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Marilia
Mazzeo
Per
sempre
Un
colpo di clacson, ripetuto, prolungato. Silvia distoglie lo sguardo dal monitor.
Guarda fuori dalla vetrata. E resta così, incantata. Non per il clacson, che
subito dimentica: in strada macchine e camion sfilano con indifferenza, non è
successo nulla. Resta incantata perché vede sul muro del bottonificio di fronte
delle strisce gialle. Dei raggi.
Si
alza e si avvicina al vetro, qualche passo. Sì, è proprio così, non solo ha
smesso di piovere, ma è uscito fuori il sole, un sole basso sull’orizzonte,
d’accordo, sono quasi le sei, ma un sole vero, robusto, muscoloso!, che sta
lottando a spintoni contro le nuvole nere e pesanti, ancora ammassate sopra e
dappertutto nel cielo, sta lottando e sta vincendo. Silvia spalanca i vetri, per
affacciarsi, e riuscire a guardare bene là in fondo, lo squarcio azzurro che si
allarga a vista d’occhio. E sente un odore diverso dal solito. Tutto sembra
diverso dal solito. Il solito è pioggia, pioggia interminabile che dura da
settimane. Così è la primavera, lì.
Benché
il suo ufficio sia al piano terreno, vede una bella fetta di panorama, da quella
vetrata, perché si trova sul principio di una collina: e il panorama è una
distesa di fabbrichette e capannoni, uno via l’altro lungo la statale e lungo
l’autostrada che corrono più o meno parallele verso Verona. Da un lato ci
sono le colline, basse, mangiate dalle cave. Dall’altro, niente. Pianura, che
si perde nel grigiolino della lontananza. Di solito, tutto appare grigiolino, le
cave e i capannoni di cemento, le colline e le strade, le ciminiere e i
tralicci, ma oggi ci sono dappertutto macchie gialle, macchie verdi, ci sono
improvvisamente colori. È esattamente come se qualcuno la stesse chiamando.
Torna
alla scrivania, prende il telefono, senza sedersi, compone un numero. Gli dico
di venire a prendermi con la moto, pensa, gli dico che andiamo a prendere aria.
Andiamo a Verona, no, andiamo sul Garda, forse facciamo addirittura in tempo ad
arrivare a Sirmione, prima che il sole tramonti.
Ma
Giulio le risponde che è ancora lontano, vicino Bergamo: che sarà a casa verso
le otto; che è uscito fuori il sole anche là, è vero, però fa ancora freddo,
sei pazza a pensare alla moto con questo freddo. Silvia butta giù il telefono
con rabbia. È facile parlare così, per lui, che è sempre in giro perché fa
il rappresentante, mentre lei è prigioniera in quell’ufficio, un giorno dopo
l’altro, chiusa in quel guscio di pannelli grigi, e adesso anche sola. Da tre
giorni è sola, perché Loretta, che lavorava nella scrivania accanto, si è
licenziata; e nemmeno verrà rimpiazzata, perché gli affari della ditta non
vanno poi così bene. Ci sono naturalmente molti altri impiegati, disegnatori,
contabili, segretarie e commesse, alla Tosoni Arredamenti; ma stanno da
un’altra parte, negli uffici del negozio, sulla provinciale. Silvia invece
lavora nel capannone del mobilificio, che sta nel mezzo della zona industriale,
fuori dal paese.
Sola
con il suo computer e con la sua radio, che continua a gracchiare nel silenzio
dell’ufficio deserto, trasmette per l’ennesima volta il notiziario, parla di
ministri e di guerre lontane, senza una parola sul sole che finalmente è
tornato a farsi vedere dopo tanta pioggia. Silvia la spegne. Ora non si sente
altro che il ronzio sommesso del processore. Anche la fabbrica, di là dalla
parete, è silenziosa: gli operai se ne sono andati. Silvia cammina avanti e
indietro, senza risolversi a tornare al computer. Mancano ancora venticinque
minuti alle sei e mezza. Le sembrano insuperabili. La vita d’ufficio è
piuttosto noiosa per tutti, in genere: ma trovarsi sola in una stanza, da
mattina a sera, a tu per tu con il computer e con il telefono, è cosa da far
diventare pazzi, pensa Silvia.
