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MANGIACUORE
di Bonafini Francesca Categoria: Top Collana Fernandel |
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Pagine : 128 Prezzo : 12,00 ISBN : 978-88-87433-93-7 ANNO : 05-02-2008
Alfredo vuole piantarla con l'eroina. In una comunità milanese incontra una volontaria, che lui, romano, chiama «la ragazza del nord». Terminata l'esperienza di volontariato lei riparte per Bologna, lui scappa dalla comunità e torna a Roma. Ma non riusciranno a stare lontani... Per sapere tutto su Mangiacuore: Repubblica (Bologna)
Due cuori, una comunità e la fuga dall'eroina
Gazzetta di Parma C'è un masochismo pervicace nei due protagonisti di «Mangiacuore», il romanzo d'esordio di Francesca Bonafini, che pubblica il suo primo libro per Fernandel dopo una lunga gavetta tra riviste e antologie, in particolare Quote rosa, uscita sempre per Fernandel, curata da Grazia Verasani e Gianluca Morozzi. «Mangiacuore» è un libro che affronta un tema non facile. La copertina (assai poco accattivante) non tragga in inganno.
L'indice La ragazza del nord e colta, curiosa, è politicamente attiva, fa volontariato. E in una comunità di recupero, a Milano, conosce Alfredo, eroinomane romano in via di disintossicazione. Tra i due, apparentemente cosi diversi, sboccia l'amore. Per Alfredo liberarsi dal ruolo che si é ritagliato e in cui si trova ormai imprigionato é l'unico modo di salvarsi la vita. Con spirito di abnegazione l'una e riluttanza l'altro, i due si immergono in quel caos, di insicurezza e paura, che spesso si cela dietro alle maschere che indossiamo per sopravvivere a noi stessi e al mondo. La ragazza del nord non potrà sottrarsi alla resa dei conti con il suo lato oscuro. Il romanzo è narrato con due voci parallele che nel corso della storia si contaminano l'un l'altra: l'ottimismo straripante deva ragazza del nord sembra contagiare, in una certa misura, anche la voce ora laconica ora rabbiosa di Alfredo, a sua volta l'incapacità d agire di Alfredo si riflette sulla voce della protagonista. La contaminazione dei toni é dunque specchio della direzione in cui di volta in volta si muove il reciproco contagio emotivo. Il linguaggio è inteso ora come chiave per scoprire il senso della vita, ora come possibilità di invenzione, menzogna, barriera di superficialità eretta a suon di "ti amo" e "sto bene" per difendersi dal caos interiore che non si vuole esplorare, insulto che chiude ogni porta al dialogo dando un'arrogante sensazione di potenza. Emerge la disperata compresenza di incapacità di stare soli e impossibilità di dare fiducia, viene alla luce il male naturale e contagioso di un mondo teso tra menzogna e dolore. E il dolore é talmente intenso che le parole superficiali smettono di essere un male, e diventano una agognata sostanza con la quale narcotizzarsi.
L'Arena
Il primo romanzo di Francesca Bonafini.Una storia d'amore «mangiacuore» Si legge tutto d'un fiato Mangiacuore (Fernandel), il primo romanzo della Veronese Francesca Bonafini, classe 1974.
