|
Valerio Mattioli
Da dove vengono tutti questi cinesi?
Il nuovo apparecchio telefonico che ho in salotto ha un display dove compare il numero di telefono di chi ti sta chiamando. Se non sono a casa e qualcuno ha telefonato e nessuno ha risposto, un led si mette a lampeggiare, e una volta tornato basta che prema sul pulsante Identificativo chiamante che mi appaiono tutti i numeri di quelli che hanno chiamato senza ricevere risposta. I vantaggi del mio nuovo apparecchio telefonico sono molti: sapere in anticipo chi mi sta chiamando mi permette di prepararmi psicologicamente alla conversazione, in quanto più o meno ho un'idea sull'atteggiamento da tenere con la persona in questione. Se poi appare il numero di qualcuno che non voglio sentire, posso semplicemente non rispondere. Quando torno a casa e controllo l'Identificativo chiamante, posso sapere i nomi di quelli che mi hanno cercato e decidere se richiamarli io, perché magari è gente che mi interessa sentire. Oppure posso aspettare che richiamino loro, perché è altamente probabile che se qualcuno ha telefonato e non ha trovato nessuno in casa, prima o poi proverà di nuovo a contattarmi. Inoltre se tra i numeri dell'Identificativo ce n'è qualcuno di qualche personaggio che preferirei non sentire, mi posso preparare al fatto che presumibilmente la stessa persona proverà a chiamarmi ancora e quindi il telefono squillerà più e più volte senza che io mi decida ad alzare la cornetta. All'inizio era abbastanza stressante sentire il telefono squillare e non rispondere, perché il trillo del telefono è piuttosto fastidioso, e mi veniva voglia di alzare la cornetta e dire "pronto?" solo per far smettere il rumore dei trilli. Poi però mi ci sono abituato, e anzi, adesso quando torno a casa e vedo che sull'Identificativo c'è il numero di qualche persona antipatica che non voglio sentire, abbasso il volume della suoneria e così quando il telefono ricomincia a squillare il rumore non è più tanto fastidioso.
L'unico inconveniente è che non vivo da solo in casa, perché in tutto siamo tre coinquilini, quindi quello è il telefono dell'intero appartamento e non il mio personale. Infatti in camera mia c'è ancora un apparecchio della vecchia generazione, senza display, che tengo sul comodino accanto al letto. Quindi il problema è che se il telefono squilla la mattina alle sette e magari sto dormendo, io devo di corsa alzarmi dal letto, ignorare il telefono sul comodino, correre in salotto, vedere chi sta chiamando e poi, se è il caso, rispondere.
Un altro problema è che a volte il numero di telefono non compare. Se infatti qualcuno sta chiamando da una cabina telefonica, o da un numero protetto, sul display appare una scritta che dice "Non disp". Quelli sono i momenti di maggiore angoscia, perché tu vai, controlli chi sta chiamando e ti compare "Non disp" e allora tu pensi Chi sarà mai? e non sai mai se è meglio rispondere o no, perché potrebbe essere qualcuno che non ti va di sentire che però non ti sta chiamando da casa ma da una cabina oppure dal posto di lavoro. Una volta infatti mi sono deciso ad alzare la cornetta e ho dovuto parlare con uno che è veramente uno stronzo, e che mi sta proprio antipatico, e che veramente non mi andava di sentire. Quindi sono giunto alla conclusione che se sul display appare la scritta "Non disp" io non rispondo e basta, fosse pure qualcuno che magari non sento da tanto e che invece mi andrebbe di parlarci un po'.
Però l'altro giorno sono tornato a casa e lampeggiava la lucetta dell'Identificativo chiamante, e allora ho spinto il pulsante per vedere chi aveva chiamato e c'erano quattro numeri di telefono, due di amici abbastanza simpatici che però non mi andava di sentire, un numero strano a cinque cifre, e uno lunghissimo a dodici cifre! Quando non conosco i numeri di telefono faccio il 1412, che è il numero della compagnia telefonica che se tu gli dici un numero di telefono loro ti dicono a chi appartiene. Quindi quella volta l'ho fatto e il numero a cinque cifre è venuto fuori che era di una società che non conoscevo, e chissà perché avevano chiamato. Mentre quello a dodici cifre aveva due zero davanti, e quindi era evidente che era un numero straniero! Allora non ho fatto il 1412 (perché tra l'altro è a pagamento) ma ho controllato sull'elenco i prefissi per l'estero, e alla fine è venuto fuori che quella chiamata veniva dalla Cina. Io mi sono spaventato, perché non conosco nessuno in Cina, e perché mai qualcuno dovrebbe chiamare me o uno dei miei due coinquilini da lì? Chissà chi era. Perché tra l'altro i cinesi sono veramente tanti, sono più di un miliardo. Porca puttana, PIÙ DI UN MILIARDO! Come si fa? Queste sono cose incredibili! E parlo solo di quelli che stanno in Cina, sia chiaro. Perché poi ci sono quelli nascosti nelle nostre città, qui da noi. Uno pensa che già siano tanti a vederli per strada, che ormai hanno preso possesso di interi quartieri, ma non tutti sanno che altre migliaia di cinesi stanno intrufolati nei sottoscala, nei seminterrati, persino nelle fogne, e saranno almeno quanti quelli che vivono alla luce del sole, e insomma di conseguenza raddoppiano il numero complessivo dei cinesi presenti qui da noi, sul nostro territorio.
