RECENSIONE
Nuova pagina 1
D della Repubblica
27 gennaio 2007
Francesca Frediani
PER QUOTA RICEVUTA.
Se c'è un campo in cui le quote rosa sarebbero fortunatamente inutili, è
probabilmente quello della letteratura, dove un'equa percentuale di scrittrici
di successo accomuna best seller e genere. La buona idea è approfittarne anche
per raccontare con la grazia della letteratura, in quindici racconti più
efficaci di qualsiasi saggio o indagine sociologica, la condizione della donna
oggi. Quindici racconti di altrettante debuttanti assolute (tutte under 35) sul
diritto di voto e l'immigrazione, sul lavoro e soprattutto la mancanza di
lavoro, sul Sud e sul Nord, sulla necessità di partire e sulla sfida di
restare. Più uno, poco importa, firmato "dalla Grazia Verasani di Quo
Vadis Baby" - appellativo diventato ormai consuetudine per la
scrittrice bolognese sdoganata al grande pubblico dall'omonimo film di Gabriele
Salvatores - che della raccolta è anche la curatrice insieme a Gianluca Morozzi.
Le storie stanno lì a dimostrare che le ragazze sanno descrivere il mondo, e
non solo il proprio ombelico.
Nuova pagina 1
www.railibro.rai.it
5 febbraio 2007
Florinda Fiamma
LETTURA AL FEMMINILE
La casa editrice Fernandel è nota per la passione con cui scopre giovani
esordienti che si sono spesso dimostrati scrittori di razza (come Paolo Nori,
Gianluca Morozzi, Grazia Verasani e diversi altri). È un vivaio di cui possiamo
fidarci. Il punto di vista scelto per la raccolta “Quote rosa. Donne, politica
e società nei racconti delle ragazze italiane” è, chiaramente, quello
femminile: sedici scrittrici, che hanno tra i venti e i quarant’anni, ci
raccontano dalla loro ottica l’esperienza della scrittura, del lavoro, della
sessualità, dei rapporti familiari e sociali. Sono storie in cui il mondo viene
visto attraverso uno sguardo tutto speciale. Railibro ha scelto di intervistare
alcune di loro per conoscere le loro storie.
D: La prima domanda è per Grazia Verasani, già autrice dello splendido
“Quo vadis, baby”. “Quote rosa” nasce da un’idea tua e di Gianluca
Morozzi. Cosa vi ha spinto a cercare nuove esordienti scegliendole attraverso la
prospettiva femminile, e con quale criterio hai selezionato i racconti della
raccolta?
R: Quote rosa, il cui titolo ci sembrava di presa immediata per far
capire che era una scelta antologica collegata alle tematiche sociali e
ristretta alle voci femminili, è un’idea nata da Gianulca Morozzi,
dall’editore Giorgio Pozzi e da me, per dare rilievo a giovani autrici
esordienti e sconosciute, fare sentire le loro voci, a maggior ragione valutando
che le scelte antologiche soffrono spesso di una carenza di autrici,
discriminazione più o meno decisa da alcuni curatori di antologie, non credo
per assenza di materiale ma per una sorta di preconcetto che stabilisce che le
donne sappiano solo raccontare i propri batticuori o l’erotismo.
Così si è dato a tutte le autrici un tema rivolto al sociale, per avere un
filo conduttore e connotare l’antologia in modo definito. Sono arrivati molti
racconti e li abbiamo selezionati in base all’argomento richiesto, scartando
chi ci sembrava fuori tema. Siamo tutti molto orgogliosi di questo progetto,
rivolto alle donne, alle nuovi voci della narrativa italiana. Ovvio che ognuno
ha le sue preferite, i racconti che maggiormente lo hanno colpito o in cui si
intravede chiaramente un potenziale futuro. E io personalmente mi auguro di
leggere presto i romanzi di molte tra queste giovani autrici.
D: A chiudere la raccolta c’è anche un racconto tuo, “Poco importa”.
Una bella attrice di provincia che avrebbe voluto fare teatro o cinema
d’autore, che ha letto Shakespeare e vinto premi prestigiosi. Ma che un
pomeriggio si trova nel laido ufficio di un ministeriale della tv a cercare una
scorciatoia. È la scelta più facile, ma sembra anche la più dolorosa...