A
ventiquattro anni ha già cambiato tre uffici, ma una cosa simile non le è
capitata mai, prima. Ci sono, sì, persone che vanno e vengono: il titolare
prima di tutto, Tosoni, che la tiene d’occhio, sospettoso com’è; il figlio
del titolare, che si ferma volentieri a fare due chiacchiere con lei, non avendo
mai niente di preciso da fare; il commercialista, di tanto in tanto; i ragazzi
della falegnameria, che vengono a fare le fotocopie dei disegni, o a telefonare
alle morose; e poi i clienti. Ma con tutto questo ci sono ancora ore intere di
solitudine, e la radio non è un grande aiuto.
Perciò
lancia quasi un gridolino di entusiasmo, quando, alle sei e venti, Gavrilo entra
in ufficio. Lo conosce a malapena, Silvia, ma ha una gran voglia di fare due
chiacchiere. Con chiunque, pensa. Non resiste più a quel maledetto
silenzio.
«Ciao»
le dice Gavrilo, e sorride gentile. «Devo fare una telefonata a Tosoni, posso?»
«Ma
certo». Silvia siede di nuovo al suo posto, meccanicamente. A volte le sembra
che tutti gli altri, dal titolare all’ultimo dei ragazzi di laboratorio,
abbiano in testa solo il lavoro, nient’altro che il lavoro. Tutti tranne lei.
Gavrilo
telefona a Tosoni, gli parla di un guasto in verniciatura, si è rotto un
aspiratore o qualcosa del genere. Quindi abbassa la cornetta, guarda
l’orologio, muove qualche passo, incerto. Non se ne va, però.
E
adesso che gli dico, a questo?, pensa Silvia. Gavrilo si è messo a girellare
per l’ufficio, con le mani in tasca.
«Come
va?» gli domanda Silvia.
«Stanco!»
Silvia
non ha ancora capito bene cosa che specie di lavoro faccia Gavrilo, perciò gli
domanda: «Cosa hai fatto oggi?»
«Lavorato
tutto il giorno» dice lui, con le sue dondolanti vocali dell’est. «Alzato
alle sei» dice.
«E
cosa hai fatto?»
«Tagliato
assi. Mensole. Spalle. Piani».
«Tutto
il giorno a tagliare? Che palle!»
«E
tu?»
«Io,
tutto il giorno a fare preventivi!»
Ridono
insieme. Poi, Silvia non sa più cosa dire. Salva il fax che ha sullo schermo
del computer, compilato a metà, e si lascia andare contro lo schienale. Non
è una cosa urgente: e a quest’ora, infine, si può anche smettere di
lavorare. Guarda Gavrilo che si è buttato su una sedia a gambe larghe, quella
che fino a tre giorni prima era la sedia di Loretta.
«Allora
sei rimasta qui sola», dice Gavrilo.
«Sì,
purtroppo!» dice Silvia, con enfasi. «È così noioso».
«E
Loretta dov’è andata?»
«Ha
trovato un posto dove la pagano di più. Così, all’improvviso, senza cercare.
Le è capitato.
«Fortunata»
commenta Gavrilo, grattandosi la nuca. È un ragazzo lungo e sottile, fragile,
dalla testa bionda, piccola e rotonda. Non ha lineamenti stranieri, potrebbe
benissimo sembrare, finché non parla, un italiano. Aveva i baffi, ma se li è
tagliati, quando ha visto che in Italia non li porta nessuno. È abbastanza
bello. A Loretta, infatti, piaceva. Avevano fatto amicizia: e lui aveva preso
l’abitudine di venire ogni giorno, a fine giornata, a salutarla. Ma poi
Loretta è diventata un po’ fredda con Gavrilo, perché ha scoperto che ha
moglie e due bambini. Naturalmente sono rimasti in Romania: e là aspettano che
lui si sistemi, in Italia, per raggiungerlo. E ha scoperto anche che lui non ha
il permesso di soggiorno, e sta nascosto. «Non vado mica in cerca di guai, io»,
ha detto Loretta a Silvia, spicciativa.
