|
Dario Pignone
Pescoso il mare in Galilea
Alla parrocchia, il prete stava scrivendo il tabellone per i giochi della settimana che entrava. Santino si avvicinò, per salutarlo, e per parlargli, dopo; ma il prete se lo strinse con forza e poi chiamò a sé tutti gli altri ragazzi che fuori giocavano a calcio.
Don Lucio allora fece silenzio, e con intorno i ragazzi iniziò forte a parlare. «Noi uomini, tutti quanti, siamo come una rete, legati tra di noi da tanti rapporti di amicizia e di fratellanza».
Ecco, pensò con rabbia Santino, una delle solite storie; ogni tanto se ne inventava una, per dar senso a quel colletto bianco che stringeva al collo, anche d’estate, a soffocare; e che mai si toglieva.
«E anche se non li vediamo, tanti fili ci uniscono, fili sottili ed invisibili, i fili dell’amore. Immaginate una rete, quella dei pescatori, ecco, proprio così, noi siamo tutti parte di una stessa cosa. E similmente a Zebedeo il pescatore, se dei nodi si rompono, e si rompono sempre» disse agganciando le mani forte tra loro «subito bisogna aggiustarli: cucire la rete, perché tutti siamo legati gli uni con gli altri e gli strappi, dopo uno, ne segue subito un altro».
I ragazzi tacevano guardando per terra, e di nascosto quelli di dietro si tiravano pizzichi al culo, soffocando il dolore e le risa. Ma Santino attento ascoltava. Non era più tempo per fare quei giochi. Allora il prete riprese a parlare, e abbracciò la sua spalla.
«Perché il male e il peccato di uno» continuò il prete veemente, alzando la destra «il dolore e il peccato di uno, anche se noi non lo conosciamo per niente e lontano, sta a cento chilometri, in qualche modo è affare di tutti, di tutti quanti noi, anche affare vosTRO...» E furente don Lucio prese una bibbia, e nelle corna di due, che dietro iniziavano a darsele di santa ragione, la scagliò con forza eccessiva, e per poco non faceva un pasticcio.
«Affare anche vostro» si riprese sanguigno «che non state a sentire un cazzo, e siete solo dei poveri scemi. Lo scompiglio e la violenza dilagano a due passi. Scendere e combattere» disse il prete grignando i denti «e non stare inermi a guardare l’assedio dai vetri. Questo deve fare un buon cristiano. E voi non siete più bambini da stare tutto il tempo a giocare alla parrocchia. Perché da voi mi aspetto di più, cose grandi».
Nessuno osava parlare.
«Forza, adesso potete andare a giocare, andate andate…»
Tutti uscirono, insieme, seguendo il primo che prese coraggio. Santino invece rimase dentro, ancora col prete che gli stringeva una spalla. E mentre cercava di capire quell’immagine del pescatore, di Zebedeo che rammendava la paranza appoggiato sulla barca in secco, decise di farsi coraggio, parlare col prete. È un buon momento, pensava, doveva profittarne.
«Padre» gli disse «ma se uno ce l’ha questa vocazione ad aiutare gli altri» gli chiese con gli occhi abbassati «voi, lo aiutate a trovare qualcosa, da sistemare, vero... da qualche parte?»
Don Lucio sorrise: «Ce ne hai messo di tempo a venire, eh, cornuto. Ma alla fine le palle» e gli dette un gran calatone sul collo «le pallucce alla fine l’hai fatta a tirarle fuori».
Anche Sante sorrise, nonostante quel vizio. Quegli schiaffi alla nuca gli dava sui nervi: come un fischio di treno rimbombava poi dentro per tutta la testa. Ma forse, le cose, iniziavano a mettersi bene.
«Non voglio pensare soltanto a me stesso; anch’io voglio andare nel mondo, aggiustare la rete, i fili consunti, proprio come dite voi, padre. Forse l’ho sempre voluto, ma ancora non lo sapevo. Però adesso lo so».