Pulp libri
Dietro alle apparenze di una storia d'amore come tante - ma forse anche più improbabile di altre, dato che ha per protagonisti l'eroinomane romano Alfredo e una volontaria di un centro di disintossicazione milanese, conosciuta per tutto il romanzo soltanto come "la ragazza del nord" - si celano tematiche sociali di grande attualità nel romanzo d'esordio della giovane scrittrice veronese Francesca Bonafini. Il vero nocciolo del libro sta infatti nel difficile rapporto tra due persone in principio molto diverse tra loro, ma entrambe tormentate dallo stesso bisogno di trovare qualcosa di più autentico e profondo al di là delle varie maschere che la società in cui vivono impone. Come la sua autrice l'ha definito in una recente intervista, è "una ricerca di senso fra l'amore e la droga", ricerca portata avanti per vie contorte e sofferte, dettata da un bisogno dell'altro caparbio e ostinato, e a tratti quasi incomprensibile, poiché è solo nell'incontro con l'altro che si possono ancora trovare zone di autenticità, rifugi sicuri in cui calare tutte le maschere. Si tratta anche di un libro sulle diverse dipendenze di cui ciascuno può diventare vittima: ben presto sarà infatti la "ragazza del nord" a diventare dipendente da Alfredo, a non poterne più fare a meno, nonostante questo minacci di trascinarla nel suo vortice di autodistruzione, verso un finale sorprendente e inteso a suscitare riflessione. I due apparenti contrasti che i protagonisti del libro incarnano - forte/debole, "normale"/deviato - si avvicinano fino a confondersi e quasi invertirsi, attraverso un'alternanza di due voci narranti all'inizio ben distinte che riproducono l'ininterrotto dialogare tra i due protagonisti, rivelandosi in realtà un sovrapporsi di monologhi e introspezioni speculari.
Dadamag
Esistono degli incroci di esistenze che, sanguisughe, succhiano la vita dalle altre? Esistono degli scambi non visti di energia, di fluidi che una goccia alla volta, ripresa per uno, stillicidio per l'altro, passano come vasi comunicanti da un cuore all'altro? Ti insegno a pulsare, giacché ti sei scordato come si fa. In cambio il mio battere, a forza di mostrarti il modo, si scorda il movimento. Paradossale, no? Tu cresci, io decresco. Tu torni, io me ne vado.
Il domani
A leggere gli esordi narrativi di molti autori, resta solo la tristezza per quello che poteva essere e non è stato. Accade spesso, ma grazie al cielo non sempre. Qualcosa si salva, perché probabilmente l'autore sapeva già in partenza cosa voleva raccontare e come raccontarlo. Una sensazione bellissima, quando la si incontra. Perché ci fa capire quanto poco di improvvisato ci sia nel lavoro di quello scrittore e quanta intenzionalità, quanta forza abbia messo nello scrivere il suo esordio. In Mangiacuore, esordio sulla lunga distanza della trentatreenne Francesca Bonafini, ci sembra accada proprio questo. La storia è infatti costruita con attenzione e senza sbavature, lavorando con attenzione sui personaggi senza però dimenticare uno sviluppo credibile della storia. Ma dentro le pagine del romanzo colpisce anche la capacità da parte della Bonafini di far scattare un meccanismo assai raro, cioè la voglia di rileggerlo così da sentire ancora una volta le voci che si alzano dai due personaggi principali, da Alfredo e dalla non meglio identificata "ragazza del Nord". Due voci, intrise dell'eco tondelliano di Altri libertini, che riescono a riempire con il loro alternarsi e mutare l'intero arco della storia proposta da questa autrice. Voci che si offrono come una via alternativa al classico universo giovanilista, dipinto oramai costantemente come preda di un narcisistico solipsismo depressivo o modellato attorno a una filosofia e una antropologia che diventa vera solo grazie alla quantità targhettizzata di oggetti citati. In Mangiacuore questa ragazza e questo ragazzo descrivono una realtà concreta, che scommette tutto sulla credibilità della situazione. Per essere più precisi, i due personaggi sono completamente immersi dentro questa realtà che si muove di pari passo con le azioni che compiono, con le decisioni che prendono, reagendo a e ragionando sopra quanto accade sia dentro sia fuori di