La rivista Fernandel
Elisa Ruotolo, La spiaggia

«...quando la neve si scioglie,
il bianco dove va a finire?»
W. Shakespeare



O
rmai gli autobus non mi piacciono più. Mi fanno venire in mente solo strani pensieri. Li guardo appena quei dieci passeggeri stentati che cercano ogni volta il posto più lontano, anche da me, e li vedo in piedi, nudi davanti alla specchiera un istante prima di vestirsi.
Lo facevamo da ragazze quel gioco lì, Giovanna ed io: immaginare da dove partivano. Alle volte si pettinavano prima d'infilare la testa nel buco circolare delle maglie, e c'era chi per stendersi i calzini fin sotto le ginocchia si stropicciava i pantaloni verso il basso.
Me le ricordo ancora le risate di Giovanna.
Elisa Ruotolo
«La prima volta che mi spiegarono il terremoto mi presero per una spalla perché guardassi coi miei occhi: fecero segno a uno spacco nella parete di fianco al letto in cui da giorni non dormivo e mi dissero d’infilarci un dito per capire il pericolo da cui eravamo scampati. Lo dissero a me, perché stavamo pur sempre in camera mia, ma anche perché avevo cinque anni allora e le dita più piccole di tutti: l’indice sarebbe entrato fino alla radice dando ragione del rischio. Dicevano anche che dovevamo stare allegri e tranquilli che sarebbe tornato tutto uguale a prima (erano parole di chi doveva ripararci la casa). Non fosse stato per loro, per quello zelo di cucirci addosso un destino da miracolati, forse quella volta avrei spostato gli occhi altrove e in seguito avrei continuato a farlo. Invece m’è rimasto il vizio di notare le fenditure, gli spacchi, le crepe nella vita degli altri (e nella mia), e di infilarci le mani. La spiaggia prova infatti a raccontare una vita negata e un’infanzia che brucia in fretta nel giro breve d’una stagione. Racconta anche le inattese manipolazioni del tempo, che troppo spesso sa confondere dolore, nostalgia, paura, desiderio».
Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (CE), dove vive. Ha esordito nell’antologia Quote rosa. Donne, politica e società nei racconti delle ragazze italiane ed è presente anche nell'antologia Fiocco rosa. Gravidanza e maternità nei racconti delle donne italiane. Per l'editore Nottetempo ha pubblicato i libri Ho rubato la pioggia (2010) e Ovunque proteggici (2014).
Allora aveva i denti suoi, quelli piccoli, che parevano quasi da latte, e faceva cose che secondo nostra madre non stavano bene per niente: sempre a tirare il dito contro qualcuno, sempre ad attaccare discorso sulla corriera. Allora, di una come me, Giovanna avrebbe detto che portavo ai piedi unghie troppo lunghe nelle scarpe basse di vernice nera, da ballerina invecchiata; che il buco nelle calze partiva sempre da lì, per diramarsi poi fin sulla coscia. Mi avrebbe certamente guardato la testa per capire che ci stavo le ore allo specchio, a scovarmi focolai di capelli stinti farmi le orge alle tempie e alla nuca. Che aspettavo spuntasse almeno un centimetro di ricrescita prima di decidermi a ridargli una mano di colore finto.
Mi avrebbe fermato, allora, Giovanna. Per dirmi qualcosa che adesso non ci farebbe ridere più. Abbasserei la testa senza guardare stringendo la presa contro la plastica del sedile spaccata dal sole, come non avessi sentito, capito. Com'è naturale e giusto che sia, a una certa età.
Adesso io non guardo più nessuno.
Solo un'occhiata all'autista mentre gli passo i soldi contati e aspetto il cartoncino bianco che lascio scivolare in una tasca qualunque. Mi viene sempre di piegare gli occhi sui piedi, farlo con tutti, perché ho paura della gente: dei loro movimenti bruschi e imprevisti, di quell'oscillare ubriaco lungo il corridoio stretto col pericolo che mi pesino addosso alla prossima curva. Da ragazza lo prendevo più volentieri, l'autobus: ci andavamo al mare di sabato, con le sacche da spiaggia rigonfie di merende e cianfrusaglie e conchiglie della settimana prima e fasce per capelli: perché li portavamo lunghi, io e Giovanna. Ricordo la sabbia: mi pizzicava sempre al ritorno, e l'elastico del costume rodeva tra le gambe, sotto le ascelle, al di là dei panni che bruciavano addosso come carta vetrata.