Era un’ottima idea! Aiutare il mondo a diventare migliore, dare una mano a chi ancora soffriva; e da qualche parte, sicuramente, qualcuno aveva proprio bisogno di lui, di Santino, per raddrizzarsi all’impiedi, riprendere il cammino interrotto.
E poi voleva iniziarla subito la sua nuova vita; fuori da quel suo paese ristretto, in qualche missione lontana, in giro nel mondo. Doveva iniziare al più presto, non poteva aspettare. Adesso era grande, e attento a molte più cose. Per strada, disse a don Lucio, due giorni prima quattro suoi vecchi compagni di scuola lo avevano fermato; e proprio a lui, quasi per forza, gli volevano vendere una bici rubata. Forse si drogavano... anzi ne era certo, perché avevano insistito così tanto. Volevano dei soldi a tutti i costi.
«Bravo» disse il prete «bravo. Dal mio gregge, almeno uno farà strada nella via del Signore».
Santino fremeva. E voleva parlare: la voglia matta di andare, di farsi una strada. I suoi occhi bruciavano, e la febbre cresceva; consumava il suo volto infantile. Ma don Lucio aveva capito. «Non ti crucciare Santino» gli disse «ti aiuto io a fare qualcosa...»
Lo congedò con quella buona promessa. Si preannunciava per lui, quell’autunno, una ricca vendemmia. Due giorni dopo, come gli sgombri, i suoi quattro compagni drogati, tutti insieme con gli occhi sfondati e la faccia arancione vennero chiusi a spietrare la murgia sassosa di don Peppe La Selva; mentre Sante, di notte, preparava la borsa col cuore a tremila.
Il padre di Sante, contadino a bestia, sotto la faccia scolpita di terra, scurata, portava invece idee più schiarite, scolpite dagli anni. Il prete se ne era appena andato via. Allegro di vin santo e pasta reale. Il vecchio entrò nella stanza, davanti lo specchio grande, sull’armadio di legno massello. Non aveva due gambe, ma tronchi che da più di sessant’anni lo tenevano piantato in piedi; e mani di radice, e testa di vigna bruciata nel sole, nascosta, sotto il cappello che da sempre portava, anche in casa; la moglie, era lei che glielo toglieva. Poi si guardò la faccia, le cento e mille rughe: lui era la piana salentina, e quelle rughe i canali d’acqua avuti dopo tanti anni inutili di attesa; poi si guardò gli occhi neri come il sarracino, due pozzi neri gonfi d’acqua, uno alla Madonna e l’altro pure. E dopo abbassò la testa allagando la terra che si portava scolpita in faccia, come quindici anni prima, quando perse tutto il tabacco e si mangiò frise e cipolla per l’intero inverno. Ricordò suo figlio nudo, con la testa viola di un’arancia e la mammana che lo teneva in alto, maschio, disse gridando, è un maschio, e poi vide la mammana andarsene via con un gallo a testa in giù. Il malocchio c’era stato in casa sua, altroché; e quel figlio era un dono di Dio. Un miracolo. Dopo vent’anni era arrivato, un miracolo; mentre quel gallo se lo guardava inferocito sprizzando sangue dagli occhi indemoniati a testa in giù. Poi non ricordava altro, come era Santino a sei, a nove, dieci anni, come era fatto? come era fatto suo figlio quando perse il primo dente? Non ricordava più nulla, era sempre stato così. Come lo vedeva adesso, chino sulla zuppa, velocissimo a mangiare che non toccava un goccio di vino, nemmeno quello fatto di suo.
Allora seppe che doveva morire solo, senza il figlio predestinato a reggergli la testa bagnata nell’agonia. Chiamò la moglie. Si fece scaldare la cena, poi il vino, prima dell’ora. Va bene, le disse. Per lui andava bene, mandiamolo via disse, e pesante col cappello in testa si buttò sul letto alto che lo aveva partorito, amato e poi lo avrebbe ripreso.