loro. La "ragazza del Nord" (un Nord vago, riconducibile a Bologna: città mai agita, solo nominata) e Alfredo - tossico romano in cerca di cure e di un luogo in cui trasformare il suo ribellismo negativista adolescenziale in una possibile adultità - non fanno altro nei cinque capitoli di questo purtroppo breve romanzo. E per comunicare il loro essere dentro il movimento della realtà, il loro essere la realtà stessa, era importante dotarli di voci che, come ha intelligentemente fatto Bonafini, si opponessero e si intersecassero vicendevolmente, travasando dall'una all'altra quella sorta di moderno male di vivere che ci possiede tutti. Una realtà quindi dove il percorso che dal dolore porta alla felicità non è mai univoco, dove quella specie di ottimismo della ragione tramutato in ostinazione dietro cui si cela la protagonista non è altro che lo specchio di quanto va facendo Alfredo: il fuggire dalle comunità per poi volerci ritornare, l'ubriacarsi, il diventare violento a parole più che nei fatti, blaterando a vuoto, proprio come un tardivo adolescente contro il mondo bestia. Che poi è il mondo degli affetti, la sua famiglia e questa ragazza settentrionale. La famiglia e la casa sono un crocevia fondamentale in Mangiacuore, perché è in queste due situazioni che va poi a ispessirsi il rapporto con la realtà dei due personaggi principali ed è in esse che si innesca per loro lo scontro e il rispecchiamento. La casa e la famiglia di Lorenzo diventano perciò il luogo catartico della vicenda, diventano il luogo di una presa di coscienza che si andrà a sviluppare in seguito e porterà a sviluppi inattesi. In qualche modo, fra quegli affetti e fra quelle mura più che altrove, si compie quanto avveniva nella Zona descritta anni addietro da Tarkovskij nel suo Stalker. Lì si avveravano i desideri più intimi di chi riusciva a raggiungerla, qui si arriva a strappare il velo di Maya dai propri occhi, si impara a conoscersi per quello che realmente si è.
Mangiacuore, romanzo d’esordio di Francesca Bonafini dall’inizio intrattiene come un’intricata, insolita storia d’amore di cui però presenta tutti i connotati per essere riconducibile alla realtà. È una narrazione a due voci che nel dipanarsi presenta l’intera sua evoluzione con uno stile a tratti accostabile alla dimensione diarista. dicembre 2008 Guido Vitiello
Intervista a Francesca Bonafini
giugno 2009
Un'autrice giovane, di origine veronese, ma da tempo residente a Bologna - città dove ci sono più scrittori emergenti che portici - e una copertina rossa con un cuore di metallo circondato da filo spinato: i motivi per partire prevenuti ci sono tutti.
Francesca Bonafini sembra saperlo perché apre il suo primo romanzo con un incipit da antologia e fa drizzare il lettore sulla poltrona, conquistandone attenzione e rispetto con le prime sedici righe. In questo lasso di carta racconta l'innamoramento. “Sai che novità” - diranno subito i miei piccoli lettori. Appunto: la Bonafini sfida e vince - con irritante facilità - il topos letterario per antonomasia, lo spiega con approccio scientifico e ragionato, ne dà “la” descrizione infallibile e definitiva, riuscendo a essere innovativa nel più scontato degli argomenti, ripercorrendo il sentiero più trafficato del mondo della letteratura e scovandone – lei sì, lei sola – gli unici, beffardi, aspetti reali. È un piccolo regalo, questa introduzione ironica, una sorta di benevola concessione al lettore, pari all'ultima ditata di Nutella prima della dieta. Poi il romanzo si palesa per quello che è: la storia di un tossicodipendente incapace, per quanto desideroso, di riappropriarsi della propria vita, deluso da se stesso e disilluso della possibilità di riguadagnare un ruolo dignitoso nella società.
Il suo passato viene ricostruito attraverso il racconto del suo presente, del rapporto con la ragazza del nord. I due si sono incontrati in una comunità di recupero milanese: lei volontaria, lui tossicodipendente. Terminata questa esperienza, ognuno fa ritorno alla propria città e tra i due inizia una sbilanciata relazione a distanza. È sempre lei a raggiungere Alfredo a Roma, dove lui vive con genitori, nonna e cani. È un sacco da pugile la ragazza del nord.
