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Pagine : 128 Prezzo : 12,00 € ISBN : 88-87433-21-6 ANNO : 01-09-2001
Gabri, la protagonista di questo secondo romanzo di Grazia Verasani, ha trentacinque anni, è un’ex attrice che per vivere doppia film porno, ma la sua passione è scrivere. La pubblicazione del suo primo romanzo le è valso la perdita di un fidanzato e di un bel po’ di amici, a cui non è piaciuto riconoscersi nei suoi personaggi. Ora è a caccia di un’idea per un nuovo libro. Le fanno da spalla una serie di incontri con donne particolari, incursioni in club privé della provincia, la voglia di confondere la propria storia personale dentro le storie degli altri, e l’amicizia-amore per Emilio.
Un romanzo che sviluppa le tematiche generazionali di chi si trova oggi a cavallo fra i 35 e i 40 anni: idealisti pentiti, passionali delusi, professionisti di una libertà che, in fondo, è soprattutto solitudine. Un romanzo spregiudicato, che descrive i cambiamenti di costume, la facilità del sesso, la difficoltà dell’amore.
Come inizia:
Passo davanti allo studio.
Sbircio dalla porta il divano letto aperto, le lenzuola francesi a righe bianche e rosse, attorcigliate al plaid, e poi la curva della sua schiena magra. È seduto al computer; portamatite e classificatori di plastica occupano il resto della scrivania. Non mi vede, sente solo il rumore dei miei passi nel corridoio, il borbottio del bollitore.
Tra poco lo raggiungerò con una tazza di tisana, svuoterò il posacenere pieno di cicche e faremo due chiacchiere prima di dormire: lui nel mio studio, io nella camera adiacente.
È qui da tre giorni.
Alle cinque del mattino di lunedì ho fatto il suo numero. Al suo Pronto assonnato sono scoppiata a piangere. Non ho dovuto dire né chi ero né perché lo chiamavo, ha detto: «Arrivo subito», e dopo mezz’ora era qui.
L’ho aspettato seduta sul divano di velluto bordò del soggiorno, puntando gli occhi sulla composizione di fiori secchi sopra il cassettone finto antico, poi sul paralume di nylon accanto alla tv: cercavo di squadrare la realtà per rifletterla più freddamente. Più tardi, appoggiata a un armadietto della cucina, ho guardato dalla finestra il giardino, il tosaerba abbandonato sul vialetto inghiaiato e l’innaffiatrice automatica; la luce fluorescente dell’alba dava alle piante un color verde vomito. (Save mi ha lasciata. Inspirare, espirare. Dentro l’aria buona, fuori quella cattiva.) Oltre il giardino: interminabili file di edifici dai mattoni rossastri -case di cooperativa, fatte in serie-, tapparelle rialzate, prime colazioni negli appartamenti dei vicini, sciacquoni tirati, cigolii di rubinetti aperti.
Mi sono infilata una giacca sopra il pigiama spiegazzato, di due taglie più grande, e sono uscita di casa ad aspettare Emilio. A occhi chiusi, con la fronte appoggiata alla ringhiera di ferro del cancello, tentavo di capirci qualcosa. Mi rivedevo in ginocchio, solo tre ore prima, sulle piastrelle sbrecciate della toilette della discoteca Matisse, mentre armeggiavo con la lampo dei pantaloni di un giovane hiphopper. (Chi era? Mai saputo il suo nome.) Da quella posizione vedevo solo i lacci allentati delle sue Nike, poi, salendo, la t-shirt macchiata e i jeans senza cintura che gli scivolavano dai fianchi. Avevo il suo pene dritto a un centimetro dalla mia bocca, e l’ho lasciato lì, in sospeso, come l’automobilina di una giostra durante un improvviso black out della corrente elettrica. «Scusa», gli ho detto. E sono andata via.
Ho sentito la mano di Emilio posarsi sulla mia testa con il fruscio delicato di una porta basculante. Erano arrivati i soccorsi. Ci siamo avviati verso casa: lui mi sorreggeva e io lavavo di lacrime tutto il pianerottolo.
Sono tre giorni che piango. Io piango e lui mi guarda. È vicino e non parla. Anch’io non parlo. Sono tre giorni che qui nessuno parla. Ha già capito tutto, che con Save è finita. Che importano i dettagli? Emilio rispetta il mio silenzio. Non fa domande. Aspetta. Senza parlare mi chiede "Come va?". Io ricomincio a piangere, lui non mi chiede di smettere.