Quindi dopo quella scoperta ho avuto paura per tutto il giorno, perché sono circondato dai cinesi. Adesso mi chiamano anche a casa, ma cosa vogliono da me? Io non ho mai avuto niente contro di loro, eccetto il fatto che mangiano i cani, ma perché mi telefonano? Forse è per via di mio fratello, che ha un cromosoma di troppo e quindi è mongoloide, e infatti diceva che sarebbe stato anche bello vivere in Cina, in fondo hanno i lineamenti simili se non altro perché Mongolia e Cina sono un po' la stessa cosa, no? Dicono anche che le orientali hanno la fica stretta. Si dicono tante cose, sui cinesi. Comunque, sono più di un miliardo. Queste sono cose che fanno riflettere.
Adesso sto aspettando che richiamino.
Valentino Ronchi, Soldi coi libri
Quelle sere a settembre cenavo spesso dai miei - alla casa dove ero cresciuto - al quarto piano del palazzotto di via Ornato, un viale sbilenco che porta fuori Milano, dalla parte nord. C'andavo per il fatto che mio padre voleva sapere bene del lavoro dei libri - ritiravo i libri nelle case, poi li rivendevo alle bancarelle e alle librerie antiquarie. Lui anni prima s'era adoprato per trovarmi un lavoro al magazzino della fabbrica dove lavorava lui, su viale Sarca, un altro viale più grande e più diritto, sempre a nord della città. C'era la fabbrica e il magazzino attaccati. Mio padre lavorava nella parte della fabbrica, ma a me m'aveva trovato posto al magazzino, perché diceva, l'odore del ferro puzza. E ne aveva spese di giornate per il posto. Ora non è che mi portava rancore mio padre che il posto l'avevo lasciato, solo fiutava che non facessi una boiata. Così lo andavo a prendere con la scusa di salutare questo o quello dei compagni del vecchio lavoro - magari Ezio, che eravamo rimasti amici - e gli facevo il resoconto del mestiere dei libri. Lo aspettavo fuori, dalla parte della fabbrica, all'ora giusta, e se ero in anticipo, tiravo il tempo, come con mia madre quando ero un bambino e l'andavamo a prendere. Mio padre volevo convincerlo che il lavoro nuovo era buono. Che tutti i libri si vendono, che alcuni si vendono bene - conta l'edizione, che non siano sciupi, il nome dell'autore e della casa editrice. Che se impari quali c'hanno la sovraccoperta, quali sono quelli buoni e come si compera, il mestiere è fatto e puoi fermarti a fumare quando ti pare.
Una sera di quelle - pareva ancora estate - gli dissi a tavola a mio padre, a proposito del mestiere nuovo, che mi stavo abituando a comandarmi da solo. Perché così facevo coi libri, mi comandavo da solo e mi davo il mio ritmo, e prendevo ogni volta le mie decisioni e mi sforzavo di capire cosa stavo facendo, sino in fondo.
"Anche farsi i fatti degli altri e mangiare sicuro ogni sera, non è male" disse mio padre.
"Se siete felici voi" disse mia madre.
A tavola con mia madre e mio padre, c'era anche Sandra, la mia donna. Mia madre metteva in tavola e Sandra le andava dietro come un cagnolino e faceva vedere che pure lei ci sapeva fare.
Cenammo con la finestra aperta. Dopo cena ci mettemmo a parlare tutt'e quattro al tavolo sgomberato e non si parlò più del mestiere nuovo, ma di altre cose.