Incassa impassibile gli scatti di ira di questo Alfredo, i suoi momenti di violenza e rancore verso i familiari, le sue debolezze e le sue incoerenze.
Per quanto lui la prenda a botte nell'anima, con il proprio comportamento, lei resta in piedi, magari vacilla, ma gli torna davanti di nuovo, pronta a prenderne ancora. Alfredo, però, non è “il cattivo”. Non si approfitta di lei, né la prende in giro. A modo suo, la ama perfino; semplicemente, non è la cosa che più ama al mondo. In verità, qualcosa che lui ami davvero non sembra esserci; ci sono, piuttosto, cose sempre più urgenti, come la birra.
Perché Alfredo, va riconosciuto, ha deciso di smetterla con l'eroina e lo sta facendo. Ha scelto di andare in comunità. Non ha resistito, se n'è andato, ma ha fatto domanda per entrare in un'altra; ce la sta mettendo tutta: è deciso. Ha qualche debolezza, ma è deciso. Non si può nemmeno pretendere che smetta da un momento all'altro – lo giustifica chi gli sta intorno - se fosse così semplice ce la farebbero tutti.
Alfredo ogni tanto va in crisi, esistenziale, più che d'astinenza (avendo le giornate scandite dalla distribuzione del metadone al Ser.T, fisiologicamente parlando dovrebbe essere relativamente in forma). Si ricorda di come, ragazzo, avesse smesso di sentirsi una nullità grazie alla droga, vendendola e usandola, di come fosse diventato di colpo rispettato, “all'altezza de tutto e de tutti”. E ha un bel dire la ragazza del nord, che volersi sentire “potenti” è da cretini, che non c'è nessun bisogno di indossare maschere per ritagliarsi un posto nel mondo, che ciascuno – e Alfredo in particolare – è importante e dignitoso per quello che è, senza doversi fingere più forte o potente. Per lei è tutto semplice, è tutto chiaro, lei non si sente mangiare dentro da questa inadeguatezza alla vita, non si sente l'etichetta del drogato addosso, lei guarda avanti e un futuro lo vede. Alfredo no.
In questi momenti Alfredo ha bisogno di un aiuto, di qualcosa che lo tiri su, che non lo faccia pensare troppo alla sua condizione. È passato, così, dalla dipendenza dall'eroina alla dipendenza dall'alcol. In maniera subdola, discreta, senza che gli altri abbiano potuto fermarlo, fino ad essere ancora schiavo di comportamenti paradossali, come il piantare in asso in mezzo alla strada la fidanzata per infilarsi nel bar sul marciapiede opposto e uscirne candido come un bambino.
Perfino l'abnegazione della ragazza del nord ha un limite e quando sente a letto la stessa distanza che sente per strada sa che il saluto dell'indomani è l'ultimo.
Alfredo va a guardare il suo schifo in una nuova comunità, per provare a misurarlo e portarlo via; la ragazza del nord va a guardare la sua ansiosa insicurezza da Buenos Aires, perché spera che da lontano sembri più piccola. Vede, invece, lo schifo dell'esistenza. Vede come tutto vada sempre a rotoli, anche quando non sembra, come sotto la superficie ci sia sempre il marcio; del dono di rendersene conto non sa che farsene e vorrebbe, ora, avere il dono di prendere le distanze e lasciare che le cose vadano per gli affari loro.
Non è una storia d'amore, non è un'operetta morale sulla droga. Il primo romanzo di Franesca Bonafini è sulla dipendenza e la devastazione.
Non importa se per una sostanza o una persona: l'incapacità di pensare noi stessi senza l'oggetto della nostra passione non può che condurci alla perdizione.
Le ultime righe stupiscono e, per questo verso, costituiscono un esempio classico di quello che ci si aspetta da un romanzo, eppure, un attimo dopo, non sembrano poi così imprevedibili, perché la storia letteraria finisce nel più logico dei modi in cui finirebbe la stessa storia nella realtà.