«Ci vado io da Sandro», ho detto a Giovanna stamattina ripensando improvvisamente al mare.
Lei mi ha risposto spalancando le mani per mostrarmele vuote: «E che, ti presenti così?».
Poi l'ho vista impastare con cocciutaggine nervosa un ammasso giallastro che odorava di burro e cannella, d'un'infanzia lontana secoli.
«Ti faccio almeno i biscotti», mi ha spiegato, e aveva il tono di volermi lontana e fuori da quella stanza.
Stavo per dirle di lasciar perdere, ché tanto a Sandro mica piacevano i biscotti. Ma poi ho pensato che le persone cambiano. Poteva essere successo anche a lui in tutto questo tempo. Mi sono seduta a guardare le mani infarinate di Giovanna: sembrava che impastasse di nuovo pugni di sabbia sulla riva per distrarsi da Sandro o per stupirlo. Quasi avesse trovato da qualche parte, in un punto della battigia, in una conchiglia più colorata delle altre, la ragione e la forza di perdonargli.

Me lo ricordo solo al mare, nostro cugino. Come non l'avessi mai visto altrove. Intorno a lui c'è sempre caldo, luce e caldo. Sensazione di alito sul collo. Anche adesso che è malato penso di trovarlo in spiaggia, col letto trascinato a riva ad aspettare il mare grosso, i capelli ancora biondi e la cicatrice sul mento che non gli si coloriva mai, e m'assicurava che anche quel corpo l'aveva conosciuto il dolore, ma alla sua maniera.
A pensarci ritrovo l'odore dei panini tiepidi, l'acqua che sapeva di plastica, i calcagni scottati dalla caldana del primo pomeriggio, le docce e i bagni che per arrivarci si correva lungo l'intavolato malfermo sui cumuli di sabbia non allineata. Non ricordo quando ma Giovanna a un certo punto aveva smesso di andarci e senza troppe spiegazioni mi diceva di farla in mare. «Che t'importa? Tanto mica lo sanno...e poi tu sei debole di reni, capirai!».
Ma la mamma non voleva. Si raccomandava che non sporcassimo, che non facessimo baccano e non tenessimo addosso il costume bagnato, che ubbidissimo a Sandro, e in acqua poi non dovevamo starci troppo: soprattutto io che poi d'inverno soffrivo di petto, e pure Giovanna, con tutte quelle lentiggini, non doveva starci tanto al sole.
Allora sentivo solo mia madre, le parole di Giovanna mi parevano una roba di prepotenza, faccende di sorelle grandi che ti comandano a bacchetta, e ai bagni continuavo a salirci. Sandro mi veniva dietro. Aveva sempre voglia di fumare e andava a procurarsi il solito pacchetto di contrabbando. L'intavolato era lo stesso. Sentivo gli zoccoli miei sul legno infarinato di sabbia, ma dei suoi passi m'arrivava come un tonfo. Portava sandali marroni, uguali a quelli dei monaci. Certe volte m'arrivava il tintinnio metallico d'una fibbia slacciata alla caviglia. Lo sentivo a pochi passi, col sole che m'incalzava aizzandomi contro la schiena il suo panno infuocato.
Io non mi voltavo.
Nemmeno quando la sua ombra mi raggiungeva fasciandomi il corpo come per ripararmi.
Non mi voltavo.
Camminavo più svelta, ma ai bagni mi cadeva sempre un panno nero sugli occhi ancora pieni di luce. Non riconoscevo lo spazio e rallentavo agli scalini per paura d'inciampare. Quella volta ci misi il doppio a scostarmi il sole dagli occhi, e a calarmi in fondo al cemento del seminterrato: gli bastò a comprarsi da fumare, a trovarmi.
