La rivista Fernandel
Barbara Ferretti, Ecce omo



N
on ricordo la prima volta in cui ho cominciato a guardare le persone negli occhi. L’unica cosa che ricordo è che frequentavo già l’università e adoravo i posti che Marc Augé definisce "nonluoghi", come le stazioni e gli aeroporti, o come i bagni pubblici, perché in quei luoghi tutti vanno di fretta e nessuno ti guarda dall’alto in basso, non si parla di politica o di religione, al massimo l’impiegato intabarrato nella sua mantella grigia ti chiede l’ora, e l’uomo con la faccia da vecchio zio che sta in fila dietro di te ti tocca il culo. Ma nessuno ti giudica o ti fa domande sulla tua vita.
Barbara Ferretti
Barbara Ferretti è nata a Ravenna, dove vive e lavora, il 17 agosto 1974. Ecce omo è il primo capitolo di un romanzo ancora inedito su una storia d'amore omosessuale che coinvolge due ventenni, Martino e Luca.
Non so cosa successe dopo, quando incominciai a guardare gli altri negli occhi, ma ricordo il giorno esatto in cui conobbi Luca Conti, ed ebbi la chiara, netta sensazione che la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Allora avevo all’incirca vent’anni, un fisico asciutto, un viso regolare, i capelli castani, e una voglia maledetta di riprendermi la mia vita. Come tutte le mattine, anche quel giorno imboccai il viottolo sotto casa mia, superai il muro con la scritta "Martino frocio", e poi mi diressi verso la stazione per prendere il treno che mi avrebbe portato a Bologna. Io ero al secondo anno di economia, una facoltà che avevo scelto un po’ per far piacere a mio padre, un po’ per far piacere a Melissa. Non so che coscienza avessi di me allora, di certo sapevo di non aver avuto una vita facile, e ogni volta che passavo vicino a un essere umano avevo il terrore che mi avrebbe afferrato e riempito di botte. Ho sempre pensato di avere la parola "frocio" scritta sulla fronte, mentre in realtà ce l’avevo scritta praticamente su tutto il corpo.
Quella mattina si laureava Melissa, e alla sua festa si presentarono tutti quelli del suo corso più io, che ero al secondo anno, e con la scusa che non conoscevo nessuno ero autorizzato a starmene in disparte a fare comunella con la bisnonna di Melissa e la bidella muta della facoltà. Verso mezzogiorno la mia amica mi chiamò a rapporto, mi baciò cospargendomi ovunque di rossetto e mi chiese di tenerle i fiori mentre ci spostavamo verso il ristorante. Provai un brivido come quando a sette anni avevo scambiato il mio vestito da cowboy con una mia compagna di scuola e avevo indossato il suo tutù da ballerina. Tutti mi guardavano e ridevano, ma non mi importava. Mi sentivo ubriaco e mi girava la testa dalla gioia. Era la storia della mia vita, con l’unica differenza che adesso m’importa un po’ più di allora e che quell’incoscienza, oggi, la rimpiango. A sette anni non capivo che era la quintessenza della felicità, lo capii tempo dopo, quando smisi di provare quello stato d’animo e mi resi conto che più è grande questa felicità, più è grande il dolore di perderla. Quando ero piccolo leggevo come un matto e passavo da autori indigesti come Adorno ad autori di libri quali Alice nel paese delle meraviglie. E così oggi posso affermare due cose, la prima è che nessuno di noi può dire di essere felice mentre si trova in una condizione di felicità, perché possiamo dire di essere stati felici solo quando ne siamo fuori. E la seconda cosa è che vive meglio chi non molesta i conigli bianchi che vanno di fretta e impara a farsi i cazzi suoi.
Tornando alla nostra festa di laurea, per tutto il tempo me ne stetti appoggiato al tavolo del buffet come se mi mancassero le forze nelle gambe. Ogni volta che qualcuno pronunciava la parola "ridicolo" provavo uno spasmo nervoso e mi voltavo dall’altra parte, sicuro che si stessero riferendo a me. Il mio passatempo preferito era ascoltare i discorsi degli altri: facevi vita mondana e al contempo non sudavi per la paura di aver assunto un’involontaria posa da checca. Peccato che quella mattina le cose ridicole si sprecassero: il professore era stato "ridicolo", Marco era tutto azzimato, e sembrava "ridicolo", Giovanni aveva esposto la tesi in un modo ridicolo, e Matteo, tutto vestito di pelle, era il più ridicolo di tutti. «Che cazzo» pensavo «ci manca solo Luca per fare il quartetto degli evangelisti!» E Luca non tardò ad arrivare e, mio Dio, Luca era tutto tranne che ridicolo.
