N.38 OTTOBRE-DICEMBRE 2001
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Sommario

Christian Raimo, Qualcosa su una generazione minore
Giovanni Giovannetti, l'iconografia della scrittura di Piersandro Pallavicini
Iniziazioni di Giuseppe Caliceti
«Nutrimenti terrestri», di Antonio Moresco: La grandezza
Meteo. Il tempo che fa sulla nuova narrativa italiana, a cura di Piersandro Pallavicini
«L'officina Fernande»: Gianluca Morozzi, Sono entrato in un libro di Learco Ferrari
Grazia Verasani, Appuntamento a Bagnoli
Cataldo Leone, L'invasione degli uomini-donna
«Altre scritture», Narrativa italiana scritta da stranieri, di Davide Bregola
Marilia Mazzeo, Per sempre

Racconti: Christian Raimo: Qualcosa su una generazione minore; Giuseppe Caliceti: Iniziazioni; Gianluca Morozzi: Sono entrato in un libro di Learco Ferrari; Grazia Verasani: Appuntamento a Bagnoli; Cataldo Leone: L’invasione degli uomini-donna; Marilia Mazzeo: Per sempre
Rubriche: Intervista a Giovanni Giovannetti; Nutrimenti terrestri: Antonio Moresco; Meteo: Il tempo che fa sulla nuova narrativa italiana; L’officina Fernandel: Novità editoriali e anticipazioni; Altre scritture: Narrativa italiana scritta da stranieri.
Recensioni: Isabella Santacroce; Emidio Clementi; Dario Voltolini; Christian Raimo; Motor; Marco Mancassola; Franco Matteucci

Nuova pagina 1

Marilia Mazzeo

Per sempre

Un colpo di clacson, ripetuto, prolungato. Silvia distoglie lo sguardo dal monitor. Guarda fuori dalla vetrata. E resta così, incantata. Non per il clacson, che subito dimentica: in strada macchine e camion sfilano con indifferenza, non è successo nulla. Resta incantata perché vede sul muro del bottonificio di fronte delle strisce gialle. Dei raggi.

Si alza e si avvicina al vetro, qualche passo. Sì, è proprio così, non solo ha smesso di piovere, ma è uscito fuori il sole, un sole basso sull’orizzonte, d’accordo, sono quasi le sei, ma un sole vero, robusto, muscoloso!, che sta lottando a spintoni contro le nuvole nere e pesanti, ancora ammassate sopra e dappertutto nel cielo, sta lottando e sta vincendo. Silvia spalanca i vetri, per affacciarsi, e riuscire a guardare bene là in fondo, lo squarcio azzurro che si allarga a vista d’occhio. E sente un odore diverso dal solito. Tutto sembra diverso dal solito. Il solito è pioggia, pioggia interminabile che dura da settimane. Così è la primavera, lì.

Benché il suo ufficio sia al piano terreno, vede una bella fetta di panorama, da quella vetrata, perché si trova sul principio di una collina: e il panorama è una distesa di fabbrichette e capannoni, uno via l’altro lungo la statale e lungo l’autostrada che corrono più o meno parallele verso Verona. Da un lato ci sono le colline, basse, mangiate dalle cave. Dall’altro, niente. Pianura, che si perde nel grigiolino della lontananza. Di solito, tutto appare grigiolino, le cave e i capannoni di cemento, le colline e le strade, le ciminiere e i tralicci, ma oggi ci sono dappertutto macchie gialle, macchie verdi, ci sono improvvisamente colori. È esattamente come se qualcuno la stesse chiamando.

Torna alla scrivania, prende il telefono, senza sedersi, compone un numero. Gli dico di venire a prendermi con la moto, pensa, gli dico che andiamo a prendere aria. Andiamo a Verona, no, andiamo sul Garda, forse facciamo addirittura in tempo ad arrivare a Sirmione, prima che il sole tramonti.