Santino arrivò in città che pioveva di brutto. Alla stazione non era venuto nessuno a prenderlo. Si guardò avanti, poi dietro, una distesa di treni e binari gli impediva di trovare la via d’uscita. Provò a scendere, sul binario libero. Ma appena ebbe appoggiato il primo piede un macchinista lo afferrò per il collo strattonandolo indietro con tutta la borsa. Ma dove cazzo vai, gli gridò, ti vuoi fare ammazzare... E lo spinse via nel flusso veloce dei passeggeri inoltrati nel sottopassaggio. Fuori, con la borsa in testa per la piova cittadina, continuava a guardarsi incerto. Ecco: la città; i palazzi alti, la fontana illuminata a giorno; e poi in mezzo alla strada si imbambolò sui neon riflessi nelle pozze della pioggia; un taxi gli passò davanti, schizzandogli addosso l’acqua dell’asfalto: se lo fece intero d’acqua annerita, scomparendo in un istante. Ma non doveva aver paura: attento, soltanto più attento. Che diavolo succedeva però: com’è che nessuno veniva... forse adesso iniziavano le prove: passare dalla porta stretta, certo; la porta stretta. Bisognava essere forti. Ce l’avrebbe fatta, sicuro, doveva farcela. Si ritirò in un punto coperto, sotto un balcone. Aspettava ancora qualcuno, che lo chiamasse da un momento all’altro, ma si stava facendo ormai tardi. Chiese informazione a un passante, gli fece leggere il foglietto con il nome della via. Non era vicino per niente gli disse quell’uomo, doveva prendere l’autobus là, più avanti. Aspettò per mezz’ora, poi salì sulla vettura, quasi vuota. Due disperati dormivano dietro, mezzi accasciati sui sedili vicini. Ma dov’era il bigliettaio? Non c’era da fare un biglietto? L’autista lo cacciò in malo modo. Saltò giù dal mezzo e correndo, con la borsa in testa a coprirsi dall’acqua volò a comprare il biglietto. E ancor più veloce tornò indietro alla svolta, per la fermata. Ma l’autista non l’aveva aspettato. Perché...? soltanto un minuto, ci aveva messo un minuto... Ma era l’ultimo sforzo, doveva aspettare, poi sarebbe arrivato un altro automezzo. In piedi, la valigia in testa, aspettò per un’altra mezz’ora. Gli schizzi delle macchine gli passavano dai lati. Finalmente arrivò l’autobus, montò su, e porse il biglietto all’autista.
«Obliterare» gridò quell’uomo senza voltarsi «te lo devi obliterare».
Santino, tutto bagnato di nero, con la borsa pesante che lo svirgolava da un lato, guardava stupito, senza capire, e gli porse di nuovo il biglietto. L’autista questa volta girò la faccia arrabbiata. Lo guardò dalla testa ai piedi. «Vedi quella cazzo di scatola arancione dietro. Ecco, ficcaglielo dentro e mettiti a sedere. Che devo correre».
Obliterare, ecco. Aveva imparato una nuova parola: ficcare dentro. Poi tirò fuori di tasca il foglietto sgualcito, l’indirizzo del posto, e titubò. A chi poteva chiedere? c’era soltanto lui, e quell’autista che ringhiava in un dialetto a lui ignoto. E il mezzo correva veloce sul rettilineo: forse aveva già superato la sua fermata. La porta stretta, si disse Santino, per farsi forza, questa è la porta stretta. Prese coraggio e quasi in punta di piedi si avvicinò al sedile dell’autista. Si accostò dietro il suo orecchio, sotto il berretto. La voce, come una molla compressa schizzò all’improvviso: sfalsata, acuta, tagliente; nell’orecchio dell’uomo. L’autista alzò la testa di scatto, inarcò la schiena curva sul volante e sbatté la nuca sullo stretto séparé di vetro giallo. Il bus sbandò, poi riprese il controllo. Santino lo vide voltarsi contro di lui. La sua faccia faceva spavento. Nel bus non c’era nessuno, soltanto lui, e quell’uomo feroce. Il mezzo accostò alla destra lungo la strada. L’autista si alzò. Guardava di nuovo il ragazzo. Zuppo d’acqua, con gli occhi sperduti, e in mano, ancora quella cazzo di borsa che tutto, lo svirgolava da un lato. L’autista si calmò. Poi si grattò la testa sotto il cappello storto e sorrise incredulo, sfogando la sua rabbia addosso al volante lì avanti.