«Guarda che ti ho preso», diceva senza sorridere. Mi mostrava un anello un po' storto, d'un verde pallido. Poteva essere di metallo leggero ma ripassato col colore e aveva una pietra chiara giusto al centro. «Ti piace?»
Poi dalla tasca dei pantaloni corti e attillati, tirava fuori un cioccolatino schiacciato, di quelli con la carta stagnola intorno che a lungo andare ci avrebbero rovinato i denti, a me e a Giovanna. Perché non dovevo andarci ai bagni?
L'anello mi stava largo, ma lui me l'aveva infilato comunque all'anulare, come si fa con le spose. Mi scartava la cioccolata. Mi diceva di mangiarla. Adesso. Era tenera di sole e in un attimo mi impastò le guance, il palato, m'annerì i denti. Il dolce violento bruciava alla gola, come la pelle e gli occhi, come i fianchi, dove lui ora ci mette le mani, sulla carne non abbronzata: perché lì nemmeno il sole deve arrivarci. Adesso ho caldo ma tremo, quasi che la parete sudicia, rigata di nomi e disegni osceni si sia fatta di ghiaccio. Non riesco a ingoiare. Guardo l'anello oltre la sua spalla e mi pare brutto, adesso. Vorrei levarmelo e invece stringo i pugni. Un fiotto di saliva nera mi cola giù per il mento, sul suo petto che è sudato, ha un respiro da corsa e sa del mare preso prima. Alle braccia la peluria sottile e biondiccia mi si è sollevata e se ne sta dritta sulla pelle d'oca. Lo vedo anche se qui non c'è un'anima di luce. Anche se queste finestre, in alto sui muri, sono quadrati di stracci grigi contro un sole di cenere. Adesso ho solo voglia di uscire, portare via i talloni dalla ceramica sporca del water, correre giù alla spiaggia. Gettarmi in acqua e immergermi, la testa e tutto. Raggomitolarmi sul fondo con le guance tra le ginocchia e aspettare che l'estate finisca per sempre. Che non torni più a bruciare. A bruciarmi. Invece cammino piano, le gambe come spalmate di resina. Non so più muovermi uguale a prima e non ricordo come facevo salendo, col sole alla schiena e le mani nude contro i fianchi liberi.
Ho solo sete.
Rivedo Giovanna nel punto dove ora sono io, col mio stesso passo, quello dei bambini che hanno bagnato il letto nella nottata e si svegliano col pigiama appiccicoso. Sandro è già sulla sdraio e forse guarda il mare attraverso quelle lenti tanto scure che gli occhi non gli si indovinano nemmeno. Ha il respiro regolare di chi riposa, e ne ha il diritto.
La ragazza che sta con lui mi sorride vedendomi tornare e guarda l'orologio in similoro.
«Tra poco c'è l'autobus», dice.
Ma io mi sdraio a pancia in giù sul telo lasciato libero da Giovanna, che continua a stare a riva e di tanto in tanto si china a raccattare una conchiglia. Con la mano scavo un buco, nemmeno tanto profondo, e dentro ci calo l'anello. Poi ricopro tutto e con le dita spiano la sabbia. Mi metto ad aspettare il clacson della corriera che sa dirmi quando è il momento, e appena arriva raggiungo mia sorella per dirle che bisogna andare.
«Andare?», mi domanda lei come se non capisse. «Andare dove?»
Forse ha trovato una conchiglia diversa dalle altre e s'avvia senza alzare gli occhi dalle mani unite: come ci insegnano al catechismo, come quando di sera acchiappa una falena. Come la stessi chiamando da troppo lontano e a quella distanza non avesse dovere di sentirmi.
«La prossima volta ti aiuto a cercare anch'io», le dico.
Mi risponde sollevando appena una spalla. Perché lo sa che non serve, e con le conchiglie è solo questione di fortuna.