R: Il mio racconto è solo un piccolo omaggio fatto a un editore che stimo e che
è stato il primo, nel ’99, a credere in me e a pubblicare i miei primi
romanzi. Essendo più “nota” come autrice il mio intervento era anche una
sorta di incentivo, di appoggio morale e sinergico a tutte le autrici presenti,
per essere totalmente dalla loro parte, come una sorella maggiore e più
fortunata, e sposare la loro causa. Cosa che avrebbe fatto anche Morozzi se non
fosse un maschietto.
Per quanto riguarda la storia del raccontino in sé, è uno sguardo realistico
su un luogo comune purtroppo consolidato. Il compromesso a cui alcune artiste o
pseudo tali soccombono per realizzare i loro sogni, l’uso conseguente del
proprio corpo, che è cronaca quotidiana. Conosco attrici talentuose cui viene
offerta solo qualche particina in tv, dato che cinema e teatro versano in
pessime acque, ed entrare nei cast è spesso facilitato da raccomandazioni o,
nel peggiore dei casi, dall’offerta del vecchio “divano del produttore”
(in questo caso “del politico”). Ho tratteggiato quel tipo di corruzione, di
cui una donna a mio parere non dovrebbe essere mai connivente, per sottolineare
i casi dove avviene un uso immorale del potere politico, e la sempre più
marcata assenza di meritocrazia. Partendo dal presupposto, ma è una mia
opinione, che una donna fa sempre il doppio della fatica per dimostrare di
valere qualcosa, ho solo voluto offrire una scena desolante per dimostrare che a
volte etica e politica non corrispondono e che le donne, per non maltrattare la
propria intelligenza, dovrebbero ribellarsi.
D: Nadia Terranova, sei una delle esordienti della raccolta, le protagoniste
del tuo racconto sono Aurora, una neolaureata, ex-stagista, con contratto a
progetto in una casa editrice, insieme a Livia, una rampante addetta stampa.
Dopo i “tradimenti” accademici e le frustrazioni del precariato, la passione
per i libri la porta a una svolta nella sua vita. Aurora riesce a sferrare un
colpo da maestro creando addirittura un “caso editoriale”: un bel colpo per
il “Piccolo Editore Di Sinistra” dove lavora. Tu sei l’assistente editor
di narrativa straniera in una nota casa editrice romana, il tuo racconto un
po’ ti somiglia...
R: C’è qualcosa di me in Aurora, che per la smania di fare e proporre si
ritrova nei pasticci, ma anche in Livia, che grazie a un lampo di genio e a un
po’ di sana solidarietà si fa venire in mente l’idea giusta per aiutare la
sua amica a uscire dall’empasse. Immagino una situazione lavorativa in
cui diventa determinante la sinergia fra persone diverse: non solo si converge
verso la soluzione di un problema ma si crea un vero e proprio successo. Aurora
si ritrova fra le mani un libro che le piace al punto da convincere tutti: è
così che nascono i “casi”, libri splendidi oppure orrendi ma accomunati dal
fatto che editori, autori o stampa ci hanno creduto fortemente, e che poi per le
coincidenze più diverse sono arrivati al pubblico al momento giusto.
D: Cosa ti ha incuriosito del concorso di Fernandel “Quote rosa”? Perché
e come hai scelto di raccontare una storia “al femminile”?
R: La clausola “al femminile” non è stata determinante. È stato decisivo
invece che il concorso venisse da Fernandel, una casa editrice che seguivo con
interesse. E che il tema fosse il lavoro. Lavoro da quando avevo ventiquattro
anni e non mi sono mai fermata: stagista, ghost writer, ghost translator,
correttrice di bozze, disoccupata, traduttrice, giornalista, giornalista web,
editor e ghost editor. Come molti miei coetanei conosco bene la precarietà e il
lavoro nero e volevo raccontare questo entusiasmo che sopravvive nonostante
tutto, come l’erbaccia ai giardini pubblici. In fondo è l’alternativa
speculare alla Morte in banca di Pontiggia. Da lavoratrice mi auguro che
governo e aziende trovino una via di mezzo: si chiama flessibilità comprensiva
di diritti, e non è poi così difficile.
