in difficoltà. Omar morì il mese dopo. Ci
siamo chiesti come doveva essere raccontata la storia di Omar, e Daniele ha
tirato fuori una delle cronache narrate più belle che io abbia mai letto.
3-
Il fatto che tutti gli autori, eccetto Gianluca Morozzi, siano toscani, è
una pura fatalità o hai voluto che il progetto fosse quanto più radicato nel
territorio?
In
primo luogo giudico gli autori che io ho coinvolto tra i più bravi in
circolazione e il fatto che molta critica li annoveri tra i "giallisti"
mi urta. Molti di loro hanno scritto delle pagine bellissime al di là del
genere: sono bravi scrittori e questo mi basta. In secondo luogo ho scelto i
toscani, per così dire, perché li seguo, li leggo e mi piacciono. Li ho
invitati più volte a Lucca per promuovere i loro libri e ho constatato che sono
delle belle persone. Non è mica scontato. Un’antologia di racconti come la
immaginavo io, doveva essere scritta anchecon il cuore, oltre che con la
tecnica. Inoltre sono tutti scrittori che, chi più e chi meno, hanno una forte
propensione all'impegno sociale, e anche questo nel panorama della letteratura
italiana non è cosa da poco. In fondo io volevo (e credo che ci siamo riusciti
tutti insieme) che l'antologia cambiasse in chi l’avrebbe letta il modo di
pensare la "diversità", la sfiga, o meglio
l'ingiustizia e le sue aberranti leggi.
Breve
intervista a Marco Vichi, autore
Com'è
stato il primo incontro con Paola, la protagonista del tuo racconto?
Le cose per me sono andate in modo un po’ diverso, per via di un
piccolo incidente di percorso. Ho incontrato alcune volte una ventenne, fuggita
da una condizione di prostituzione forzata, che viveva sotto la protezione della
polizia. Una bella ragazza, piena di vita e molto triste al tempo stesso. Era
contenta di raccontare, di buttare fuori quel veleno. Ma appena ho finito di
scrivere il racconto sulle sue vicende – in effetti molto drammatiche – lei
ha deciso che la sua storia non dovesse essere pubblicata, anche se il suo vero
nome ovviamente non sarebbe comparso (nemmeno io so come si chiama). Ci stavamo
avvicinando alla scadenza che avevamo fissato per la consegna del lavoro, e
dovevamo trovare una soluzione. Alla fine Leonardo Butelli, uno dei direttori
del Ceis, ha intervistato Paola con un registratore e mi ha spedito la cassetta.
Paola l’avevo già vista diverse volte al circolo InChiostro di Lucca, un
ristorante vegetariano gestito dal Ceis, dove lei lavora come cameriera. Nella
registrazione parla con una sincerità quasi infantile di cose molto crude.
Come
si sono svolti gli incontri successivi? Siete rimasti in contatto?
In
effetti non abbiamo mai parlato direttamente del racconto, anche se Paola lo ha
letto e so che le è piaciuto. Forse in qualche presentazione ci sarà anche lei
a parlare di questa antologia. Non ha avuto problemi a raccontarsi in quella
registrazione, e non credo che ne avrebbe di fronte a un pubblico.
E' stato difficile mettersi a scrivere una storia così
drammatica sapendo che quello che stavi riportando era accaduto realmente?
Devo dire che quando scrivo
scattano altre cose, e in quei momenti a dominare è sempre il “piacere” del
raccontare: inseguire le parole migliori per far passare l’emozione
dall’altra parte della pagina. Da lettore, se quello che leggo è capace di
emozionarmi, provo un forte piacere anche – o soprattutto - nel leggere le
storie più terribili e tragiche. Una storiaccia diventa bella, se è scritta
come si deve. Leggi il Male, e ti senti bene. E’ come se la letteratura avesse
la capacità di purificare qualsiasi liquame.
Nel tuo racconto la figura del magistrato, rispettoso e delicato davanti
alla crudezza delle risposte di Paola, allevia, per quanto sia possibile, la
drammaticità della narrazione. È una figura inventata o un uomo realmente
incontrato da Paola?
Inventata. Non so se esistono magistrati così. Mi piace sperarlo, ma
in fondo non ci credo. Sentivo il bisogno di trovare una situazione in cui il
“personaggio” di Paola potesse rivelarsi fino in fondo, magari con aria di
sfida. Sentendo la registrazione, con Butelli che la incalzava con domande di
ogni tipo, mi è venuto in mente la figura di un magistrato inconsueto, curioso
più di conoscere una persona che di interrogare un imputato.
|