«In trent’anni che porto l’autobus ho cacciato a ceffoni intere bande di teppisti ubriachi e da quindici anni non succede un borseggio che lo sanno... lo sanno che se me ne accorgo li prendo a stampate davanti a tutti e cazzo manco un vampiro poteva farmi saltare in aria come hai fatto tu; dio buono... Un cretino come te, è la prima volta che me lo trovo avanti».
Poi non disse altro. Ritornò al suo posto, si aggiustò il cappello storto. A testa bassa, Santino non osava chiedere l’informazione. Poi l’uomo gli strappò il biglietto, e dopo averlo letto, guardò il cielo bestemmiando. Doveva prendere sì il 31 sbarrato, ma dall’altro lato, dall’altra parte, gli diceva, quella contraria – capisci? – continuava a dirgli – verso il capolinea opposto. Hai capito? – chiese di nuovo gesticolando come se stesse parlando a un esquimese. E quella era l’ultima corsa, il bus si fermava in deposito fino al mattino dopo. Doveva cercare un passaggio in autostop. Aprì i portelli, doveva attraversare la strada – e guarda bene prima – gridò ancora da dietro il portello aperto – che ti buttano all’aria... come un cane, se non apri gli occhi.
Santino lo vide partire. Solo, si ritrovò nel buio della strada veloce; era mezzanotte passata. Le macchine sibilavano, sfrecciandogli di lato a tutta corsa. Aveva paura. Si fermò, col pollice alzato, nel nero più totale. Nessuno. Le macchine passavano davanti senza nemmeno rallentare. Bastardi tutti, pensava. Si accovacciò stanco per terra: non ce la faceva più. Però, forse non lo vedono, pensava: era completamente al buio. Certo, doveva essere così. E pure se qualcuno voleva fermarsi, non poteva mica inchiodare l’auto in mezzo alla strada, qui, all’improvviso, senza rischiare una catastrofe. Si avviò, con la borsa nella destra e la sinistra sollevata, per fare equilibrio e sollevare il pollice. Guardava l’orizzonte, un posto più luminoso; ma la strada, senza lampioni, e senza luci di cartellone o d’altro, nera, tagliata soltanto dai fari rapidi delle automobili sparate, la strada sembrava non volesse finire più. Sulla striscia di asfalto tra le erbacce, nel buio più totale, con una scarpa urtò un sacchetto morbido e pesante, Santino rovinò a terra con tutta la valigia. Cercò di raddrizzarsi, si appoggiò al borsone lì davanti e una macchina che gli veniva contro lo schiarì per un istante. Gridò e si fece il segno. Un tremito lo scosse per la rabbia, per il disgusto e la vergogna. In quell’attimo, con lo stinco, si stava schiacciando la carcassa di qualcosa, di un cane sembrava, un grosso cane. Proprio sotto di lui, se lo stava pestando dritto sulla pancia aperta, ancora mezza piena di interiora, tra uno scomparir di insetti che scappavano strisciando o zampettando. E la frattaglia adesso, quel che ne restava, si stava ben distribuendo sul suo piede e sul bitume. Uno schifo. Cercò di pulirsi con delle foglie, strappate ai radi oleandri collosi. Una macchina accostò. Allora Santino si alzò strinse i pugni serrò le mascelle, lasciò cadere la valigia su di un fianco e aspettò, di vendere cara la sua pelle di villano. Le gambe gli tremavano. Lo schifo e lo spavento. Chiamò la Madonna. Dal lato destro, la portella laterale si aprì dall’interno, ma non riusciva a vederci dentro; e non si fidava. Serrò ancora più forte i pugni, pronti per la lotta. Il guidatore allora scese seccato, non aveva più il berretto di prima, ma Santino lo riconobbe all’istante.