Ma Giulio le risponde che è ancora lontano, vicino Bergamo: che sarà a casa verso le otto; che è uscito fuori il sole anche là, è vero, però fa ancora freddo, sei pazza a pensare alla moto con questo freddo. Silvia butta giù il telefono con rabbia. È facile parlare così, per lui, che è sempre in giro perché fa il rappresentante, mentre lei è prigioniera in quell’ufficio, un giorno dopo l’altro, chiusa in quel guscio di pannelli grigi, e adesso anche sola. Da tre giorni è sola, perché Loretta, che lavorava nella scrivania accanto, si è licenziata; e nemmeno verrà rimpiazzata, perché gli affari della ditta non vanno poi così bene. Ci sono natural­mente molti altri impiegati, disegnatori, contabili, segretarie e commesse, alla Tosoni Arredamenti; ma stanno da un’altra parte, negli uffici del negozio, sulla provinciale. Silvia invece lavora nel capannone del mobilificio, che sta nel mezzo della zona industriale, fuori dal paese.

Sola con il suo computer e con la sua radio, che continua a gracchiare nel silenzio dell’ufficio deserto, trasmette per l’ennesima volta il notiziario, parla di ministri e di guerre lontane, senza una parola sul sole che finalmente è tornato a farsi vedere dopo tanta pioggia. Silvia la spegne. Ora non si sente altro che il ronzio sommesso del processore. Anche la fabbrica, di là dalla parete, è silenziosa: gli operai se ne sono andati. Silvia cammina avanti e indietro, senza risolversi a tornare al computer. Mancano ancora venticinque minuti alle sei e mezza. Le sembrano insuperabili. La vita d’ufficio è piuttosto noiosa per tutti, in genere: ma trovarsi sola in una stanza, da mattina a sera, a tu per tu con il computer e con il telefono, è cosa da far diventare pazzi, pensa Silvia.

A venti­quattro anni ha già cambiato tre uffici, ma una cosa simile non le è capitata mai, prima. Ci sono, sì, persone che vanno e vengono: il titolare prima di tutto, Tosoni, che la tiene d’occhio, sospettoso com’è; il figlio del titolare, che si ferma volentieri a fare due chiacchiere con lei, non avendo mai niente di preciso da fare; il commercialista, di tanto in tanto; i ragazzi della falegnameria, che vengono a fare le fotocopie dei disegni, o a telefonare alle morose; e poi i clienti. Ma con tutto questo ci sono ancora ore intere di solitudine, e la radio non è un grande aiuto.

Perciò lancia quasi un gridolino di entusiasmo, quando, alle sei e venti, Gavrilo entra in ufficio. Lo conosce a malapena, Silvia, ma ha una gran voglia di fare due chiacchiere. Con chiunque, pensa. Non resiste più a quel maledetto silenzio.

«Ciao» le dice Gavrilo, e sorride gentile. «Devo fare una telefonata a Tosoni, posso?»

«Ma certo». Silvia siede di nuovo al suo posto, meccanicamente. A volte le sembra che tutti gli altri, dal titolare all’ultimo dei ragazzi di laboratorio, abbiano in testa solo il lavoro, nient’altro che il lavoro. Tutti tranne lei.

Gavrilo telefona a Tosoni, gli parla di un guasto in verniciatura, si è rotto un aspiratore o qualcosa del genere. Quindi abbassa la cornetta, guarda l’orologio, muove qualche passo, incerto. Non se ne va, però.

E adesso che gli dico, a questo?, pensa Silvia. Gavrilo si è messo a girellare per l’ufficio, con le mani in tasca.

«Come va?» gli domanda Silvia.

«Stanco!»

Silvia non ha ancora capito bene cosa che specie di lavoro faccia Gavrilo, perciò gli domanda: «Cosa hai fatto oggi?»

«Lavorato tutto il giorno» dice lui, con le sue dondolanti vocali dell’est. «Alzato alle sei» dice.

«E cosa hai fatto?»

«Tagliato assi. Mensole. Spalle. Piani».

«Tutto il giorno a tagliare? Che palle!»

«E tu?»

«Io, tutto il giorno a fare preventivi!»

Ridono insieme. Poi, Silvia non sa più cosa dire. Salva il fax che ha sullo schermo del computer, com­pilato a metà, e si lascia andare contro lo schienale. Non è una cosa urgente: e a quest’ora, infine, si può anche smettere di lavorare. Guarda Gavrilo che si è buttato su una sedia a gambe larghe, quella che fino a tre giorni prima era la sedia di Loretta.

«Allora sei rimasta qui sola», dice Gavrilo.

«Sì, purtroppo!» dice Silvia, con enfasi. «È così noioso».

«E Loretta dov’è andata?»

«Ha trovato un posto dove la pagano di più. Così, all’improvviso, senza cercare. Le è capitato.