Mentre me ne stavo a centellinare un cocktail odioso dal colore odioso, un colore verdastro, che pensai potesse essere detersivo annacquato, vidi arrivare verso di me un ragazzo che sorrideva, mi voltai per vedere se ci fosse qualcuno, ma vidi solo una ragazza con in bocca una sigaretta spenta e una donna di mezza età che si rifaceva il trucco. Lo guardai di nuovo, pensai che non avrebbe sorriso in eterno, così ricambiai il sorriso e gli chiesi se voleva qualcosa.
«Il cocktail che hai preso tu». Rispose lui con molta gentilezza. «Sei in pausa?»
Io non capii, e feci la faccia che ho di solito quando non capisco gli altri, praticamente la mia solita faccia.
Quel ragazzo mi guardava interdetto, mentre io gli porgevo il bicchiere con il cocktail che avevo preso dal vassoio. «Ma…» Fece lui. «Tu non sei il cameriere?»
«No, sono solo un amico di Melissa». Per me non era una cosa tanto tragica essere scambiato per un cameriere.
Lui fece una faccia addolorata come se avesse ricevuto un calcio negli innominabili. «Scusami. Scusami. Accidenti, scusami».
«No, non preoccuparti». Meglio essere scambiato per un cameriere che per un frocio, pensai.
«Mi chiamo Luca».
«Piacere, Martino». Allungai la mano verso la sua, e appena si stabilì quel contatto persi quasi conoscenza. Mi appoggiai al tavolo del buffet e per poco non rovesciai tutto. Mi venne in mente quando per sbaglio avevo tirato un lembo della tovaglia durante il pranzo della mia prima comunione. Quella fu l’ultima volta che i miei mi portarono al ristorante, da allora mia madre organizzò solo picnic.
«Tutto bene?» Luca mi guardava con quello sguardo calmo e rilassato che avevo sempre invidiato negli altri, e pensai che fosse già alla fase del giudizio, alla quale sarebbe seguita quella della scusa per allontanarsi.
«Deve essere l’alcol».
«Alcol? In questa roba? A me sembra piuttosto limone e succo di frutta, forse di mela».
«Già, e non dimenticare il retrogusto di detersivo». Era una gaffe continua, e intanto mi preparavo alla scusa che stava per arrivare.
«Però è buono». Disse Luca senza togliermi gli occhi di dosso. «Anzi, la sai una cosa? È il cocktail più buono che abbia mai bevuto».
Allora capii che solo un uomo innamorato poteva bere quella roba tutta d’un fiato e dire che era buona.
Ero scosso, felice, arrabbiato, spaventato, tutto in una volta. Mi guardai attorno, vidi tavoli, sedie, tende, fiocchi, gente. Non capivo nulla, diedi un calcio a Melissa, pestai un piede alla sua amica, chiesi scusa a una sedia, infilai un piatto in pieno stomaco a un cameriere. E alla fine di quell'odissea guardai Luca con una faccia gratificata, come a dire "Cazzo, che bella festa!" Lui rispose con un sorrisino spaventato, e io pensai che non appena mi fossi distratto sarebbe scomparso per sempre dalla mia vita.