Una delle ragioni che hanno portato alla repentina affermazione del romanzo moderno è stata il saperraccontare storie di individui normali, storicamente collocati: non più eroi, dei o “tipi” della commedia, ma nomi e cognomi nel tal posto e nel tal tempo. Se blandire il lettore con un finale soddisfacente, perché lieto o sbalorditivo, quando non entrambe le cose, è il limite di molti romanzi, Francesca Bonafini “sfida il sistema” e termina la sua prima opera con una conclusione non imprevedibile e, proprio per questo, sconcertante.
Vi si arriva attraverso le voci dei protagonisti, alternate nei capitoli a raccontare l'azione dal rispettivo punto di vista, ora con il lessico di una studentessa bolognese colta e socialmente impegnata, ora con quello del balordo di un quartiere popolare di Roma, capace di manifestare la sua frustrazione solo attraverso bestemmie, che altro non sono se non intercalari, come i “cioè” degli adolescenti incapaci di organizzare meglio il loro pensiero. Man mano che la vita accanto ad Alfredo destabilizza la ragazza del nord, le parole di questa si fanno simili a quelle di lui, la prosa diventa ansiosa e frammentata, sintomo della confusione interiore che la travolge. Non il solito imbarazzante escamotage dello stile giovanilistico per mascherare una prosa inadeguata, ma centoventi pagine di esercizio di stile che sbattono in faccia al lettore la solida padronanza dei meccanismi della narrazione e l' isomorfia pressoché perfetta tra forma e contenuto.
Francesca Bonafini è innamorata delle parole e lo dichiara con ogni frase.
Ne ho la conferma durante la presentazione di “Mangiacuore” [Fernandel, Ravenna, 2008], alla libreria triestina In der Tat. Questa giovane sa scrivere, ma sa anche parlare. Gusta – come diceva di fare Fosco Maraini – il suono delle parole, ci giocherella in bocca come fossero caramelle. Poi “sputa” la più adatta, sceglie la più pregnante con invidiabile facilità, perché per lei, che tanto a fondo le conosce, non c'è possibilità di confusione: una sola denotazione attraverso un solo segno – per usare i termini di Frege, che pur rifiutava questa corrispondenza biunivoca – per suscitare rappresentazioni quanto più possibile simili al referente.
All'inizio della presentazione, Chiara Casarella, che introduce la scrittrice, spiega l'amicizia che le accomuna parlando della “settimana metafisica”, come Francesca la chiamerà anni dopo in un racconto, l'esperienza in bilico tra la vacanza in libertà e una sorta di ritiro spirituale pagano nella letteratura che hanno condiviso nell'adolescenza. Curioso modo di passare le vacanze, per due sedicenni.
Lorenza Pravato (LP): Quando hai cominciato a scrivere? Se già al liceo hai fatto la settimana metafisica vuol dire che “la covavi da un po'”...
Francesca Bonafini (FB): Sì, la covavo da un po', anche se ho soprattutto letto, per buona parte della mia vita. Ho sempre amato scrivere, ma ho iniziato tardi a comporre racconti, intorno ai ventitré, ventiquattro anni; prima erano cose ancora non ben definite: non c'era una storia. E poi avevo un gruppo, suonavo e scrivevo soprattutto canzoni. A un certo punto ho iniziato a pensare di creare una struttura, di scrivere delle storie, raccontare delle storie. Ma i racconti veri e propri sono arrivati relativamente tardi.
LP: ...perché tu da piccola volevi fare la...?
FB: (indugia, nda) Non lo so. Proprio non lo so. Forse volevo fare questo perché di fatto ho sempre scritto storie, sebbene fossero cose anche molto acerbe e immature. A scrivere storie pensandole come racconti ho iniziato tardi, è vero, ma in senso lato l'ho sempre fatto, perciò non saprei dirti cosa volessi fare da piccola. Forse era questo perché non so fare altro!