«Ma allora sei proprio un rimbambito» gli gridò appresso l’autista. «Vieni qua, che ti accompagno io, prima che qualcuno ti butti all’aria, senza vederti».
Santino salì sull’auto, con l’altro piede copriva la scarpa ancora sporca di sangue. Nella macchina nessuno parlava, l’autista correva e non si incuriosiva. Santino voleva ringraziare, ma ancora tremava e non riusciva a dir niente, senza che gli uscisse un pianto, un singhiozzo. Si contenne. Quando scese, vide l’uomo scappare via senza voltarsi; non gli aveva nemmeno stretto la mano, per ringraziarlo. Era notte, ma era arrivato.
Suonò al portone. Ma nessuno gli apriva. Provò a suonare ancora ma niente, non succedeva niente. Spinse allora il campanello a lungo per l’ultima volta e si sedette sul gradino sotto. In silenzio, ad aspettare che qualcuno lo facesse entrare. Dal terzo piano, delle ante si aprirono sbattendo forte sul muro esterno. Un donnone si affacciò gridando contro dei teppisti inesistenti. Santino alzò gli occhi cercando quelli imbestialiti della donna, fece un cenno, ma al rallentatore, sopra di lui, vide un viaggio d’acqua che dalla finestra a ventaglio si apriva e cadeva abbasso. Troppo aperto era il getto, non poteva scansarlo di lato, e mentre capiva se fare un passo avanti contro il portone o uno indietro addosso un’auto, l’acqua, lanciata alla cieca, gli era già caduta tutta addosso. Chinò la testa e chiuse gli occhi. Le persiane della finestra si richiusero sbattendo nuovamente.
Seduto sulla valigia si addormentò con la schiena appoggiata sul portone. All’alba l’uscio si aprì dall’interno. Santino rovinò sulle gambe della custode, si alzò di scatto. Poi porse la busta con le referenze di don Lucio e instupidito dal cattivo sonno di quella notte, attese. La donna lo annusò sprezzante, puzzava. Accompagnato per un androne scuro salì per delle scale, alla fine entrò in una stanza chiusa a chiave. C’era un computer la scrivania e il fax, a destra un orologio scandiva, mentre a sinistra, su un manifesto distante molte miglia, dei bambini lo guardavano e morivano di fame. La donna telefonò in sede centrale. A mezzogiorno tutto l’equivoco si sarebbe chiarito, gli disse la suora. Poi gli portò un latte caldo e una saponetta mentre bianchi, come i vermi dall’intestino di quel cane, i vecchi uscivano dalle stanze, si aprivano le porte scollate di quel lungo corridoio. Le ciabatte strisciavano verso il bagno insieme ai bastoni di palissandro, che qualcuno portava come un guinzaglio tirato da un cane frettoloso. Anche Santino andò a lavarsi, cercando di non guardare; i vermi incolori della notte prima e gli smorti pigiami dei vecchi si confusero in un’unica visione che gli drizzava i peli dietro il collo. Ma alle sue spalle sentì un muggito soffocato. Non voleva, ma dovette voltarsi per forza. Un fantasma con il pendaglio già tra le mani si affrettava al massimo per raggiungere il sanitario a muro, ma le gambe non rispondevano. Sbuffò come se il campànulo bruciasse tra le dita, e poi Santino lo vide che la mollava proprio lì, sopra il muro, a pochi passi, vicino alle piastrelle di un colore osceno. Sorella Carmen venne correndo con uno straccio e con la mazza, gridò qualcosa contro il vecchio e dopo con la mazza prese a dargliele forte sulle mani, e pure sul batacchio. Il