Le raccontai a Sandra, tornando, c'erano le stelle e la sera era buona, che mio padre, quando ero andato a prenderlo, camminando m'aveva già detto che i figli possono essere migliori dei padri, se gli va bene. Nella sera calma, passeggiavano in molti, famiglie intere e ragazzi, per Milano. Con Sandra prendemmo un bus che ci lasciò su viale Abruzzi e da lì proseguimmo a piedi. Le dissi anche che io e mio padre avevamo discusso della licenza, che secondo lui dovevo sbrigarmi a farla, perché non potevo andare avanti a far l'anarchico così, ancora per molto. Che sennò, prima o poi, mi avrebbero tagliato fuori da un momento a quell'altro.
"Gli anarchici c'hanno la vita breve" m'aveva detto.
Io gli avevo risposto che prima volevo vedere bene se ci potevo fare abbastanza soldi per viverci con questa storia dei libri, e che in seguito mi sarei fatto la licenza.
"Allora mi faccio un banco per vendere e la licenza, sennò faccio un altro mestiere".
Ma lui m'aveva capito, capito per metà, perché il lavoro lui lo conosceva in un altro modo.
Il giorno dopo, andai a parlare della licenza con quello della bancarella in Cinque Giornate, che aveva passato i trent'anni - forse era più vicino ai quaranta - ma per lo meno mi sembrava un ragazzo. Mi disse che di me non sapeva bene cosa potevo fare per mettermi in regola. Che se non avevo un banchetto di libri, né un chiosco come lui, né tanto meno una libreria, non sapeva proprio che licenza avrei dovuto fare. Che, anzi, aveva visto altri che campavano come me, senza prender né licenze né banchi, né chioschi. Solo vendendo così, senza pagar tributi. Io gli dissi che non erano i tributi quelli che mi spaventavano, ma star sotto a qualcuno. E che prima o poi mi sarei messo in ordine con le tasse, ma speravo proprio di non aver più un padrone.
Poi, m'ero incuriosito, gli chiesi bene chi altri andavano da lui a vendere i libri, chi erano gli altri che gli portavano i libri, chi erano gli altri che come me rifornivano i chioschi.
"Gente che c'ha dei libri per le mani e me li porta, il più delle volte, che poi per me è la cosa migliore, perché li pago poco e via andare".
Poi mi disse che saltuari venivano uno studente della Statale - un ragazzetto che portava un mucchietto di libri ogni mese, un signore di Bergamo che faceva i mercatini nella bergamasca, e un tizio che abitava in via Archimede. E qualcun altro ancora più saltuario. Poi di un vecchio magro e ostinato: "Che coi suoi quattro libri fa tutte le bancarelle, poi torna indietro a quella che gli ha offerto di più, e ci passa tutta la giornata così".
Quella di Cinque Giornate era la prima delle bancarelle che avevo cominciato a farci affari, e poi era dritta da viale Corsica dove abitavo con Sandra, che era una meraviglia arrivarci. Viale Corsica, Ventidue marzo e sul fondo, si slarga la strada e diviene la piazza. La bancarella sta lì, spostata un poco, verso viale Premuda, mezza nascosta da un'edicola, tra i fumi delle macchine. Proprio su viale Premuda stava il bar dove pranzammo. Di sé mi disse che conviveva con una tizia impiegata alle poste. Che prima del chiosco, andava in giro per bancarelle e librerie a vendere, un po' come facevo io. E che dopo la voglia d'andare in giro gli era passata, e vendeva lui. Gli lasciai tre Bompiani che avevo dietro, e lui pagò il pranzo.
Pomeriggio portai degli altri libri al chiosco che sta in via Fabio Filzi. La sera dopo cena, mi trovai con mio padre per il biliardo, in un bar dell'Ortica, dove c'erano otto biliardi, ma noi c'avevamo il nostro prenotato per il giovedì sera e non ce lo toglieva nessuno. Era il vizio nostro, me l'aveva insegnato che avevo nove anni e chiedeva al barista di farmi giocare e il barista stortava il naso e diceva:
"Non all'ora che c'è gente, non all'ora che c'è gente".
Così andavamo la mattina della domenica, alle otto, a giocare a stecca ma anche a boccette.
Il bar stava in una via buia, a fianco d'un canale. C'aspettammo fuori, come sempre, quella sera io aspettai lui, che venne dal buio. Entrammo e gli dissi subito che la licenza non la facevo fino a quando non avevo il banchetto, che ero convinto così. Gli chiesi se voleva venire con me in via Saluzzo - che era una via del quartiere dei miei - che proprio lì dovevo andare a prendere dei libri. Ma lo dissi per far conversazione, perché lo sapevo certo che non poteva tardare al lavoro neppure un'ora. Mi chiese bene da chi andavo, ma non conosceva quella famiglia.