Non ricordo quante volte ancora andammo al mare, ma per certo non capitava mai di domenica. La mattina c'era il rosario e poi la messa e io non me li perdevo perché quello era il posto più fresco. E perché ero convinta che fosse tutto troppo alto, grosso, troppo carico d'incenso e moccoli di cera finita perché potesse capitarmi di trovarci Dio. Ci passeggiavo vestita da chiesa ma con la testa povera di devozione. Facevo il giro delle navate a guardare da lontano mio padre seduto sull'ultima panca, e a tentare di scrollarmi di mente una vergogna che resisteva - come alle sue mani le croste spesse di calcina. Che se al mare ce lo domandava gente nuova, io e Giovanna dicevamo d'esser figlie all'avvocato giù in piazza, che di cognome facevamo come stava scritto sulla placca d'ottone lucido saldata al cancello elettrico. C'eravamo messe in testa di salvare il rispetto così, e quando lo seppe mio padre ci tolse parola e saluto per giorni. Ma sbagliava, allora come sempre, con la sua testa di manovale ottuso chiamato a giornata: sbagliava ogni domenica, a scegliere lo scanno di legno crepato e rosicato dai tarli: e sbagliava a darci perdono. Doveva drizzarci il sangue col cuoio nero della sua cinta da fatica.
Mi veniva da pensarci ogni volta che faceva domenica e mi fermavo a guardare le madonne sugli altarini. Le loro facce. Una assomigliava a Giovanna: lo stesso viso tondo, il collo sottile e gli occhi addolorati. Già allora lei non sorrideva più, era sempre amareggiata come nei pomeriggi di febbre e sull'autobus se ne stava dritta contro il sedile, a guardare fuori o a specchiarsi nel riflesso della lastra.
Quando poi cominciammo a fare la strada da sole, appena dopo il matrimonio di Sandro, litigavamo in continuazione perché il sole, la sabbia, il mare che avevamo cercato così a lungo, all'improvviso ci venivano addosso molestandoci.
Tornavamo a casa con la prima corriera, asciutte come ostie. I panini senza toccare ancora premuti nella carta alluminio.
«Guarda qua che disastro!», mi disse una mattina passandosi le dita sulla faccia. «Mi sa che al mare non ci torno più».
E pure se a me quelle lentiggini sono sempre piaciute non le ho mai detto niente. Tanto m'avrebbe risposto che tenevo i vermi e la lorda nel cervello - perché a quel tempo già non si trovavano più le parole e gli occhi giusti.
Di certo non m'avrebbe creduto.

Guardo fuori e non mi va d'arrivare. Stringo i biscotti pensando che non mi piacciono i vecchi e gli ammalati, e non ho voglia di passare per una pena che non conosco.
A quest'ora di sabato me ne vado sempre ai giardinetti, perché ho la scusante del medico famiglia. Ne ho uno pure se siamo solo io e Giovanna dentro casa. E quello mi dà sempre da camminare e da stare a dieta. Io però appena arrivo mi cerco una panchina pulita e sono capace di starci le ore, a guardare quelle che hanno il sacrosanto diritto di chiamarsi famiglie. A sentire le risate dei bambini sull'altalena di fune. A tremare per le spinte forti dei padri nelle schiene dei figli: mi fanno pensare tutte le volte che l'amore è una cosa violenta. Allora dico no alla vicina, se si tratta di portarle la figlia a svagarsi. Cerco tante scuse di salute e me ne sto ricoverata dietro la porta finché non se ne vanno. Le faccio dire da Giovanna quello che sarebbe pure nel mio diritto avere addosso, alla mia età. Perché sento che mi è passata da tempo quella da dare ai bambini, e devo fare ordine. Mi confondo troppo spesso che non sono miei e la sera è un castigo ridarli alle madri per la cena. Deve essere una cosa che succede nella testa dei vecchi, come la mania di vestirsi di chiaro e colorato per sentire meno il caldo, e poi accollarsi la gola come imbecilli.