LP: E come scrivi? Hai un metodo preciso, sapresti indicare un percorso?
FB: Per me è molto importante l'aspetto fonico della scrittura: si scrive con l'orecchio. Allora il mio diventa quasi un “ruminare” fonico, è una scrittura che deve avere un ritmo, che deve avere un suono, prima di tutto. Come si dice questo della poesia, cioè che è suono prima di essere altro, perché la parola è suono prima di essere significato, così per me vale anche per la narrativa. Poi c'è la voglia di guardare il mondo senza lasciarlo passare come fosse acqua che scorre addosso. Secondo me, la scrittura, come la parola, possiede questa forza, questa capacità di penetrazione e di riflessione rispetto alle cose del mondo, che ci circondano. Diventa quindi un modo per guardare le cose.
LP: Oltre alla letteratura, scritta e fruita, cosa è importante per te? La musica? E qualche altra passione?
FB: La musica sicuramente è una mia passione, lo è sempre stata, come accennavo ho un passato musicale – e per fortuna è passato perché non era poi questo gran che! -, ma la lettura penso che sia la cosa che mi assorbe di più. Io sono soprattutto una lettrice, leggo molto più di quanto scrivo, non sono un'autrice prolifica. Non sono come Morozzi (ride, nda)! Beato lui: scrive, legge moltissimo, fa un sacco di cose... io soprattutto leggo e poi, ogni tanto, scrivo.
LP: E che cosa leggi? Hai degli autori preferiti, degli scrittori di riferimento? Sicuramente li avrai...
FB: Eccome, ce ne sono tantissimi. (È titubante, nda) Di italiani ti posso dire Tondelli, Gianni Celati; poi ho dei libri che amo molto, sono anche questi tanti: ti direi La morte di Ivan Il'ič di Tolstoj, Casa di Bambola di Ibsen, Dostojevskij - i Russi fondamentalmente - Oblomov di Gončarov... ce ne sono veramente moltissimi.Ti elencoi libri piuttosto che gli autori (e quasi si contraddice subito, presa dall'argomento com'è, nda): Primo Levi è, ad esempio, un autore che amo molto; I sommersi e i salvati è un altro dei miei libri culto.
LP: Ora la domanda di rito: progetti per il futuro?
FB: Continuo a scrivere racconti che escono in varie antologie e c'è un romanzo in lavorazione. In verità sarebbero due, ma è bene portare avanti prima l'uno e poi l'altro, se no faccio confusione. (Non come Morozzi - nda) Quindi ora il progetto è portare a termine questo romanzo.
LP: Qual è il libro che avresti voluto scrivere? O qual è il tuo libro preferito se ce n'è uno che emerge sugli altri.
FB: La morte di IvanIl'ič.
LP: E qual è la tua parola preferita? Guarda che è una domanda-trabocchetto.
FB: (si illumina, nda) Ebbene, è difficile scegliere “la mia parola preferita”: ce ne sono tante. Però io sono presente nel Dizionario affettivo della lingua italiana (uscito per Fandango, a cura di Matteo B. Bianchi) con la parola che, appunto, ho scelto, ed è Zaino.
Mi sono detta: “Quante parole ci sono che mi piacciono? Tutte!”. Poi ho pensato che c'è una cosa che amo molto fare, ed è viaggiare. Sono sempre in giro con uno zaino in spalla, che pesa un casino a causa di tutti i libri che ci infilo. Ho pensato quindi che potesse essere la mia scelta, perché dentro a zaino riuscivo a mettere tutte le parole possibili e immaginabili, quelle dei libri che mi porto dietro.