vecchio piangeva si vergognava e cercava di scappare con il cazzillo ancora fuori e ciondolante, ma le gambe non rispondevano lo stesso. La pisciatura scendeva veloce dalla parete spargendosi in due ruscelli separati e la suora gridava e picchiava duro senza pietà. Santino cominciò a sentirsi male; gettò via la saponetta e con le mani bagnate senza pensare a nulla afferrò la donna, la spintonò sul muro, e mentre già se ne pentiva, il freddo seduto sul portone e la puzza rimastagli attaccata addosso lo fecero trasalire di nuovo furibondo. Le strappò lo spazzolone dalle mani, e lo lanciò dall’altro lato contro il corridoio, con tutta la sua forza. Il vecchio si strinse le mani sulla testa, il bastone cadde a terra lontano, e la donna fuggì spaventata verso il telefono, chiudendosi a chiave nella stanza. Santino si accovacciò tremante per la rabbia sfogata e lì rimase ad aspettare che qualcosa succedesse ancora. Dopo dieci minuti un prete, alto, massiccio e brizzolato, se lo prese per un braccio e lo tirò su, e poi continuava a stringergli le mani così forte da farlo lacrimare. Don Luigi Giacosa in persona lo sgridava davanti alla suora, ma poi gli strizzò l’occhio spintonandolo verso una stanza, la sua, la direzione, in fondo in fondo, dall’altra parte del corridoio, chiusa a chiave. Quando si aprì la porta, dentro, sembrava un altro mondo, l’ufficio di un dottore.
Santino si sedette di fronte al prete, dietro una rossa scrivania di mogano, dura e liscia al tatto, pesante di massello, preziosa: neanche il direttore a scuola ce l’aveva uguale. Cercò di guardare il prete senza timore: aveva un volto quasi senile ma bello a vedersi; senza rughe, ne aveva un paio solo alla fronte alta. Zampe di gallina poi, dietro gli occhi si allungavano come una fionda, e due solconi duri dal naso arrivavano fin sotto il mento. E pur se gli occhi cacciavano grinta focosa, ad ogni sorriso due fossette gli bucavano la faccia; il naso era lungo e irregolare, le orecchie appena pendule.
«È da ieri che ti aspetto in segreteria, non qui, ma proprio dietro la stazione, in sede centrale. Mi hai fatto stare in pena».
Il prete lo scrutava dentro la linea dello sguardo; e Santino non riusciva a sostenerlo più di tanto. Si sforzava, come gli aveva insegnato il padre: le persone devi guardarle dritte negli occhi, gli aveva detto. Ma lui non ci riusciva quasi mai. E finiva per abbassarsi sempre.
«Ma come diavolo hai fatto ad arrivare fino qua?» gli chiese il prete sorridendo. «Forse un disegno del Signore misericordioso ti ha destinato proprio in questo luogo di sofferenza e di dolore, per saggiare la tua forza d’animo. Sante, ti chiami, vero. Vedi… lo dice pure il nome».
Santino si sentì meglio, subito rincuorato da quelle poche parole, anzi dal sorriso grande, tra i denti tutti bianchi come un cantante; don Giacosa aveva una presenza fascinosa, magnetica. «Ieri, padre, è vero, mi sono successe un sacco di storie stranissime, e per poco non decidevo di tornare indietro».
Voleva raccontargli Santino, di tutta la forza che era riuscito a tirar fuori, e la paura nel buio della strada. «Ho dovuto perfino fare l’autostop» gli disse, ma l’altro lo interruppe. Proprio mentre iniziava a raccontare; poi il prete chiuse gli occhi e riprese a parlare, come se pregasse.
