La rivista Fernandel
Virna Paolini, Analista amore mio




Q
uando Giulia venne lasciata dal suo compagno (anni di convivenza quattro, età di lei ventisette, età di lui trentuno), la sua amica Elena la convinse ad andare dal suo analista: «Non che sia bene che due persone che si conoscono vadano dallo stesso terapeuta, ma se non facciamo così tu non ci vai. Vorrà dire che eviteremo accuratamente l'argomento».
Virna Paolini
«Nel bisogno di entrare in analisi c'è sempre l'esigenza di vivere la propria vita senza troppo pensare. Nessuno meglio dell'Altro può aiutarci a trovare coraggio. E soltanto la fiducia in noi stessi e nel compagno che il destino ci affida in quel momento (anche solo per un istante), può permetterci di superare i blocchi e le paure che ci impediscono di liberare i nostri sogni».
La prima seduta era fissata per un mercoledì alle quattro. Pioveva. Giulia prese ugualmente la bicicletta e uno di quegli impermeabili trasparenti che riparano sia te che la bici. Dello stesso materiale usato da alcune marche di passeggino per riparare i bambini.
Appena seduta nell'apposito lettino (era imbottito e in pelle, come si aspettava), chiese all'analista se poteva sdraiarsi.
«Certo. Il letto è lì apposta". La voce veniva dalle sue spalle, dal lato destro. Giulia realizzò di non aver fatto caso al suo viso. Una scrivania li divideva. Le tende erano aperte e davano su un cortile.
«Quello stronzo mi ha mollato, che gran figlio di puttana, che gran figlio di mignotta».
Nessuno fiatò.
«Quel pezzo di merda, quel debosciato, quella checca...»
Giulia si voltò.
«Ehi! Ma mi sta ascoltando?»
Vide un uomo sulla quarantina, i capelli tirati indietro, non tanti, chiari, e gli occhiali.
«È ovvio. Sto scrivendo».
Giulia notò che teneva in mano un taccuino.
«Veramente?»
«Sì».
«Allora cancelli».
«Perché?»
«Perché ho detto delle parolacce»
«Lei ha detto solo parolacce».
«Senta», disse sedendosi sul lettino, «se volevo frequentare un corso di buone maniere non sarei venuta qui».
I due si fissarono. Lui si chiamava Antonio Sfera. Rimase impassibile col taccuino in mano, la matita ferma.
«Quel porco, quel debosciato...»
Antonio riprese a scrivere.
«Ah, ma allora è un vizio!»
Si fissarono di nuovo. Giulia aveva capelli rossi, alle spalle, quel giorno gonfi per l'umidità. Si tolse il fermaglio che aveva sulla nuca e se lo risistemò.
«Senta, facciamo così. No, no, stia fermo. Non è una cosa da scrivere, anzi scriva pure: Giulia Rossi, via dei Platani numero diciotto, seconda scala a destra».
«L'aspetto stasera a cena».
I due si fissarono ancora, Giulia con le mani sotto le cosce.
«Lei avrà voglia di scherzare.»
«Lo so, lo so. La conosco la storia. A questo punto io dovrei già essere innamorata pazza di lei. Si tranquillizzi. Non lo sono. Sono semplicemente sola, questa sera. Di solito viene la mia amica, Elena Franceschi».
«Lei non può parlarmi degli altri miei pazienti...»
«…Ma stasera ha un appuntamento».
Ancora si fissarono. Dai vetri si vedeva che non pioveva più. Giulia si girò verso la finestra.
«Non insista», disse l'analista. «Lo sa che non posso».
«Allora facciamo così». Giulia prese la borsa, pagò la seduta e quella successiva già prenotata. «Da questo momento io non sono più la sua paziente. Non tornerò più. In compenso lei verrà stasera a cena a casa mia alle otto».
I soldi erano posati sulla scrivania.
«Non li voglio», disse Sfera facendoli in là.
Si tolse gli occhiali e si stropicciò gli occhi con la mano tesa.
Giulia riprese i soldi, li mise nella borsa e se ne andò.

La sera alle otto suonò il campanello.
Era Antonio Sfera, indossava un impermeabile di quelli trasparenti dello stesso materiale che alcune marche di passeggino usano come riparo per i bambini.
«Ha ripreso a piovere», fu il commento di Giulia.
Antonio fece sì con la testa.
«Venga, venga. Si tolga quella roba. Si sieda, si metta comodo. Intanto io preparo la cena».
In verità la cena era già pronta.
«Per fortuna avevo giusto un pollo da scaldare! E anche delle patate!», gridò dalla cucina.
Antonio, seduto sul divano, si guardò le belle scarpe di cuoio sulla la moquette, appoggiò i gomiti ai ginocchi e intrecciò le dita.
«Che cosa?»
«Le ho chiesto se le vanno insalata e finocchio».
«Oh, sì, certo, grazie».
«Con l'aceto?», chiese Giulia riaffacciandosi alla porta della cucina.
«Senza aceto», sorrise.