"Via Saluzzo è quella dei campi?"
"Quella dei campi" confermai, perché finiva in un campo di granoturco che chissà come era rimasto in piedi, al bordo di Milano. Al biliardo mio padre ci trovava degli amici, e finiva che si giocava tutti intorno lo stesso tavolo fumando lontano dal tappeto verde chi stava a guardare. Mio padre gli disse a Fabiano, uno che lavorava con lui e che m'aveva conosciuto al tempo del magazzino - buon giocatore di biliardo alla goriziana - che ormai m'ero fatto librivendolo.
- Compra i libri di qua e li porta di là.
Gli spiegai meglio. Poi uscimmo io e mio padre, costeggiammo il canale passeggiando con le mani in tasca e dal canale veniva l'aria più fredda. Gli dissi che io col lavoro pagavo da mangiare e la casa a me e Sandra e del resto, quando c'avevo un biliardo e una decina di giorni al mare l'estate, ci stavo bene. Non volevo altri grilli per la testa, né gente che m'urlasse quel che dovevo fare. Tornato Sandra m'aspettava alzata. Guardammo dei libri che avevo preso il pomeriggio, poi ci spogliammo.
C'andai solo dunque in via Saluzzo a ritirare. Alle nove della mattina. Mi camminai il quartiere, ero in anticipo. La giornata prometteva il sole, quello un poco meno forte, un sole dell'autunno. Mi faceva strano che sarei salito in una di quelle case che mi guardavano quando passeggiavo ragazzino. Che sarei salito e avrei portato via qualcosa che avrei pagato, per poi andarlo a vendere. La casa poi, alle nove quando arrivai ne ebbi la conferma, era una bella e vecchiotta, di quelle che c'erano prima dei casermoni, perché più bassa, perché screpola nei muri e nei balconi di ferro. Dentro al primo piano, mi aprì un uomo, passati i trentacinque. Mi fece entrare e parlammo. Mi disse che suo padre era professore e tutti i libri - una libreria contro il muro della sala e altri impilati in terra in uno studiolo - erano suoi e ora che era morto, lui voleva darli via. Ci accordammo sul prezzo e sull'ora del ritiro.
Tornai il giorno dopo, scesi giù con Daniele, un ragazzino del mio palazzo, che certe volte quando c'era molto da ritirare lo portavo con me, per qualche soldo. Gli chiesi nella macchina su viale Piceno, se lui era nato lì in viale Corsica dove abitava ora. Poi gli raccontai di quando nel quartiere andavamo a mettere le cinquanta lire sotto il tram che diventavano tonde come le cinquecento e allora entravano nei posti delle cinquecento, come i calcetti, e di quando m'ero rotto il naso a giocare a pallone perché avevo litigato.
Poi arrivati, su, pagai il tizio che mi vendeva i libri e cominciammo a portar via. In una pausa, parlammo se io e lui c'eravamo conosciuti, quando io stavo in via Ornato. Ma era così, di circostanza, perché si vedeva subito che non c'entravamo molto. In un'ora io e Daniele mettemmo tutto negli scatoloni e poi giù in macchina. Daniele serio faceva tutto con attenzione. Gli dissi che di buono in questo ritiro c'era che i libri non sapevano di muffa.
"Non c'hanno odore questi, son libri studiati, son libri puliti" gli spiegai.
Pomeriggio portai due casse di libri a un chiosco di largo Cairoli, ci presi dei bei soldi. In largo Cairoli sono tre chioschi su di un lato, distanziati fra loro poggiati sull'asfalto che fa come una curva e dall'asfalto sbuca qualche albero scuro.
Un mezzogiorno di qualche giorno dopo, andai a pranzare in mensa con mio padre e quel mio amico Ezio, che m'ero trovato al tempo del magazzino. Lui diceva che ero fortunato e mio padre faceva la faccia. Diceva che anche quando eravamo in magazzino, sempre gli dicevo che volevo lavorare solo e che se c'ero riuscito ero da rispettare. Poi mi presero anche un poco in giro, mi chiedevano se li leggevo tutti i libri prima di venderli. Il caffè fuggimmo fuori dalla mensa a prenderlo al bar di fronte.
"Guarda che pure io faccio un mestiere", gli avevo detto "non sono mica intellettuale".
"Sicuramente leggi di più" e giù risate.