D: Stefania Bondini è l’ultima delle intervistate. Lei ha scritto il
racconto “Diciotto carati”. È la storia di una giovane operaia che lavora
in una fabbrica di gioielli. Giovane ma già rassegnatissima: alla routine della
fabbrica e del matrimonio, al rumore infernale delle macchine, alle regole
sociali per le quali chiunque osi tentare una strada diversa è uno
“strano”. Come Lara, l’operaia addetta alla lucidatura che fa presto
carriera e che, nel tempo libero, studia per avere un diploma. Sfiori il tema
quasi “sindacale” della durezza del lavoro in fabbrica, ma in fondo mi
sembra che tu abbia scritto una storia ottimista, che suggerisce che tutti
avrebbero la possibilità di emanciparsi da una situazione sgradita...
R: O almeno dovrebbero provarci. Vedi, io vengo da una piccola città (uno di
quei centri di provincia dove tutto è ordinato e pulito e preciso come un cucù
svizzero) e qualche volta - solo qualche volta, per fortuna – l’impressione
che ho è quella di trovarmi ancora dentro un romanzo di Cassola. Ora, i romanzi
di Cassola sono stupendi (ce ne fosse di gente che scrive come lui, oggi!), ma
credo che esserne le protagoniste sia quantomeno terrificante, perché lì le
ragazze “sono beate” quando hanno il fidanzato e la casa e sfornato qualche
marmocchio. Ecco, io non dico che questo sia sbagliato, se davvero lo vuoi (e ci
mancherebbe) ma non mi piace quando ti viene inculcato a forza. Quando ti fanno
crescere con l'idea che quello è il massimo, il top, che più di così dalla
vita non si può pretendere e che più di così da te stessa non puoi
pretendere. E quando te lo impongono il risultato poi si vede: la voce narrante
del mio racconto probabilmente diventerà una donna acida e frustrata e passerà
le serate a lamentarsi col marito e i figli (quelle lagne terribili del tipo
“con tutto quello che ho fatto per voi è così che mi ripagate” ecc. ecc.)
solo perché nessuno le ha dato la possibilità di mettersi davvero alla prova.
Magari anche Lara sarà acida e frustrata, ma almeno se lo sarà scelto! Non so,
magari tutto questo discorso può sembrare anche un po’ vetero femminista o
qualcosa del genere, ma davvero di gente così ne vedo ogni giorno e mi mette
una tristezza d'inferno. E poi quando le femministe andavano in strada cantando
“tremate tremate le streghe son tornate” io avevo due anni e adesso che
l’età ce l’avrei lo slogan è passato di moda. Sarà mica il caso di
rispolverarlo?
Nuova pagina 1
www.dispenseronline.rai.it
5 febbraio 2007
Matteo "Ferrato" Bordone
Qualche tempo fa l’editore Fernandel, quel piccolo e sagace editore
romagnolo che seguiamo da sempre a DISPENSER, ha avuto l’idea di curare una
antologia di autrici giovani. Anzi, per la precisione sono stati Gianluca
Morozzi e Grazia Varasani a pensare al concorso e pubblicare un bando. Ragazze,
nate dal 1970 in poi, che non avessero mai pubblicato niente di cartaceo;
racconto di prosa. I racconti sono arrivati e sono stati selezionati e il tutto
è diventato un libro. Che dire della narrativa femminile? Che come abbiamo
detto tante volte i cosiddetti gender studies, cioè la narrativa e la
saggistica sui temi relativi all’identità sessuale, sono un po’ un male
necessario. Nel senso che in una società completamente libera e aperta non ce
ne sarebbe bisogno e uno potrebbe tranquillamente pensare di scrivere e leggere
storie che non abbiano a che fare con l’essere donna o l’essere uomo o
l’essere gay o l’essere koala. Visto che soprattutto per la donna, il gay e
il koala (e soprattutto per il koala gay), le cose sono un po’ difficili, è
bene che ci siano libri come “Quote rosa”. Che ha il pregio di essere una
raccolta A-non lagnosa e B-non per donne ma piuttosto di donne. Perché esiste
anche una letteratura per donne, che però è un tema tremendo che non
affrontiamo comunque non è questo il caso. Sedici autrici altrettanti racconti.