14 ottobre 2009
Carina Spurio
Nella tradizione romantica l’amore viene considerato come una malattia. Nel libro “Eros e Pathos”, con l’attinente sottotitolo “margini dell’amore e della sofferenza”, Aldo Carotenuto, così scrive: “Quanti più destini di normalità ho potuto indagare tanto più odio e modelli di rapporto sadomasochistico ho potuto riscontare: per cui sono giunto alla seguente regola generale:un rapporto amoroso si regge su una necessità patologica di ciascuno dei partner, e ogni amante rappresenta la malattia dell’altro.” <<A saperlo, ci si può anche regolare! Risponde Francesca Bonafini all’inizio del suo libro. E invece no. Eros stabilisce nuove connessioni tanto che Alfredo circola impunito a far danni irreparabili, con l’aggravante di portarsi addosso una bocca che non si sa mica chi possa averla inventata così bella e piena di carne che non te la togli e ti si presenta durante il sonno notturno. [….] […] Ma come se non bastasse, il farabutto ha perfino l’arditezza di guardare con uno sguardo grigioverde che esorta inequivocabilmente al banchetto carnale, nonché la sfrontatezza di attivare gli organi della fonazione emettendo suoni splendidamente baritonali e ipnotici al fine di alterare la funzione percettiva degli astanti. Inoltre, egli non si cura affatto di celare pudicamente l’angelica capigliatura nera e maledetta come l’inferno. […][…]Ecco dunque scientificamente spiegato il motivo per cui, mi ritrovo, mio malgrado, a salire su un treno in preda alla più tremenda delle astinenze (vampate di caldo alternate e brividi di freddo, lacrimazioni, crampi) con il solo scopo di raggiungere Alfredo nella sua città>>. Siamo dentro le pagine di Mangiacuore il primo libro di Francesca Bonafini che ripercorre in letteratura gli aspetti beffardi del colpo di fulmine con un’intensità nuda che denuda e con gli occhi fissi sul dettaglio; ossessione della fantasia concentrata su una sola immagine. Dentro il libro Alfredo, tossico romano e una studentessa di Bologna. Alfredo vive tra comunità e fughe, lei “la ragazza del nord”, di idealismo. L’incontro tra i due ragazzi avviene a Milano in una comunità di recupero, lei volontaria, lui ricoverato. S’intrecciano due solitudini, due monologhi, due vite. “La ragazza del nord” termina il volontariato, Alfredo ritorna nella sua città. Iniziano una relazione a distanza. Le fasi della storia si alternano nei capitoli quanto i protagonisti si appoggiano l’uno all’altro, immersi nel caos tra insicurezze e paure per esorcizzare la resa dei conti e la sostanza con la quale annullarsi. Iniziano i viaggi di lei e il vortice dell’autodistruzione che dilatandosi a dismisura li inghiottirà fino ad edificare l’inferno interiore in nome del libero arbitrio. Dagli atti dei deviati nascono identità minori che come forme pensiero perverse infestano l’armonia. “La ragazza del nord” si chiede quale sia il senso della vita nel durante e troppo tardi comprende di essere stata sedotta dall’immagine stessa di cui è portatrice, alla quale ha dato inconsciamente vita. <<Alfredo è una torre da cui mi proteggo. L’Alfredo che cerco, forse non esiste. E’ una costruzione mia. Una presunzione, un’irrealtà. Alfredo è una torre in cui mi proteggo da me stessa>>.Come in un miraggio, l’autrice diventa consapevole di essere l’artefice principale della sua esperienza. La fascinazione subita, in realtà, non è stata opera dell’altro ma un’illusione costruita dalla sua fantasia. Fatale per lei perdersi nella personale proiezione psichica che nonostante le illusioni e le delusioni, ha continuato ad attivarsi rimandando significati nascosti impazienti di svelarsi. Alfredo non esiste, ma possiede una parte di sé e Francesca nell’epilogo conclude: <<Oggi che non credo più alle parole, mi ricordo di quelle di Alfredo. E mi sembrano le più vere, le uniche parole a cui credere. Mi rigiro nel letto e mi riconosco lì. Alfredo sono io>>.![]() |
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