«Pronto?»
«Oh ciao Elena».
Giulia era andata a rispondere con il guantone e la pirofila del pollo in mano. Fece un cenno ad Antonio di prenderla.
Bruciava.
«Uh!!!».
«Ah, ma hai qualcuno in casa».
«Magari! È la televisione».
Antonio lasciò andare la pirofila sulla tavola.
«Eppure sento dei rumori»
«Il cane».
«Allora com'è andata la seduta?»
«Avevamo detto di non parlarne. Comunque è andata benissimo. Bravo analista».
«Dalla prima volta, capirai, Giulia, non c'è da aspettarsi molto».
«Infatti, infatti», fece segno ad Antonio di spostare la pirofila sopra il centrotavola. Lui prese i due tovaglioli e li usò come presine.
«E tu, non dovevi andare a quella festa...»
«Non ci vado. Vengo da te».
«Elena. Io non so come faccio ad aveva un'amica generosa come te. Ma non importa. Per questa sera me la cavo. Vai, vai alla festa».
«Come vuoi».
«Ti voglio bene», disse piano. «Sul serio».

Cominciarono a mangiare. Antonio aveva tolto la giacca. Era in camicia. Da dove era seduto si vedeva una vetrata.
«È la mia serra», disse Giulia senza voltarsi.
In verità si trattava di un semplice terrazzo con le pareti in vetro. Il suo scopo era quello di permettere a chi abitava nella casa di vedere il panorama della città.
«Si vede la città, sa».
Giulia spiegò che fuori le piante si intrecciavano a mo' di capanna: un glicine e un'edera.
«La sua amica è andata a una festa?»
«Sì».
Antonio prese una coscia di pollo. «Io non posso parlare di queste cose...».
«Allora gliene parlo io, visto che è stato lei ad andare nell'argomento. L'agorafobia non esiste. Un giorno è salita sul tetto per recuperare il gatto».
«Nei momenti di necessità certi disturbi possono passare».
«Ma non all'ottavo piano. E per un gatto».
Antonio masticava educatamente. Aveva spalle virili.
Si fissarono a lungo. Giulia indossava una maglietta a collo alto con le maniche corte e un paio di pantaloni a vita alta, a quadretti, corti sulla caviglia. Le scarpe col tacco.
«E poi, ragioni: se avesse l'agorafobia come farebbe a venire da lei?»
Ci fu un momento di silenzio.
«Ce l'ha anche lei quel coso, quell'impermeabile che copre tutta la persona, valigia e bicicletta compresi».
«Sì».
«Gliel'ha preso sua moglie?»
«Come fa a sapere che ho una moglie? Comunque no, non me l'ha preso lei».
«E figli?»
«Nessuno».
«Lei ama sua moglie?»
«Sì».
Antonio abbassò lo sguardo.
«Io faccio la commessa in un negozio di abbigliamento sia maschile che femminile». Si alzò e andò in un cassetto a prendere il metro.
«Che cosa fa?»
«Le prendo le misure. Spalle... schiena... torace...»
«Mi devo alzare?»
«Non importa, si faccia solo un po' più avanti sulla sedia. Alzi le braccia, così. Adesso la manica, pieghi pure il gomito, bene. Adesso il collo. Mi scusi, ho finito. Continui pure a mangiare».
Giulia andò a scrivere su una lavagnetta a muro, poi tornò a sedersi.
«E il suo colore preferito?»
«Celeste».
Continuarono a mangiare. Il vino era buono, almeno così Antonio disse, perché Giulia non beveva.
Alla fine della cena si fissarono ancora.
«Che coincidenza. Nel frigo ho proprio due fette di dolce». Giulia si alzò e tornò con due fettine.
Mangiarono anche quelle.
Si fissarono ancora.
«Adesso devo andare», disse Antonio. E se ne andò.

Alle otto esatte, una settimana più tardi, dopo suonò il campanello. Era Antonio Sfera. Non aveva l'impermeabile.
«Non piove?», fu la domanda di Giulia.
Antonio fece di no con la testa.
«Venga avanti, si accomodi, non stia lì sulla porta».
Giulia andò di là e tornò con un maglioncino azzurro piegato in un sacchetto di cellophan.
«Se lo provi».
Poi andò in cucina.
«Anche questa sera è fortunato!», disse. «Proprio stamattina ho preso la pasta di pane già lievitata. E ho per caso dei capperi, delle acciughe, dei funghi e del prosciutto. Come la preferisce la pizza?»
«Alla romana», disse Antonio seduto sul divano.
«Romana è con capperi e acciughe? ...le sta bene il maglione». Giulia era affacciata alla porta della cucina.
Lui si guardò i gomiti che aveva appoggiati ai ginocchi.
«Ci vuole anche la mozzarella?»
«No». Sorrise.