Nuova pagina 1
Il Piccolo
martedì 13 febbraio 2007
Pietro Spirito
LA DIFFICILE VITA DELLE DONNE AL TEMPO DELLE QUOTE ROSA
Viviamo in una società largamente imperfetta se è vero, come è vero, che enti
e istituzioni devono munirsi di apposite commissioni per garantire pari
opportunità alle donne negli organismi di rappresentanza. Come se non dovesse
essere scontata, naturale, un'ampia partecipazione delle donne alla politica,
alla gestione delle istituzioni, alla vita sociale, insomma la partecipazione a
tutto. E' triste che le donne, nella nostra società, debbano essere ancora
considerate un po' come i panda, una specie da proteggere e tutelare. Eppure è
così. E lo è a maggior ragione in un'Italia che ha ancora parecchio da fare
per quanto riguarda emancipazione culturale, educazione, rispetto, insomma
quelle tre o quattro cose che chiamiamo civiltà. Per questo il concetto di
"quote rosa" ha in sè qualcosa di limitativo: sarebbe meglio non ci
fosse bisogno di istituire "quote rosa".
Il punto è che, a quanto pare, non è facile essere donna oggi. Basta leggere i
racconti di un'antologia appena uscita per l'editrice Fernandel di Ravenna,
intitolata appunto "Quote rosa", ovvero "Donne, politica e
società nei racconti di ragazze italiane". Nata da un'idea di un autore
culto per tanti giovani, Gianluca Morozzi, e di una scrittrice formidabile come
Grazia Verasani, l'antologia raccoglie i racconti di dieci autrici, di età
compresa fra i venti e i quarant'anni, che mi sembra giusto presentare una alla
volta: Elena Battista, Susanna Bissoli, Francesca Bonafini, Stefania Bondini,
Patrizia Caffiero, Barbara Delfino, Mascia Di Marco, Elisa Finocchiaro, Elisa
Genghini, Deborah Rim Moiso, Viola Rispoli, Elisa Ruotolo, Daniela Russo,
Federica Senigagliesi, Nadia Terranova, la stessa Grazia Verasani.
L'emancipazione dai tradizionali ruoli familiari, la precarietà del lavoro, la
maternità, l'identità sessuale, l'amore: sono alcuni dei temi messi in scena
nei racconti di questa pattuglia di narratrici con una scrittura sempre
trasversale e profonda, immaginifica e colorata come solo la scrittura femminile
sa essere. La rappresentazione del mondo femminile italiano contemporaneo che
emerge dai racconti non è rassicurante: le giovani donne di "Quote
rosa" ogni giorno camminano su uno strato di ghiaccio sottile, sono alle
prese con una ridefinizione costante della propria identità, combattono una
guerra dove il nemico è spesso invisibile e sfuggente, devono continuamente
fare i conti con loro stesse in rapporto a una società che, come in una
centrifuga contraria, spesso le spinge verso i margini, in territori a volte bui
e pericolosi, dove c'è il rischio di perdersi. Come la protagonista del
racconto della Verasani, una ragazza in cerca di lavoro in una televisione che
mentre sta per concedersi al portaborse di turno - unico modo per ottenere il
posto - pensa che adesso "non ha più eroine a cui riferirsi, e il
personaggio che deve interpretare non le piace affatto".
Nuova pagina 1
La Repubblica - Bologna
martedì 13 febbraio 2007
Valentina Desalvo
QUOTE
ROSA, NUOVE SCRITTRICI CRESCONO
C'è una vena new-realista in questa
antologia che intreccia 16 voci femminili,
con 15 scrittrici esordienti
e un racconto finale di Grazia
Verasani curatrice insieme a Gianluca
Morozzi della raccolta. Si
chiama "Quote Rosa" il piccolo ma
articolato censimento realizzato
dalla casa editrice Fernandel,
con sede in Romagna
ma che
ha vocazione
nazionale
nello
scoprire i talenti e nell'intercettare
nuove
sensibilità letterarie.