"Anzi", dissero "tu che hai studiato, facci la schedina, così c'arricchiamo tutti quanti".
E compilammo la schedina, con poca convinzione. Quando poi rientrarono insieme verso il magazzino, io ripresi il mio borsone - c'avevo dentro due libri di valore, che ci prendevo ottantamila di uno e cinquanta dell'altro - e m'incamminai.
Nel giro solito poi, mi capitò che il tizio della bancarella di viale Bligny - non me l'aspettavo - mi offrì di rilevare la sua attività, il chiosco, sia pure un po' scherzando. Viale Bligny congiunge la zona dei navigli con Montenero. Io, averci una bancarella tutta mia, non ci pensavo, perché per l'intanto andava bene così. La bancarella era stata appena rifatta, e l'uomo, un baffo coi capelli bianchi - ne decantava la struttura nuova. In effetti non era verde come le altre e neppure rugginosa, era d'un azzurro leggero e pulito.
Fumavamo un poco insieme, su viale Bligny, passavano macchine e tram, era un viale da tram, con le case che guardano il viale. Non c'era gran che di passaggio a piedi, occorreva farsi un nome perché la gente venisse sino a lì a comperare e vendere, pensai.
"Ho cominciato sarà un anno e c'ho una moglie" dissi. "Con che soldi la prendo?"
Quello della bancarella teneva d'occhio un tizio che sfogliava dei libri, poco più in là.
"Quanti te ne rubano di libri in un anno?" gli chiesi.
"Tre buoni e tre scarsi".
Alla fine della sigaretta, mi disse che la bancarella era già in parola di venderla a un tizio che mi chiese se lo conoscevo. Io non lo conoscevo, piuttosto gli chiesi quanto ci prendeva.
"Venti milioni meno di quello che t'ho chiesto a te". Gli feci la faccia come a dire se sapevi che prendevi così, a me mi volevi fregare. "Bisogna vivere" disse lui "bisogna".
Restai lì con lui ancora un poco, fumammo di nuovo, mi prese una seggiola anche a me e guardavamo la strada e il passaggio. Dal fornaio in fronte uscivano le donne.
Gli feci la storia di a chi vendevo e quanto pagavano questo e quel libro, gli raccontai un po'. Lui mi diede qualche suggerimento, che per esempio quello di piazza Fontana non sa nulla dei Bompiani e li vende tutti uguali, che se ne trovano da rivenderli cinque volte tanto. Mi dice che quello della libreria di via *** è un mezzo ladro che compera solo se glieli svendi, e poi vende a prezzi alti ed è già tanto che non gl'hanno spaccato la vetrina.
"Ti do centomila per i libri su questa facciata" gli dissi io. La bancarella è due facciate, avanti e dietro, una coi libri migliori, l'altra con gli scarti. Insomma gli stavo offrendo centomila per la metà buona della bancarella.
Quello ride come a mandarmi a quel paese. Poi ci pensa e dice: "Duecentomila tutti i libri, mi svuoti la bancarella entro la settimana e non ne parliamo più e tu non tirare sul prezzo sennò fai una brutta figura con me, che questo è un mezzo regalo".
Lo guardai con mezza faccia. Conto che solo i cinque Coralli mi danno centoventimila, giro intorno alla baracchina, veloce e zitto, vedo una gran pila di giornaletti, dei volumi di storia rilegati. Sulla facciata di qua altri Einaudi meno buoni ma vendibili. Ci accordammo per una sera di quelle che venivano.
Mentre m'allontanavo sul viale, quello mi disse: "Pensa alla moglie invece di pensare ai libri..."
"Va' là che me ne occupo", risposi io.
Camminando viale Bligny, pensavo e ripensavo: "Va' a quel paese baffo: lo sai meglio di me che le due cose c'entrano fra loro".
Come una donna bruttina anche un libro, prima o poi qualcuno se lo piglia, ci vuole pazienza. Così pensavo sondando fra i chioschi il giorno dopo chiedendo chi gli interessava una prima edizione di *. In effetti lo piazzai il primo pomeriggio a un tizio che m'aveva visto che ne parlavo con il chiosco di piazzale Susa e s'era scusato dicendo se poteva comperarlo lui. La sera invece mi unii allo sciopero che avevano organizzato quelli di viale Sarca. Mio padre aveva scansato di dirmelo, mentre Ezio m'aveva telefonato, che uscivano un'ora prima a scioperare.