Gavrilo
gioca con il portamatite, infila le graffette una nell’altra, come una
collana.
«Anche
tu vorresti cercare un lavoro migliore? Un lavoro che ti pagano di più?»
chiede Silvia a caso, tanto per dire qualcosa. Parla lentamente, pronunciando
con chiarezza le parole, perché lui non sempre capisce.
«No,
no, io sto bene qui». Un’ombra di diffidenza gli passa sul viso puerile,
sulle guance rotonde, ben rasate. Silvia intuisce che non si fida di lei. Come
fargli capire che lei, invece, sta dalla sua parte? Il capo non è dei
peggiori, questo è vero, anzi per una volta gliene è capitato uno che è
abbastanza gentile, almeno con lei. Però è sempre un padrone, e Silvia non
starà certo dalla sua parte.
«Loretta
mi ha detto che abiti qui. Ma non ti stufi a stare sempre in fabbrica, giorno e
notte?»
«Ma
non sto mica in fabbrica, di notte! Ho un appartamento sopra il magazzino,
dall’altra parte della strada» dice Gavrilo con fierezza.
Così
Tosoni si è procurato un custode notturno, pensa Silvia, ma non lo dice; e
nemmeno chiede, come vorrebbe, se paga un affitto, per quell’appartamento. Si
trattiene, perché tutti le dicono, sempre, che è troppo curiosa. Invece
chiede, sorridendo, al ragazzo: «E com’è questo tuo appartamento?»
«È
bello».
«Sì,
ma bello come?»
«È
grande. C’è tutto. Ha due stanze, grandi, più un bagno. Io l’ho dipinto
tutto da solo».
«E
i mobili ci sono?»
«I
mobili, un po’ me li faccio da solo, in falegnameria, un po’ me li ha dati
Tosoni; però vuole che glieli pago». Di nuovo, gli passa un’ombra sugli
occhi: ma subito sorride, per far capire che lui non si lamenta.
Silvia
se li immagina, quei mobili: roba vecchia di venti o trent’anni fa, che Tosoni
tiene in un magazzino speciale da mostrare solo agli extracomunitari, perché
nessun italiano li vorrebbe; almeno da queste parti, dove sono tutti ricchi, e
si comprano senza batter ciglio arredamenti da cinquanta milioni, senza
nemmeno parlare di rate. Gli stranieri invece li comprano volentieri; tuttavia
Tosoni sospira, quando vende qualcosa a loro, e dice a Silvia che lui è
troppo buono, che è uno stupido, perché tante volte quelli non pagano, e
spariscono nel nulla.
Gavrilo
però si è già rianimato, e parla con quella sua fierezza. «Voglio costruire
tutta una parete con degli armadi, e dei ripiani, così ci sta tutto quanto,
dentro: la tivù ce l’ho già, e anche la radio: anzi, tu forse potresti farmi
un disegno, al computer, così so tutte le misure precise che devo tagliare.
Naturalmente, quando hai tempo. Anzi, voglio guardare qualche catalogo, così mi
viene qualche idea bella. Che ne dici? Dove sono i libri?»
«Sono
tutti qua. Guarda». Silvia si alza, va nel salotto dove siedono i clienti, e
dove c’è un grande armadio zeppo di cataloghi di ogni tipo. Sono talmente
tanti, i mobili che esistono al mondo, che scegliere qualcosa è quasi
impossibile; ma non è così per tutto, ormai? Prende fuori un grosso catalogo,
sul quale è scritto a grandi lettere d’argento: giorno. Lo porge a
Gavrilo. «Guarda questo».
«Grazie».
«Ne
vuoi un altro?»
«Sì».
Siede al tavolo e si mette a sfogliare il catalogo con acuto interesse. Silvia
gliene mette un altro vicino; e poi resta lì a guardarlo, divertita. Gavrilo si
ferma sulle fotografie dei grandi mobili combinati da soggiorno, con librerie,
vetrine, ante, cassetti, cose che arrivano fino al soffitto.