Il merito
di "Quote rosa", al di là della
qualità di alcuni
racconti, è
proprio quello di
provare a far raccontare alle donne
"la vita liquida" di oggi. Dal lavoro all'amore, dalla politica alla
società. Tutto è flessibile, pronto
a piegarsi nelle fatiche di esistenze sempre più "alla giornata". Sono
testimonianze di fatti noti
che scandiscono il nostro tempo: le telefonale di chi offre prodotti
biologici o materassi ortopedici,
curando il corpo per raddrizzare
l'anima, l'ossessione più
o meno intensa, più o meno ironica,
dei rapporti famigliari (col
padre, con i padri, soprattutto),
l'azienda come nuova scena di
lavoro e di insicurezza, i concorsi per il posto fisso, la maternità,
tra desiderio e negazione. Tutto scorre nei
racconti, compresa la lingua, con
alcune prove felici per la capacità ironica (come
"l'Inferno acustico" di Francesca
Bonafini, dove un complesso di sole donne, vuole sovvertire l'ordine
musicale costituito, mettendo rap crudissimi nel liscio per anziani
e folk nelle discoteche per fighetti)
e altre per la densità della
narrazione ("Bruno"di Barbara Delfino). I sentimenti sono centrali, ma non sono necessariamente
sentimenti d'amore: sono sentimenti
dell'esistenza, di quel che
resta nelle pieghe di una fatica
sempre più evidente, sempre più
sostanziale. Molte delle autrici (Elena Battista, Susanna Bissoli,
Stefania Bondini, Patrizia Caffiero, Mascia Di Marco, Elisa Finocchiaro,
Elisa Genghini, Deborah
Rim Moiso, Viola Rispoli, Elisa
Ruotolo, Daniela Russo, Federica
Senigagliesi e
Nadia Terranova,
oltre alle altre già citate) sono nate, passate o
vissute tra Bologna e
l'Emilia-Romagna, ma si capisce
bene
che
c'è un'aria di famiglia anche con le altre, quelle che
vengono dal Piemonte
o da Napoli. Ognuna sceglie una cifra espressiva propria (sebbene ci siano
echi della Parrella e atmosfere
minimaliste) usando spesso la prima persona, ma quel che colpisce
è la realtà: non c'è bisogno di
metterci del pulp, ci pensa la vita ad essere cannibale. In questo
senso c'è new-realismo. Quella
crudezza senza scampo di chi a vent'anni
o a quaranta, ha dovuto fare i suoi conti e sa che non tornano mai. Che non
tornano più.
Nuova pagina 1
Liberazione
4 marzo 2007
Elisabetta Mondello
QUOTIDIANITA' GRIGIA IN PILLOLE
E' una piccola antologia pubblicata da una piccola casa editrice, ma l'ambizione
è tanta: raccontare le donne nell'Italia di oggi e, insieme, promuovere autrici
esordienti. Il libro edito dalla Fernandel dichiara il suo territorio fin dal
titolo, Quote rosa. Donne, politica e società nei racconti delle ragazze
italiane, mediante l'assunzione - apparentemente inequivocabile - di un
orizzonte progettuale che deriva da quell'espressione entrata nel gergo
politico e nel lessico diffuso, la quale denuncia la perdurante difficoltà
delle donne a bucare il cielo della parità, e contemporaneamente, indica un
modello (protezionistico, per così dire) per porvi un marginale rimedio. Dunque
l'antologia si autodefinisce un luogo riservato (una "quota") per le
autrici, a fronte degli ostacoli esistenti tuttora nel mondo editoriale per le
scritture femminili? Apparentemente (il comunicato stampa lo conferma) è questo
il senso del titolo. Ma più giustamente il risvolto di copertina sposta il
discorso sul sottotitolo, perché il volume, dando voce a 16 autrici in larga
misura esordienti, davvero racconta il mondo delle donne nell'Italia attuale,
depressa, in crisi, lacerata dalla non coincidenza dei bisogni, desideri e
realtà.
Se si autopromuovessero solo quale una "quota", l'antologia e l'intera
operazione della Fernandel avrebbero un valore limitato, seppur apprezzabile.
Invece è una raccolta che spicca nel panorama editoriale contemporaneo,
affollato di antologie come mai nella storia italiana da quando il genere
antologico (all'incirca dalla metà degli anni 90, e in un crescendo) sembra
aver assunto i ruoli che nella tradizione novecentesca erano rivolti alla
rivista, ossia quelli di luogo di formazione del pensiero intellettuale, di
spazio dedicato per gli esordi letterari e di specchio della propria epoca. Chi
esordisce oggi su una rivista letteraria? Quale periodico ha un'autoritas
riconosciuta che vada oltre, nei casi migliori, le recensioni?
Nata da un'idea di Grazia Verasani (nota al pubblico per Quo vadis, baby?,
da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film) Gianluca Morozzi (autore di
molti romanzi, fra cui il fortunato Blackout), realizzato attraverso un
affollato concorso tematico e pubblicata dall'editore di Ravenna che ha una
vocazione alla scoperta delle nuove scritture (Paolo Nori e gli stessi Verasani
e Morozzi), l'antologia offre uno dei migliori e convincenti ritratti della
contemporaneità che siano usciti da anni. E' ovviamente la polifonia, la
pluralità delle voci in maggioranza "under 35", ad agire quale motore
di una macchina narrativa che funziona quasi in senso romanzesco: seppur diversi
per temi, punti di vista, ambientazioni i testi sembrano costituirsi come un
interrotto racconto di come si posizionano le donne nei confronti della realtà,
si tratti della sfera emozionale e cognitiva, o del mondo del lavoro precario,
ripetitivo, poco gratificante.