«Fortunata» commenta Gavrilo, grattandosi la nuca. È un ragazzo lungo e sottile, fragile, dalla te­sta bionda, piccola e rotonda. Non ha lineamenti stranieri, potrebbe benissimo sembrare, finché non parla, un italiano. Aveva i baffi, ma se li è tagliati, quando ha visto che in Italia non li porta nessuno. È abbastanza bello. A Loretta, infatti, piaceva. Avevano fatto amicizia: e lui aveva preso l’abitudine di venire ogni giorno, a fine giornata, a salutarla. Ma poi Loretta è diventata un po’ fredda con Gavrilo, perché ha scoperto che ha moglie e due bambini. Naturalmente sono rimasti in Romania: e là aspettano che lui si sistemi, in Italia, per raggiungerlo. E ha scoperto anche che lui non ha il permesso di soggiorno, e sta nascosto. «Non vado mica in cerca di guai, io», ha detto Loretta a Silvia, spicciativa.

Gavrilo gioca con il portamatite, infila le graffette una nell’altra, come una collana.

«Anche tu vorresti cercare un lavoro migliore? Un lavoro che ti pagano di più?» chiede Silvia a caso, tanto per dire qualcosa. Parla lentamente, pronunciando con chiarezza le parole, perché lui non sempre capisce.

«No, no, io sto bene qui». Un’ombra di diffidenza gli passa sul viso puerile, sulle guance rotonde, ben rasate. Silvia intuisce che non si fida di lei. Come fargli capire che lei, in­vece, sta dalla sua parte? Il capo non è dei peggiori, questo è vero, anzi per una volta gliene è capitato uno che è abbastanza gentile, almeno con lei. Però è sempre un padrone, e Silvia non starà certo dalla sua parte.

«Loretta mi ha detto che abiti qui. Ma non ti stufi a stare sempre in fabbrica, giorno e notte?»

«Ma non sto mica in fabbrica, di notte! Ho un appartamento sopra il magazzino, dall’altra parte della strada» dice Gavrilo con fierezza.

Così Tosoni si è procurato un custode notturno, pensa Silvia, ma non lo dice; e nemmeno chiede, come vorrebbe, se paga un affitto, per quell’appartamento. Si trattiene, perché tutti le dicono, sempre, che è troppo curiosa. Invece chiede, sorridendo, al ragazzo: «E com’è questo tuo appartamento?»

«È bello».

«Sì, ma bello come?»

«È grande. C’è tutto. Ha due stanze, grandi, più un bagno. Io l’ho dipinto tutto da solo».

«E i mobili ci sono?»

«I mobili, un po’ me li faccio da solo, in falegnameria, un po’ me li ha dati Tosoni; però vuole che glieli pago». Di nuovo, gli passa un’ombra sugli occhi: ma subito sorride, per far capire che lui non si lamenta.

Silvia se li immagina, quei mobili: roba vecchia di venti o trent’anni fa, che Tosoni tiene in un magaz­zino speciale da mostrare solo agli extracomunitari, perché nessun italiano li vorrebbe; almeno da que­ste parti, dove sono tutti ricchi, e si comprano senza batter ciglio arredamenti da cin­quanta milioni, senza nemmeno parlare di rate. Gli stranieri invece li comprano volentieri; tuttavia To­soni sospira, quando vende qualcosa a loro, e dice a Silvia che lui è troppo buono, che è uno stupido, perché tante volte quelli non pagano, e spariscono nel nulla.

Gavrilo però si è già rianimato, e parla con quella sua fierezza. «Voglio costruire tutta una parete con degli armadi, e dei ripiani, così ci sta tutto quanto, dentro: la tivù ce l’ho già, e anche la radio: anzi, tu forse potresti farmi un disegno, al computer, così so tutte le misure precise che devo tagliare. Naturalmente, quando hai tempo. Anzi, voglio guardare qualche catalogo, così mi viene qualche idea bella. Che ne dici? Dove sono i libri?»

«Sono tutti qua. Guarda». Silvia si alza, va nel salotto dove siedono i clienti, e dove c’è un grande armadio zeppo di cataloghi di ogni tipo. Sono talmente tanti, i mobili che esistono al mondo, che scegliere qualcosa è quasi impossibile; ma non è così per tutto, ormai? Prende fuori un grosso catalogo, sul quale è scritto a grandi lettere d’argento: giorno. Lo porge a Gavrilo. «Guarda questo».