«Ma lo sa che proprio non me l'aspettavo? Mai e poi mai credevo che avrebbe accettato il mio invito anche questa volta. E poi un invito fatto così, sulla soglia, mentre già lei scendeva le scale... Ma mi sente?» Si affacciò in salotto.
Antonio era in piedi, con le mani in tasca, e guardava dalla vetrata del terrazzo.
«Certo, certo che la sento. Guardavo qui, queste foto. Le piace il cinema?».
«Ha tolto il maglione...»
«Sì. Fa un po' caldo. Siamo a maggio. Lo rimetterò sicuramente a settembre».
«E cosa dirà a sua moglie quando lo vedrà?»
«Che ho avuto un attacco di freddo e che sono andato a comprarlo».
Giulia aveva le mani impastate.
«Ottima idea». E rientrò in cucina.

Quando tornò, Antonio era già seduto. Le mani di Giulia perfettamente pulite. Indossava gli stessi pantaloni dell'altra volta, a quadretti, con la vita alta, corti sulle caviglie, le scarpe col tacco. Portava il piano rovente della pizza con due presine.
«Lasci, lasci. Faccio da sola. Ho già messo il tripiede salvatavola».
Il tripiede fu sormontato dal ripiano della pizza.
«Ah, ma ci sono anche le olive!»
«Sì. Ma solo nella mia metà. Però, se le fanno voglia, può prenderne una fetta da me. E io una fetta da lei».
«Questi sono i patti?»
«Sì», disse sistemando il tovagliolo sulle ginocchia. «Tagli pure».
Mangiarono. Lui di tanto in tanto la fissava.
Giulia aveva il boccone. Mandò giù.
«Mi dica, Antonio», disse portando le mani ai lati del viso e direzionandole a lui. Antonio notò che le dita erano lunghe. «Mi dica. Qual è stato il dolore più grande della sua vita? Le giuro che non farò commenti».
Antonio non cambiò espressione.
«Quando è morto mio padre».
«No. Non è questo», disse Giulia. «Questo è stato un dolore. Non è esattamente quello che intendo io. Io intendo quella cosa che la rode e le brucia dentro. Che va su e giù per l'esofago ogni giorno e solo ogni tanto le lascia un po' di tregua».
«Non aver mai tradito mia moglie».
«E perché dovrebbe tradirla?»
«Perché lei ha tradito me».
Silenzio.
«Non dice niente?»
«Erano i patti».

«Mi ha chiesto prima se sono appassionata di cinema», disse Giulia. «Lo sono. Recito in una filodrammatica chiamata B.U.I.O. (non viene mai nessuno a vederci) e faccio le prove in una cantina. Delle volte mi presento ad alcuni provini per il cinema. Due volte mi hanno presa. Ero una comparsa».
Antonio sembrava interessato. Giulia era bella.
«C'è un momento, quando sono sul palco, in cui so che sto lavorando per quella sola persona lassù, nascosta nel buio, e per un momento sono felice».
«Il giorno dopo torna a vendere maglioni...»
«È così. E qualcuno mi riconosce. Non per il teatro. Né per il cinema. Sono i miei vicini e conoscenti che mi salutano dalla vetrina. Anche in quel momento sono felice».
Andarono sul terrazzo. La sera era tiepida e non c'era bisogno di coprirsi le spalle. Giulia si girò a guardare le case e le cupole illuminate e Antonio le fu dietro, così vicino che Giulia dovette voltarsi.
Aveva tolto gli occhiali e mise le mani esattamente come le aveva messe lei prima, solo che lui gliele appoggiò sul viso.
«Mi dica, Giulia» le chiese con dolcezza. «Qual è stato il dolore più grande della sua vita? Le giuro che non farò commenti».
«Quando il mio compagno mi ha lasciata».
«No, non è questo», disse. «Questo è stato un dolore. Non è esattamente quello che intendo io. Io dico quella cosa che la rode e le brucia dentro, che va su e giù per l'esofago ogni giorno e solo ogni tanto le lascia un po' di tregua».
«Che non sono mai diventata un'attrice».
Silenzio.
«Che cosa fa? Non dice niente?»
«Erano i patti».
Giulia in quel momento seppe che, anche se lui non l'aveva ancora baciata, forse c'era ancora una speranza.
Tolse con delicatezza le sue mani dal viso e con passo cauto, appena dondolante, andò in salotto, chiuse a chiave la porta d'uscita e si mise la chiave in tasca. Poi vi si appoggiò contro, le mani dietro la schiena.
«Venga venga», gli disse prima che potesse parlare. «Il suo problema lo risolviamo stasera. Per il mio c'è ancora tanto tempo...» ♦

© 2007 Virna Paolini