E' quasi un romanzo frantumato in tanti capitoli questo Quote rosa, nel
suo raccontare attraverso tante microstorie un'identità femminile che solo
apparentemente è plurima mentre, in realtà, narra le sue declinazioni, le
quali appaiono sostenute in modo vistoso da una unitarietà. Anche perché (ma
forse deriva dai gusti dei curatori o da un editing), con qualche palese
eccezione, la maggioranza dei testi mostrano un orizzonte lessicale, stilistico
e strutturale simile: identica lingua intermedia, un io narrante forte,
un'attenzione alla descrizione della geografia dei costumi, un certo
citazionismo, una sorridente ironia che, da qualche decennio, sembra essere un
tratto delle scritture femminili.
Le trentenni (o poco meno) che si raccontano nelle vesti di personaggi carta
prediligono le vie del realismo, caratteristica anch'essa ricorrente nelle
scrittrici e, in tutta probabilità, rinforzata dalla richiesta del concorso di
affrontare argomenti sociali. Il che sposta, inevitabilmente l'asse dei racconti
sul versante dei contenuti: e che l'antologia racconti storie, i vissuti
possibili e l'autopercezione di sé di una generazione di donne meglio di un
saggio sociologico è indiscutibile.
Gira un'aria di tipicità e di rappresentanza molto forte nel libro, sotto ogni
aspetto, non solo per le scelte tematiche. Le autrici che hanno vinto a cui si
è aggiunta Grazia Verasani con il racconto che chiude l'antologia, provengono
da mezza Italia (molte dal Sud) e hanno biografie anch'esse paradigmatiche.
Incarnano perfettamente uno spicchio del "pianeta-giovani donne" che
il libro vuole mostrare, quello delle laureate nelle più diverse facoltà o
delle donne impiegate nei più vari mestieri che si sperimentano nella scrittura
creativa dopo aver attraversato, anche loro, la precarietà e la pluralità
delle esperienze di impiego. La Fernandel, visto il successo, lancia un nuovo
concorso sul tema della maternità voluta o negata (www.fernandel.it): è
una scelta editoriale interessante proprio per la sua serialità, sebbene corra
l'ovvio rischio dell'eccesso contenutistico. Forse sarebbe giusto chiedere alle
esordienti non solo di mettersi alla prova con trame che si propongano
come uno specchio di una generazione, ma anche di trovare una lingua non
omologata e uniforme per raccontarle.
Nuova pagina 2
Pulp
marzo-aprile 2007
Teo Lorini
Il titolo potrebbe sembrare un ammiccamento ironico alle ciance
sulla rappresentanza femminile nelle liste elettorali che tanto squallore hanno
aggiunto all’ultima, già penosa, bagarre elettorale. Quote rosa è
invece un volume estremamente serio che colpisce per compattezza stilistica e
conferma che i risultati non mancano quando il vaglio del materiale è rigoroso.
All’interno, un panorama esteso e per nulla rassicurante della nostra
contemporaneità e in particolare del ruolo che in essa è riservato (ma
verrebbe da dire rimane) alle donne. Molti di questi racconti riflettono
sul mondo del lavoro: la fatica per approdare a una professionalità in qualche
misura appagante (le solide prove di Stefania Rondini e Daniela Russo); la
dimensione della precarietà vissuta nella propria carne prima ancora che nella
psiche (Viola Rispoli con un racconto che non concede sconti e Federica
Senigagliesi, con uno poetico e straziante). Altri parlano di famiglie: i loro
retaggi (Deborah Rim Moiso), i ruoli sclerotizzati (Patrizia Caffiero), l’affetto
che si chiude addosso fino all’asfissia (il testo intenso e per nulla scontato
di Elisa Finocchiaro). Parecchi esprimono rabbia, pura e irrimediabile. Ma le
gemme di questa raccolta sono tre racconti d’esordio che compendiano questi
temi (e non solo) con in più un’efficacia stilistica davvero originale: Elena
Battista prende spunto dal diritto di voto per raccontare con una tenerezza
autenticamente dolorosa il rapporto con la vecchiaia e la morte. Elisa Ruotolo
circoscrive la parabola della sua protagonista nell’ottusa aridità delle
statistiche occupazionali e lo fa con uno stil sorprendente per sicurezza e
intensità lirica. Susanna Bissoli riesce a riflettere sul percorso di
formazione dell’identità sessuale senza inciampare mai in retorica o
pietismo, ma aggiungendo di suo uno sguardo sul mondo che colpisce per
freschezza e disarmata sincerità. A completare i 15 esordi di Quote rosa,
spicca come una sorta di bonus-track, “Poco importa” di Grazia Verasani che
trae spunto dai passaggi di Gregoraci e co. per i divani della Farnesina: il
risultato è duro e insieme commovente anche se le cronache recenti provano che
la realtà, una volta di più, ha saputo superare la letteratura.