È la prossima ormai, la fermata di Sandro. La riconosco dopo tutti questi anni, ma rimango incollata al sedile. Non c'è gente alla porta retrattile e l'autobus fila dritto senza nemmeno rallentare. Apro il pacchetto di biscotti e tiro fuori quello più lungo e storto. Mangio piano tenendo gli occhi fissi contro un asfalto che conosco: sto tornando al mare di sabato.
Dietro di me s'è seduto un uomo d'età. Credo stia leggendo il giornale, lo capisco dal rumore delle carte. Potrei domandargli di accompagnarmi, Non le piace il mare? Posso offrirle un biscotto? Li ho fatti io. Con le mie mani. Proprio non ne vuole?... Adesso mi giro e glielo chiedo, se ci viene al mare con me. Ma aspetto per troppe fermate e quando decido il sedile è già vuoto. Capisco che non m'importa tanto, e ci vado lo stesso al mare. Arrivo fin lì, dove so io, e mi riprendo l'anello. Magari gli do giusto un'occhiata e poi l'insabbio di nuovo, ma più in basso e per sempre - se mi riesce. Sono sola, sono libera. Potrei anche rimanerci al mare.
Potrei non tornare più.
Ecco, adesso svoltiamo e dietro la curva trovo il mare...

...Invece l'autobus rallenta di poco come volesse fermarsi, fa il girotondo alla fontana della piazza principale, urta coi vetri contro i rami degli ulivi malati e comincia a rimangiarsi il percorso. «Non lo sapeva?», mi fa l'autista appena gli domando. «Questa corriera sono anni che non ci arriva più al lido!»
E mi parla forte come si deve coi vecchi, che le cose bisogna sempre dirle doppie. Mi sono scusata, non so bene il motivo, mi pareva una cosa che dovevo fare. Poi ho poggiato la fronte contro il finestrino e all'improvviso ho preso sonno. Mi capita spesso, sempre più spesso. Ormai non faccio che appisolarmi nei posti più impensati meno che a casa. È stato l'autista a svegliarmi con un colpo di freni.
«Ma non è qui che deve scendere, signora?»
Sì, in effetti potrebbe essere questo il posto. Mi alzo più in fretta che riesco, ma sempre troppo piano per lui che aspetta col motore acceso, la freccia impazzita di luce e sta in un tempo che potrebbe farmi da figlio. Passo sopra la frustata pesante di quella voce piena che mi ha svegliato con l'alzata peggiore di tutta la mia vita. Lo faccio perché mi pare comunque più grossa la fortuna d'averlo avvisato, d'essermi fermata in tempo: in mezzo a tanto nero, pure a starci sveglia, giuro che neanche l'avrei riconosciuta, casa mia.
Guardo dal basso il palazzo, distinguo le parabole sui balconi, i panni stesi lungo i fili di ferro, le luci nelle stanze di famiglia, e mi convinco fino in fondo.
Salgo piano e poi entro senza rumore, né voglia di chiamare. So che Giovanna è lì, da qualche parte in fondo al corridoio, in uno dei quadrati d'ombra ingoiati dalle pareti senz'aria. È lontana come quando andava per conchiglie. Ha già tirato le persiane per prepararsi da dormire e allora vado avanti a tentoni, schivando quello che ricordo.
Dalla cucina viene un rumore: il rubinetto del lavandino che da mesi gli servirebbero le mani d'un idraulico per finirla di gocciolare. A Giovanna non le fa niente e ci dorme sopra che è una bellezza. Ma per me è diverso, e non prendo sonno facile. Allora vado avanti senza dare luce anche se mi sembra di non conoscere più la strada né il rimedio. Mi muovo piano come fossi in casa d'altri, i biscotti unti e ormai freddi ancora premuti contro i seni.
So che a quest'ora, che il tempo s'è girato e c'è venuta la sera dentro casa, non può aiutarmi nessuno, nemmeno Giovanna. Perché non è come con le conchiglie, alla mia età non è più questione di fortuna, è che non ho scelta: e anche stasera devo farcela.

© 2008 Elisa Ruotolo