E invece era ancora lì, che si guardava attorno, come se stesse cercando qualcosa da dire. Mi guardai attorno anch’io, vidi Melissa che aveva gli occhi fuori dalla testa e rideva in un modo che mi ricordava le donne di certe tribù che ballano e cadono in trance, poi vidi un ragazzo tutto vestito di pelle e capii che doveva essere Matteo. Matteo era un tipo effeminato e Luca non gli toglieva gli occhi di dosso. "Ci siamo!" pensai. Attrassi l'attenzione di Luca sorridendogli, lui si morse il labbro inferiore con gli incisivi, sembrava voler soffocare qualcosa che avrebbe voluto dire, io sospirai, lui sorrise, io sorrisi, io mi avvicinai di un pelo, lui strinse gli occhi come se avesse voluto mettermi a fuoco, io intensificai lo sguardo, lui alzò un braccio, io feci lo stesso, lui disse «io…», io pendetti completamente da quelle labbra, aspettai quell’“io ti assolvo" o "io ti condanno", «io…», e proprio mentre le nostre mani si stavano per sfiorare, un ragazzo enorme, più largo che lungo si infilò tra noi due, agguantando una tortina salata che doveva aver adocchiato già da mezz’ora, vista la foga con la quale vi si era scaraventato sopra. Quando quella montagna umana si scansò, tornai con lo sguardo su Luca, e lo guardai nello stesso modo in cui il grassone aveva guardato la sua torta salata. «Cosa dicevi?» Chiesi.
«No, niente. Niente». Fece lui.
«Ah». Mi voltai, sorridendo, guardai il tipo che addentava il tortino e pregai con tutto me stesso che gli cadesse per terra e qualcuno glielo pestasse, e che il cameriere lo rimproverasse di fronte a Melissa e a tutte le sue amiche, e che lui si vergognasse tanto da chiudersi in casa per i prossimi trent'anni e rimanere solo e depresso per il resto della sua vita. E io non sono un tipo irascibile.
Luca mi sorprese mentre osservavo l’ingurgitatortesalate. «Poverino, deve essere difficile per lui». Disse.
«Già». Mi sentii un infame. Ma poi pensai che per quel tipo non doveva essere difficile come lo era per me. Nessuno aveva scritto sotto casa sua "ingurgitatortesalate bastardo”».
«Non ti ho mai visto prima, di che anno sei?» Mi chiese lui.
«Io sono del secondo». Risposi. «Melissa è la mia migliore amica. La adoro».
Luca annuì e sorrise amaramente. Pensavo lo sapesse che gli uomini le donne le amano, mentre i froci le adorano. Tentai di aggiustare il tiro. «Lei è… la mia unica amica, la amo come si ama la propria unica amica, e… in realtà… è una ragazza insopportabile, viziata, e non è neanche granché. Non sei d’accordo? Non è niente di che». Guardavo Luca insistentemente, ma lui non reagiva. «È pure grassa, è grassa, no? Io la trovo grassa. Un po’ qua, sui fianchi, e nelle cosce, anche». Ero euforico, sembravo un depresso cronico durante una delle sue crisi. «Lo sai che si tinge i capelli? Sì sì, se li tinge».
Luca fece un sorrisino strano, e a quel punto io avvertii una presenza alle mie spalle.
«Ciao Martino». Disse garbatamente Melissa.
«Melissa? Da quanto sei lì?» Balbettai io.
«Circa dal punto in cui mi definisci insopportabile e viziata. E comunque, io sono bionda naturale».
A parte l’episodio di Melissa, quella fu la più bella festa di laurea alla quale avessi mai partecipato. Io e Luca pranzammo allo stesso tavolo. Ci guardavamo negli occhi come due innamorati, mentre attorno a noi un nugolo di gente inutile faceva discorsi inutili. C’era una coppietta che non la piantava di raccontare aneddoti sui numerosi viaggi di cui era stata protagonista. Ogni luogo che si nominava, quei due si vantavano di averlo scoperto prima di chiunque, e forse erano perfino stati nelle americhe prima di Colombo.
«Melissa, lo sai che Enrico sta con la figlia di Borgonovo?»
«Chi?»
Melissa e un’altra ragazza si parlavano da un tavolo all’altro, urlando nelle mie orecchie.
«La sorella di Francesca».
«Non aveva un fratello?»
«Quella era Elisa».
«Chi è che sta con Enrico?»
«La conosci Francesca Borgonovo?»
«Ah. È lei la sorella di Elisa?»
«No. Suo padre è amico di mia madre, che è amica del padre di Enrico. È la sorella di quella che sta con Enrico».
«Chi?»
Temetti che Melissa mi avesse perforato un timpano, mi voltai verso di lei. «Francesca Borgonovo!» Gridai.
«Come lo sai tu?» Mi disse lei, meravigliata.