Formavano un grosso drappello, tutti in gruppo, che muoveva verso la città. Cercai mio padre e mi misi con lui a camminare. Lo sciopero c'aveva una voce grossa. Dicevano del rinnovo del contratto. In breve puntavamo la città, il traffico era denso, ma nessuno suonava il corteo. I clacson che suonavano erano quelli delle macchine lontane, che urlavano perché non vedevano perché erano ferme.
Il corteo si diresse poi verso il centro, finiva in San Babila. Alle voci di tanti uomini, voci forti, ci avevo aggiunto anche la mia, che ormai era una voce forte pure la mia. Tornando solo presi viale Abruzzi, c'avevo forte la sensazione che un periodo come questo non veniva più nella vita, che bisognava tenerselo stretto. Sulla strada mi fermai solo ad un caffè. Presi qualcosa a un tavolo che dava proprio su viale Abruzzi zuppo d'acqua e di foglie. Mi aveva detto mio padre nel corteo, che scioperava non per averci i soldi in più, per averci i soldi giusti per star dietro alla vita.
"Pure io ci vado dietro, per questo che vendo i libri".
Tempo una settimana e una sera tornando, mi trovai mio padre sotto casa che m'aspettava. Seduto a cavalcioni sul muretto disse che aveva perso il lavoro. Passeggiammo viale Corsica in giù verso Ventidue Marzo.
Mi disse che da qualche mese, non me l'aveva detto, c'aveva avuto da ridire con il signor G*, che forse quello gliel'aveva giurata. Che lo sciopero non era andato giù, che credevano che era stato lui l'artefice. "Ancora fai guerre?" domandai.
Poi gli chiesi cosa c'aveva intenzione di fare. Ma lo sapevo pure io che doveva lavorare altri quattro anni per la pensione e non ce n'era. Arrivammo a piedi sino a piazza Grandi, dove c'è un giardino che monta un po' come una piccola collina e ci sedemmo lì, in cima. Stavamo in silenzio, la sera era buona, le macchine in fila nel viale sotto a noi. Quando se n'andò mio padre disse che mi lasciava mangiare in pace.
"Sandra t'aspetta".
Per mio padre si mossero gli altri dell'azienda - quel mio amico Ezio per primo, ma lui non volle che si montasse un caso. Non volle un altro sciopero, non volle il rumore. Era fiero e preferiva un silenzio. L'aveva presa come si prende un'intemperie, come una grandine, come una siccità.
Col giorno dopo, aveva già preso dei contatti con una fabbrica a Sesto San Giovanni. Sarebbe andato lì la settimana che veniva, a fare un colloquio. Quei giorni rifornivo una libreria antiquaria del centro. Quando lo seppe mio padre, mi disse di stare attento che i chioschi forse eran un poco anarchici come me, ma le librerie potevano fregarmi. Il pomeriggio che era venuto a dirmi di Sesto, gli mostrai le pile di libri che in quei mesi m'erano avanzate. Gli dissi che eran quelli che m'erano avanzati e che se aveva bisogno, li andavo a vendere.
"Tienili via".
Pensai un momento di dirgli di venire a vendere i libri con me. Ma il pensiero mi si ruppe in gola prima d'uscire. Sarebbe stato come mettere un canarino fuori dalla gabbia.
Coi primi d'ottobre, mio padre prese ad andare ogni mattina a Sesto. Usciva presto nel buio. Diceva che gli pareva quando era un ragazzetto. Ci andava in bus, perché era collegato con via Ornato. Saliva con un tizio del quartiere, che prima non lo conosceva neppure, poi aveva scoperto che erano nella stessa nuova fabbrica. Così andavano insieme. Prendevano il caffè su via Ornato e poi partivano. A sera pure tornavano insieme e si dividevano alle case.
Io di mio avevo fatto le pratiche per prender la licenza d'ambulante. L'avevo fatto per quietar mio padre. Continuavo il giro delle bancarelle. Poi mettevo giù il mio banchetto - un posto avevo che costava poco, tra viale Montenero e corso Lodi. Lì mettevo un banco coi libri di scarto e li vendevo a tremila, e ci passavo ogni tanto una giornata. Poi avevo con me anche qualche libro buono, che certo se andava bene vendevo direttamente a più di quanto lo portavo alle librerie o ai chioschi.
Venne mio padre una sera, m'aiutò a sbaraccare.
"Così è più dignitoso" disse contento.
Tacqui di dirgli che ancora così, i soldi li facevo girando le bancarelle e le librerie antiquarie con pochi libri e vendendoli bene. Piuttosto c'accordammo per riprendere il biliardo.
© Fernandel 2002
|