«Da quel che mi dice la suora, non sei tipo da impressionarti facilmente, e sei coraggioso. Non avrai mica paura ad aiutare qualche vecchietto a spegnersi dignitosamente davanti agli uomini e al Signore. Vero?» Strizzò l’occhio e abbassò la voce: doveva essere un segreto tra loro due soli. «Tutti per me sono fratelli. Dai poveri orfanelli dal sangue mezzo albanese ai malandrini in pensione che bestemmiano sulle carte sotto il crocifisso». E baciò la croce appesa sulla collana d’oro, per scusarsi con Gesù. «Io mi occupo dei figli di Dio indistintamente, e non bisogna avere preferenze. Mai. Sarebbe la prima di una serie di ingiustizie. Sai, non esistono lavori meno belli e meno brutti. La solidarietà non conosce né calcoli né estetiche, ma solo amore e devozione. E in questo posto c’è tanto da fare, sedare zuffe tra moribondi, sventare furti tra nullatenenti… e mi ci vorrebbe proprio uno del tuo valore, uno in gamba e generoso come te» diceva, accarezzandogli una mano «perché da subito hai mostrato non solo cuore, e pietà, per quel vecchio piscione, ma anche coraggio nel difendere i più deboli. E poi suor Carmen non è cattiva, è che fa tutto da sola e ogni tanto perde la pazienza».
Santino si sentiva bene, gratificato dalla stima di quel prete, e pieno di speranze; nel cuore Santino sentiva tanta voglia di fare, e di essere apprezzato. Fino allora aveva sempre annuito, ché il prete non gli aveva mai lasciato il tempo di parlare; ma poi, quando don Giacosa tacque, in testa non riuscì a farsi venire proprio nulla per colpirlo, e allora tirò fuori la storia della rete e dei nodi rotti, quella che gli aveva raccontato don Lucio alla parrocchia. Ma siccome il prete non si era impressionato affatto con quella bella immagine, va bene, disse allora Santino. Per lui tutto andava bene: lui voleva solo essere utile ai suoi fratelli, in qualsiasi modo. Poi don Giacosa si alzò di scatto, se lo prese per tutte e due le mani e gliele strinse forte nelle sue. Aveva due mani venose e roventi. Sembrava avesse la febbre, troppo erano bollenti. Poi una carica e un’emozione che non aveva mai sentito prima gli salì per tutto il corpo e capì Santino che la forza e la misericordia gli erano venuti proprio da quelle mani di febbre e che quel prete, don Giacosa, era un uomo santo.
Nel pomeriggio era già al lavoro in quell’ospizio.
Dopo i primi giorni il tempo volò via improvvisamente. I vecchi gli vollero subito bene, perché era servizievole. Le prime volte ascoltava seduto le storie di guerra che gli raccontavano, qualche tempo dopo poi, le sapeva già tutte, ma non interrompeva mai, pensava ad altro.
Puliva gli incontinenti, tagliava unghie, li lavava e spolverava senza troppo amore, ma anche senza ribrezzo e scrupolosamente. Quando era libero non usciva mai, e leggeva qualcosa dalla piccola biblioteca nella segreteria. Con don Giacosa si era visto e parlato dapprima due volte la settimana, poi solo la domenica, e adesso erano due settimane quasi che non lo sentiva. Spesso sorella Carmen gli portava i suoi saluti. Gli mancava. Desiderava tanto vederlo, e farsi stringere le mani come quella prima volta, ormai trascorsi quasi due mesi. Ma sapeva Santino che don Giacosa era sempre al lavoro: sempre. E non poteva mica aver tempo per tutti. Però lo stesso ci rimaneva male. E continuava ad aspettarlo sempre, per sentire le sue parole, e il suo contatto.