«Sai com’è…» Feci io, senza capire se fossi più divertito o seccato. «Per caso ho imparato a memoria buona parte del suo albero genealogico».
Io e Luca ci guardavamo in faccia e ci capivamo senza parlare, mentre tutta quella gente parlava, parlava e non sembrava capirsi. Alla fine ci scambiammo i numeri di telefono, e ci promettemmo che una di quelle sere ci saremmo rivisti. Ma chi ce la faceva ad aspettare una di quelle sere. Io guardai il bigliettino sul quale era scritto quel nome, "Luca Conti", seguito da una sfilza di numeri, che per me rappresentavano molto di più di quanto potesse rappresentare per un giocatore incallito una vincita al lotto da milioni di euro. Per me era l’amore. L’amore, quella cosa che in vent’anni avevo visto solo negli occhi degli altri, quella strana colla zuccherosa che teneva uniti uomini unti e donne col culo grosso. L’amore, ecco perché quando si parla d’amore si parla di magia. Ci sono donne meravigliose come delle Marylin che stanno con uomini tanto insipidi che per scorgere in loro una vaga forma maschile occorre guardarli con gli occhiali tridimensionali. E si amano alla follia, come fossero preda di strani incantesimi. Se questa non è magia!
Luca era bello, alto, moro, aveva un modo educato di parlare, e una strana dolcezza negli occhi che ti faceva invaghire di lui prima ancora che aprisse bocca. Seppi che a Bologna ci studiava solamente, ma in realtà lui era di Bagnacavallo e aveva genitori veneti. Pensai che avessimo diverse cose in comune, infatti io ero di Bagnacavallo, e mio padre era veneto, mentre mia madre… mia madre doveva essere originaria di un pianeta alieno da cui penso fosse stata bandita la parola amore.
Io vivevo a Bagnacavallo, e andavo a Bologna tutti i martedì, giovedì e venerdì per seguire le lezioni. Luca viveva con un ragazzo iscritto alla facoltà di biologia, che pare avesse una ragazza a Bologna e una nella sua città, una a Parigi e una a Philadelphia. Mi chiesi quante lingue parlava, ma poi quando lo vidi capii che era uno che con le ragazze non parlava: le palpeggiava, le baciava, le strapazzava, ma non parlava. Luca mi disse che a Bologna nell’ultimo periodo ne aveva più di una, e non si poteva entrare in un locale senza che lui dicesse: «Qui c’è Laura», «Qua c’è Sofia», «Là c’è Stefania». E così per non correre rischi se ne tornava a casa. Era peggio di uno che se ne stesse agli arresti domiciliari. A proposito di amore. La prima volta che misi piede a casa di Luca, il giro delle ragazze di quel tipo si era allargato ulteriormente e io, che capitai in salotto mentre se ne stava avvinghiato a una bionda, con la musica a tutto volume, scambiai due chiacchiere con una mora chiusa nel cesso, che sembrava aspettasse il suo turno, come dal dentista. Solo che nel bagno non c’erano i giornali, o meglio, c’erano i giornali del tipo, tutti rigorosamente vietati ai minori. A un certo punto la bionda se ne andò e quello si arrabbiò con la mora perché se n’era stata in disparte a parlare con me. Mi guardò offeso e Luca prese il mio giubbotto e prese me, poi mi trascinò fuori dicendomi che in quella casa vigeva la regola del "chi di spada ferisce di spada perisce". «E io che pensavo di avergli fatto un favore». Dissi.
Luca sorrise. «I tipi come Spada non hanno bisogno dei favori di nessuno».
«Spada? Io avrei paura di uno con un nome così. Perché lo chiamano in quel modo?»
«Da piccolo, mentre giocava a spadaccino» disse Luca, «ficcò la spada giocattolo nell’occhio di suo fratello. Poveretto. Non ci fu niente da fare. Perse l’occhio. Per questo lo chiamano Spada».
Quella sera pensai che tornando a casa avrei potuto salutare distrattamente mio padre con un "Ciao, cinghia”, e avrei potuto chiamarlo in quel modo per fargliela pagare per quella volta in cui mi aveva menato con una cinghia di cuoio perché mia madre aveva trovato strane riviste in camera mia. Amore genitoriale. Di certo non si sarebbe mai più liberato del mio volto pieno di lacrime che lo guardava e non capiva.