Nuova pagina 1
La Stampa, Tuttolibri
2 giugno 2007
Piersandro Pallavicini
AMICHE, ZIE, SORELLE D'ITALIA. Sedici storie palpitanti di
esordienti assolute (o quasi).
«Quando
la gente sa che ti può comprare diventa feroce. [...] Essere brava significa
seguire le regole, non lamentarsi, non prendere iniziative»: così dice la
giovane operaia protagonista del racconto Bacia per terra, di Federica
Senigagliesi. Parole che insieme alla rassegnata noncuranza con cui sono
lasciate cadere ben rappresentano lo spirito che abita l'antologia di racconti
al femminile Quote rosa, appena pubblicata da Fernandel (pp. 186, e 13).
Raccontare le donne nell'Italia di oggi è ciò che si sono proposti i due
curatori, Gianluca Morozzi e Grazia Verasani, riuscendo con intelligenza nel
proprio intento, in virtù della scelta, assai consona allo stile dell' editore
ravennate, di reclutare scrittrici «di scuderia», e dunque esordienti assolute
o tutt'al più con modeste esperienze di racconti in riviste e blog. In questi
sedici racconti, quasi tutti di buona qualità, non ci sono cioè la furbizia,
il mestiere, il disincanto (e talvolta anche la «protervia narrativa») di chi
scrive con già qualche libro all'attivo,mapiuttosto un raccontare spontaneo,
sincero, palpitante, con quella capacità di comunicare e empatizzare che è il
valore aggiunto dell'autenticità. Fiction e allo stesso tempo testimonianza,
insomma, per quel che riguarda «Donne, politica e società nei racconti delle
ragazze italiane» (come recita il sottotitolo del volume). Naturalmente sì,
verissimo che la politica e la società passano dai racconti delle giovani
autrici, ma lo fanno con, appunto, distratta e rassegnata noncuranza.Come?
Attraverso il quotidiano confrontarsi, tutto al femminile, con amiche e sorelle,
madri e zie, colleghe e compagne di studi. Leggiamo di concorsi per abilitazioni
scolastiche (Dove non si parla d’amore? di Daniela Russo), di contratti
a progetto striminziti in un Sud desolato (Un posto al Sud di Elisa
Ruotolo), di femministe vecchia maniera che propugnano come unica, insensata
soluzione l'abolizione degli uomini (il piccolo gioiello Diventare lesbica di
Susanna Bissoli, e Di che sesso sei, di Patrizia Caffiero). Leggiamo
tutto questo e ci accorgiamo che il lavoro è precario, i sentimenti sono
precari, la vita è precaria nell'Italia di oggi, per le ragazze di questi
racconti. Questo vale per tutta una generazione, naturalmente, maschi o femmine
che si sia, ma - ecco il punto - la spietatezza, la ferocia, la repressione
dell'intelligenza, della sana sregolatezza creativa, del talento e della voglia
di fare, si scatenano in misura maggiore contro chi è donna. Questa è la cifra
di uno Stato, il nostro, con percentuali ridicole di donne in ruoli dirigenziali
e decisionali, e lo vediamo tutti i giorni, e finiamo per darlo per scontato -
nonostante commissioni, assessorati e ministeri dediti al perseguimento delle «pari
opportunità». Ben vengano allora sedici racconti che ce lo ricordano con
grazia e misura, trasversalmente, e facendo, chissà quanto consapevolmente, un
bel cortocircuito tra la narrativa intimista al rosa e la spumeggiante,
modernissima chick lit.
|