«Grazie».

«Ne vuoi un altro?»

«Sì». Siede al tavolo e si mette a sfogliare il catalogo con acuto interesse. Silvia gliene mette un altro vicino; e poi resta lì a guardarlo, divertita. Gavrilo si ferma sulle fotografie dei grandi mobili combi­nati da soggiorno, con librerie, vetrine, ante, cassetti, cose che arrivano fino al soffitto.

«Ma scusa, quanto tempo ci metteresti, per fare una cosa del genere?» obietta Silvia.

«Quanto tempo voglio».

«Ma tu, in quella casa, quanto pensi di restarci?»

Lui alza gli occhi e la guarda, un po’ stupito, candido. «Per sempre».

«Per sempre?» ripete la ragazza, più stupita di lui.

«Certo, per sempre».

«Ma tu ce l’hai il permesso di soggiorno?»

Gavrilo la guarda male. Arrabbiato. «Chi ti ha detto questa cosa?»

«Come, chi me l’ha detta? Nessuno. È una domanda. Ti sto facendo una domanda».

«No, qualcuno ti ha detto a te, sono sicuro». Sempre più arrabbiato, con uno scintillìo da gatto ferito negli occhi: ma perché, poi? Cosa c’è da arrabbiarsi?, pensa Silvia in un lampo, e in un lampo si ricorda di aver sentito dire che la gente dell’est è fiera e orgogliosa come i siciliani. Si mette a ridere, per far ridere anche lui. «Ma dài, Gavrilo! Cosa ti arrabbi a fare, è stupido! Se non ce l’hai, il permesso, te lo daranno, no?» Ma intanto pensa esattamente il contrario: chissà se e quando glielo daranno: e intanto, nascosto. Ma è meglio cambiare argomento alla svelta. «Tu allora ci stai così bene qui, a Montedrano?»

«Sì, perché? Tu non ci stai bene?»

«Io no. Io ci sto malissimo. È così piccola, e noiosa: sempre le stesse facce, e non succede mai niente, e non si sa che fare per divertirsi. E fa freddo, e piove sempre...»

«Che vorresti fare?

«Vorrei provare a vivere da un’altra parte, in un posto caldo, pieno di sole, allegro, con il mare, e tanta gente… per esempio la California, o Miami …l’estate scorsa ci sono stata in vacanza, in California… o magari l’Australia. E restarci per sempre, perché qui non mi piace proprio».

«Eh!» lui ride, vagamente.

«Una spiaggia grandissima, e musica sulla spiaggia, e surfisti, e un’estate che non finisce mai. Potrei fare anche la cameriera, in un posto così, chi se ne importa? La barista, magari. Tutti in costume da bagno, da mattina a sera. Non ti piacerebbe, a te?» Le è venuta voglia di provocarlo.

Ma lui resta impassibile. «E quando ci vai?»

«Aspetto di avere qualche soldo da parte, perché non ho niente, non riesco a risparmiare, ho le rate della Twingo. E dopo, parto, e tanti saluti a Tosoni!»

«E la tua famiglia?»

«Oh, anche quella non è niente di speciale. E poi c’è sempre il telefono. E la tua, allora? Non è in Romania?»

«Sì» dice Gavrilo. E non aggiunge altro.

«E di dove sei, esattamente? Di Bucarest?»

«No, sono di Brasov».

«Mai sentita nominare».

«No? È una città grande, piena di fabbriche. Fanno l’acciaio. C’è l’aria nera, piena di fumo, come si dice…»

«Smog».

«Smog?»

«Insomma tu stai bene qui».

«Sì».

«Ma non pensi che ci sono tanti posti più belli? Quanti anni hai?»

«Ventiquattro».

«Come me, uguale! Hai solo ventiquattro anni, e già ti vuoi fermare? Io, stare qui per sempre, non riesco nemmeno a immaginarlo. Dovresti sognare di girare il mondo!…»

«Perché? Mi piace qui».

Ride, Silvia. Le fa tenerezza, Gavrilo, le sembra un bambino, nient’altro che un bambino. Eppure mentre lo saluta, perché sono arrivate finalmente le sei e mezza, mentre spegne il computer, la stampante, il fax, riordina la scrivania, chiude l’ufficio e sale nella sua Twingo per tornare a casa, si chiede se lo troverà mai, lei, il coraggio per an­darsene davvero in America, sola. "

© Fernandel 2001