«Ma
scusa, quanto tempo ci metteresti, per fare una cosa del genere?» obietta
Silvia.
«Quanto
tempo voglio».
«Ma
tu, in quella casa, quanto pensi di restarci?»
Lui
alza gli occhi e la guarda, un po’ stupito, candido. «Per sempre».
«Per
sempre?» ripete la ragazza, più stupita di lui.
«Certo,
per sempre».
«Ma
tu ce l’hai il permesso di soggiorno?»
Gavrilo
la guarda male. Arrabbiato. «Chi ti ha detto questa cosa?»
«Come,
chi me l’ha detta? Nessuno. È una domanda. Ti sto facendo una domanda».
«No,
qualcuno ti ha detto a te, sono sicuro». Sempre più arrabbiato, con uno
scintillìo da gatto ferito negli occhi: ma perché, poi? Cosa c’è da
arrabbiarsi?, pensa Silvia in un lampo, e in un lampo si ricorda di aver sentito
dire che la gente dell’est è fiera e orgogliosa come i siciliani. Si mette a
ridere, per far ridere anche lui. «Ma dài, Gavrilo! Cosa ti arrabbi a fare, è
stupido! Se non ce l’hai, il permesso, te lo daranno, no?» Ma intanto pensa
esattamente il contrario: chissà se e quando glielo daranno: e intanto,
nascosto. Ma è meglio cambiare argomento alla svelta. «Tu allora ci stai così
bene qui, a Montedrano?»
«Sì,
perché? Tu non ci stai bene?»
«Io
no. Io ci sto malissimo. È così piccola, e noiosa: sempre le stesse facce, e
non succede mai niente, e non si sa che fare per divertirsi. E fa freddo, e
piove sempre...»
«Che
vorresti fare?
«Vorrei
provare a vivere da un’altra parte, in un posto caldo, pieno di sole, allegro,
con il mare, e tanta gente… per esempio la California, o Miami …l’estate
scorsa ci sono stata in vacanza, in California… o magari l’Australia. E
restarci per sempre, perché qui non mi piace proprio».
«Eh!»
lui ride, vagamente.
«Una
spiaggia grandissima, e musica sulla spiaggia, e surfisti, e un’estate che non
finisce mai. Potrei fare anche la cameriera, in un posto così, chi se ne
importa? La barista, magari. Tutti in costume da bagno, da mattina a sera. Non
ti piacerebbe, a te?» Le è venuta voglia di provocarlo.
Ma
lui resta impassibile. «E quando ci vai?»
«Aspetto
di avere qualche soldo da parte, perché non ho niente, non riesco a
risparmiare, ho le rate della Twingo. E dopo, parto, e tanti saluti a Tosoni!»
«E
la tua famiglia?»
«Oh,
anche quella non è niente di speciale. E poi c’è sempre il telefono. E la
tua, allora? Non è in Romania?»
«Sì»
dice Gavrilo. E non aggiunge altro.
«E
di dove sei, esattamente? Di Bucarest?»
«No,
sono di Brasov».
«Mai
sentita nominare».
«No?
È una città grande, piena di fabbriche. Fanno l’acciaio. C’è l’aria
nera, piena di fumo, come si dice…»
«Smog».
«Smog?»
«Insomma
tu stai bene qui».
«Sì».
«Ma
non pensi che ci sono tanti posti più belli? Quanti anni hai?»
«Ventiquattro».
«Come
me, uguale! Hai solo ventiquattro anni, e già ti vuoi fermare? Io, stare qui
per sempre, non riesco nemmeno a immaginarlo. Dovresti sognare di girare il
mondo!…»
«Perché?
Mi piace qui».
Ride, Silvia. Le fa
tenerezza, Gavrilo, le sembra un bambino, nient’altro che un bambino. Eppure
mentre lo saluta, perché sono arrivate finalmente le sei e mezza, mentre spegne
il computer, la stampante, il fax, riordina la scrivania, chiude l’ufficio e
sale nella sua Twingo per tornare a casa, si chiede se lo troverà mai, lei, il
coraggio per andarsene davvero in America, sola. "
© Fernandel 2001
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