Questa settimana ha il turno di pomeriggio: fa il magazziniere all’Ipercoop di Borgo Panigale, carica e scarica. Ieri sera gli ho chiesto di Agata, la sua catanese, se l’aveva sentita, se verrà presto a Bologna. Ha sospirato: «Boh, non so, più avanti». Poi di nuovo silenzio.
Fumiamo e ci guardiamo.
Quando esco, come stamane, a girovagare tra uffici postali e negozi, porto sempre gli occhiali da sole. All’edicola, però, me li sono tolti un secondo e ho chiesto la Repubblica piangendo. L’edicolante non ci ha fatto caso. Non era un pianto che chiedeva aiuto. Era naturale e ovvio come il fatto che stesse piovendo o che sono rossa di capelli invece che bionda o castana.
La mia lattaia dice sempre che la vita è un’altalena di giorni sì e giorni no. Quella del lavasecco invece: «Signorina, non si tratta più di bianco o nero, qui è tutto grigio». È da loro che di solito imparo la rassegnazione -sono loro le mie quotidiane insegnanti di stoicismo-, e torno a casa più solida, più temprata, confortata da luoghi comuni uguali per tutti.
A vederlo di là, Emilio, al computer, mi viene quasi voglia che resti qui per sempre. Ieri gli ho fatto spazio nel mio armadio, ho liberato una decina di grucce e un paio di cassetti. (Perché pagare due affitti?) Poi ho pensato che era assurdo, che tra me e lui è solo un momento.
È quasi un anno che ci frequentiamo, andiamo fuori a cena, al cinema, ai concerti. Ieri notte abbiamo bevuto una bottiglia di Pinot grigio sdraiati sul tappeto e ci siamo appisolati di colpo, dopo un abbraccio casto, come due bambini in tenda in quelle vecchie gite col prete. Prima di addormentarsi, si è ravviato il ciuffo biondo cenere che gli nasconde sempre gli occhi e mi ha guardato con la stessa tenerezza con cui tre giorni fa ha bofonchiato "Bastardo". (A Emilio, Saverio detto Save non piace, non gli è mai piaciuto.)
Quanto tempo occorre per metabolizzare un’assenza? Il suo è sempre stato un andare e venire nella mia vita: in quasi cinque anni mi ha lasciata settantotto volte. Folie à deux la mia storia con Save, o, come dice Freud: ogni masochista cerca un sadico.
Guardo Emilio al computer e penso che non si può soffrire per sempre, che esiste una tregua alle ansie, o un sorriso tirato, che è già un buon punto di partenza. Lo guardo. È tranquillo. Senza nervi come un oggetto, un oggetto bellissimo. Ma io lo so che è calmo solo in apparenza e che ha capito bene perché mi sono persa dietro un domatore, tra fruste e zuccherini. Lo ha visto anche lui quel film di Truffaut: La mia droga si chiama Julie. Sa perfettamente che a volte corriamo dietro a certa gente come tossici a caccia di una dose. Crediamo di farlo per amore...
Ora si volta, mi osserva con quei suoi occhi grigioverdi, sempre un po’ sfocati, poi guarda l’orologio.
«Sono quattro ore che non piangi», dice «sto tenendo il conto».
Scoppio a ridere, e anche lui scoppia a ridere.
«Andiamo a cena fuori. Ti va?».
Sono le nove passate e nessuno ha mangiato. Io ho perso l’appetito, ma lui... No, non gli dirò quanto è importante per me. Non torcerò un capello alla nostra perfetta sintonia. Non voglio perderlo. E in amore si perde. Sempre. Voglio da Emilio qualcosa che non c’entri col sesso e con le relazioni. (È giusto? Lui cosa ne pensa? In che modo mi vuole? In un androne buio, alla pecorina, o sotto la luce di un lampione a parlare di Kant e Shopenhauer?)
«Truccati un po’ gli occhi», dice, passandomi vicino mentre va in bagno a radersi. «Quanti danni farai» scherza «ora che sei una donna libera?».
Mi imbroncio. «Tu come mi trovi?».
Resta col rasoio a mezz’aria. Prudente, indeciso. «Per me sei carina».
© Fernandel 2001
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