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IL LIBRO CHE MI È RIMASTO IN MENTE di Buschi Alessandra

Categoria:   Top  Collana Fernandel
 


Pagine : 128
Prezzo : 10.33 €
ISBN : 88-87433-16-X
ANNO : 01-05-2000


Qual è il libro che rimane in mente alla protagonista di questa storia? Quello che avrebbe voluto scrivere ma che, gravata da mille faccende quotidiane, non trova mai il tempo di scrivere, oppure quello che avrebbe sempre voluto leggere? E di questo libro mai scritto, chi potrebbe sapere ciò che sarebbe invenzione della scrittura e ciò che invece sarebbe semplicemente descrizione della realtà? Soltanto Sandro, forse, il suo compagno... Che però in questo momento probabilmente la sta tradendo.
Il romanzo della Buschi si svolge nell'arco di un'unica giornata: ventiquattr'ore tra i pensieri, gli impegni famigliari, i ricordi e gli interrogativi che la protagonista, una donna ormai alle soglie dei quarant'anni, si pone vivendo.


Come inizia

Come si fa a usare un water quando sulla parete dove è appoggiato il suddetto water sta camminando (per l'ingiù) un grosso ragno?
Non c'è altro da fare che mettersi seduti di lato e farla tenendo d'occhio le mosse dell'insetto, dell'aracnide insomma, o quel che è. Che però adesso ha cambiato direzione: non si muove più verso il basso, ma ha preso a salire, chissà per dove andare, chissà se ce l'ha una meta, chissà perché ha pensato che fosse meglio risalire la parete. E poi: "ha pensato": davvero il ragno ha pensato? Nel senso: i ragni pensano? Ché allora se pensano, vuol dire che il ragno in questione ha capacità di decidere: se proseguire la sua esplorazione verso il basso oppure cambiare strada.
Insomma: se questo è il caso, allora si potrebbe dire che i ragni hanno delle idee, e questo mi sconvolge. Perché spesso io i ragni li schiaccio, non dico come niente fosse, cioè a sangue freddo, ma insomma li schiaccio, o fra la parete e un pezzo di scottex (per non lasciare segni sul muro) oppure fra la suola della scarpa e il pavimento (tanto dopo spazzo). Ché insomma, il risultato è sempre lo stesso: come niente fosse o come se fosse qualcosa, il mio pensiero non serve a nulla, visto che alla fine, mi dispiaccia o meno farlo, il ragno lo ammazzo comunque.
E io ci ho pensato cosa vuol dire vedersi arrivare un piede enorme sulla testa e sentirsela spappolare, la testa: non che non ci abbia pensato. Dev'essere terribile, nel senso di puro terrore. Ché poi, se la morte arriva veloce come una scarpa che ti schiaccia, allora forse questo terrore neppure lo senti, cioè trapassi improvvisamente, senza rendertene conto. Ma vallo a sapere.
Insomma io ci ragiono su queste cose: non sono crudele perché mi piace fare la crudele. Anche con le formiche, voglio dire, mi succede, che le ritrovi la mattina nell'acquaio tutte ammucchiate dentro una tazzina da caffè. E loro lì, alcune mezze morte rimaste appiccicate allo zucchero semi-sciolto che è sul fondo della tazzina, e altre che scorrazzano avanti e indietro trasportando granelli trasparenti di zucchero nei loro nascondigli.
Oppure con le chiocciole: non sono più così buona con le chiocciole come lo ero una volta. A volte le schiaccio sotto le scarpe (sempreché la terra non sia troppo soffice, ché sennò le chiocciole affondano nel terreno e non si fanno niente: magari fanno un po' di fatica, ma credo che riescano comunque a tirarsi fuori dal buco che ha impresso il loro guscio nel terreno sotto la pressione della mia scarpa), oppure le getto nel fosso, lontano, faccio far loro un volo, ché così mi sembra di essermene liberata senza esser stata troppo cattiva, anche se poi lo so che loro ce la faranno a risalirlo, il fosso, e magari percorreranno a ritroso la strada che io ho fatto far loro per aria e torneranno a mangiarmi le foglie dell'insalata o i fiori del giardino, ma perlomeno così mi sento meno cattiva.
Una volta non ero così cattiva con le chiocciole, anzi le amavo e le raccoglievo e le portavo a casa, e le tenevo dentro barattoli appositi per mesi e mesi, meglio se nei barattoli del miele, di quelli con il tappo di plastica, ché è più facile farci su i buchi con la punta delle forbici per far passare l'aria, e davo loro insalata da mangiare bella fresca ogni mattina e le osservavo attraverso il vetro del barattolo. Ci passavo le ore, a guardare le chiocciole, una me la sono portata dietro per anni, sul serio, addirittura da una regione all'altra, e negli anni era pure cresciuta, molto grande era diventata, ma poi, non so com'è, un giorno è riuscita a fuggire dal barattolo e non sono più riuscita a trovarla (ricordo la cercai dappertutto ma non ci fu verso. Non può farne molta di strada una lumaca, mi dicevo, La troverò. Invece non la trovai più).
Però questo appartiene a quando ero ragazzina, cioè a quando non avevo piante che le chiocciole potessero danneggiare, e anche se di piante ne avessi avute, io credo che a quel tempo alle chiocciole non avrei riservato per nessuna ragione un trattamento così crudele, ma anzi sarei stata contenta di trovarmela lì, una sul balcone, e subito l'avrei messa nel barattolo con le altre compagne perché facessero amicizia, anche se con il tempo avevo scoperto che non sempre le chiocciole fanno amicizia, ché infatti io l'ho vista la mia chiocciola grande (quella che mi sono portata dietro per due regioni) mangiarsi chiocciole più piccole, o almeno a me così era sembrato, che so, magari era un rituale d'amore tra chiocciole, ma a me pareva che se le volesse mangiare, quelle più piccole (allora ero ancora troppo ingenua per riuscire a distinguere bene le cose: non capivo certe differenze). E insomma io non l'avrei mai e poi mai fatto, di ammazzare una chiocciola come faccio adesso che sono adulta, e questo mi dà da pensare. Che cosa vuol dire? che adesso che sono adulta riesco ad ammazzare mentre quando ero piccola non lo sapevo fare? E perché adesso lo faccio? perché sono adulta? Ché: quando uno diventa adulto impara ad ammazzare come niente fosse? Ci si scorda forse che cosa vuol dire ammazzare?
No: è perché ho due figlie. È questo il motivo.


© Fernandel 2000


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