Proprio un mattino, ormai tre mesi giusti che Santino era lì, don Giacosa telefonò al centro e chiese di lui, gli disse di prendere il bus, di andare immediatamente in sede centrale, di corsa. Un suo collaboratore era partito per una carta che non si trovava più: Santino doveva per quel giorno stare al suo posto nell’ufficio. Il prete lo accolse benevolo e poi lo accomodò vicino a un telefono. Stai qua gli disse. Lì chiamavano da tutta la regione, per avere consigli, sentire una voce qualsiasi, una voce amica. Anzi, si trattava proprio di un "telefono amico", e spesso capitava qualche verifica dal ministero. Non doveva mai essere scoperto, disse vedendo il ragazzo impaurito, sennò poteva pure succedere un casino...
Ma Santino non se la sentiva, cosa avrebbe potuto mai dire ad uno che non conosceva, senza guardarlo dentro gli occhi poi. Ma don Giacosa si arrabbiò. Per la prima volta Santino gli sentì alzare la voce.
«Inventati qualcosa» gli gridò contro «basta che rispondi!» e seccato si voltò per ritornare alla sua scrivania. A Santino un nodo in gola si strinse nel collo, bestiale, doloroso. Mai si era aspettato potesse trattarlo così. Loro erano amici. Ma poi il prete tornò indietro. «Se è troppo difficile» disse più calmo «tu di’ soltanto di attendere in linea, e che l’operatore è uscito un attimo. Poi vienimi a chiamare... ma solo se non ce la fai».
Santino non poteva neanche parlare, non ci riusciva, e gli veniva solo da piangere. Ma don Giacosa se ne accorse, prese le mani del ragazzo e forte se le strinse nelle sue, facendogli passare quell’amarezza sorda, e contagiandogli la pentecoste di quella sua lucida febbre.
Per due ore in quella stanza non chiamò nessuno.
E Santino, perso nella narcosi di una finestra in picchiata nel traffico di mezzogiorno, si accaldava nel sole. Poi fece un salto per aria: quasi ora di pranzo, il telefono stava suonando. Attese ancora uno squillo. Si avventò all’apparecchio, prima che il prete iniziasse a sgridarlo. Dall’altro capo una voce rotta di vecchia piangeva e singhiozzava. Non si capiva nulla. Pensò fosse meglio tacere. Ma quel poco che riusciva a sentire gli torse lo stomaco dentro, e non capiva il perché. Poi la vecchia, sembrava una voce di vecchia, riprese per poco il controllo di sé. E in un dialetto che solo lui e pochi altri potevano intendere, la donna continuava a gridare, e piangeva: che adesso era sola davvero e che il marito era morto, tutto solo anche lui come un cane e che il figlio non c’era e non era mai venuto a vedere come stavano, ed era morto tutto solo suo marito senza il figlio che gli reggesse il capo al padre che lo aveva chiamato sempre, sempre, anche la notte prima nell’agonia, e dove stava il figlio adesso, dove stava ora che era rimasta sola, e dov’era il suo bambino che l’aveva abbandonata; e poi riprese ancora a piangere e a gridare come una matta. Dal telefono Santino non riusciva a sentirci bene, ma quel torcimento nelle viscere riprese ancora più forte, e allora appoggiò la cornetta e andò veloce a chiamare il prete che stava scrivendo, concentrato sulla sua scrivania a mezzaluna. Don Giacosa si alzò sbuffando e lo guardò inferocito. Proprio allora, alle spalle del prete, per un istante riuscì a vederlo. Vide suo padre, col cappello in testa, contadino a bestia e col capo chino sulla barca in secco a rammendare, perché la rete, gli avevano detto, la rete doveva essere solida, e robusta dappertutto. E appena la riconobbe, quella voce di vecchia che dentro gli torceva la pancia, all’istante svanì quella nebbia che in testa da sempre lo aveva confuso. E per non gridare, con le mani accaldate la faccia si schiacciò tra le palme e in silenzio, ficcandosi le dita dentro gli occhi, muto seguì il prete nella stanza del telefono.
© Fernandel 2002
|