Ora erano loro che mi guardavano, con occhi pieni di dolore, e non capivano. E raccoglievano quello che avevano seminato. Odio.
Un giorno invitai Luca a casa mia, a mia madre dissi che era un mio compagno di università e che conosceva Melissa. Appena feci il nome di Melissa, mia madre s’illuminò, lo faceva ogni volta che sentiva pronunciare il nome di una donna. Ultimamente era strana, reagiva come un automa, apriva gli occhi solo se le parlavo di donne, matrimonio, cose così. Avrei potuto presentarle Luca e dirle che si chiamava Sara, forse non si sarebbe nemmeno accorta che era un uomo.
Andammo in camera mia, come fanno i ragazzini di quattordici anni, caricai il lettore di cd e ascoltammo l’aria della follia dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti. Ci sedemmo sul letto e parlammo con delicatezza di opere liriche, libri, esami universitari. Pensai a come fosse assurdo il fatto che i miei provassero orrore per i miei sentimenti. Anche se non me ne stavo in camera a tastare il culo di una ragazza, e a sdilinquirmi in risolini idioti, e a coniare neologismi che avessero a che fare con il sesso, non voleva dire che non avessi il diritto di amare qualcuno anch’io.
Non che non avessi voglia di tastare il culo di Luca, ma intanto mi godevo la splendida persona che era, e poi, sull’ultima aria, quella di Edgardo, gli avrei infilato una mano dentro ai jeans, e lui avrebbe risentito la mia mano fredda sulla sua pelle calda per tutta la vita, ogni volta che avrebbe ascoltato quell’aria.
In realtà fu lui a fare la prima mossa, e non fu su quel letto comodo, nella mia stanza, durante l’aria di Edgardo. Ma fu quella stessa sera, alla stazione. Luca mi chiese di dormire da lui. «Spada c’è?» Chiesi io con un filo di voce.
«Che ti importa di Spada, quello se ne sta tutto il giorno in camera sua a spupazzarsi Beatrice. E la notte Federica… o Samantha».
«Ma non gli capita mai di chiamare una ragazza col nome di un’altra?» Domandai io.
«No. Non le chiama proprio. Lui usa le donne come oggetti di gratificazione sessuale, ma non riconosce loro diritti umani. È un tipo tutto particolare. La gente normale va in bagno ogni giorno per esigenze fisiologiche di due tipi, lui ne ha anche di un terzo tipo. Sono più le volte in cui si fa una sega delle volte in cui va per pisciare».
«Almeno non ti annoi».
«Se non voglio annoiarmi mi guardo un film. Ma che non sia Bisogni corporali del terzo tipo. Grazie».
«Sai, non capisco perché dividi il tuo appartamento con un tipo del genere». Feci io, mentre sentivo il mio volto deformarsi e diventare identico a quello di mia madre.
«È una persona corretta. Non mi interessa niente della sua vita sessuale».
«Hai ragione. A volte ragiono come un fanatico».
«Non è facile comprendere il concetto di tolleranza». Luca parlava con un tono serafico.
«Io dovrei saperlo, o almeno, so che cos’è l’intolleranza… Perché credo di aver provato qualcosa di molto simile sulla mia pelle». Luca si fermò e mi guardò. Io ripresi il mio discorso. «Un sabato pomeriggio andai in parrocchia per le prove del coro della domenica, e certi miei compagni intonarono un coretto che mi spezzò il cuore. È incredibile come dei bambini, talmente ingenui che nemmeno conoscevano la strada di casa, sapessero perfettamente come ferire qualcuno. Il mio cuore è ancora spezzato da allora».
«Come… cosa intonarono?»
«Vuoi proprio saperlo? Be', al posto di Fra Martino campanaro, cantarono Fra Martino pompinaro, e il resto della canzone… puoi immaginarlo». Misi le mani in tasca, mi strinsi nel giubbotto, e mi voltai dall’altra parte, imbarazzato. Luca stette in silenzio, e io pensai di avere esagerato, scossi la testa, poi vidi che stava arrivando il treno. Pensai che sarebbe salito sul treno e non l’avrei più rivisto. Camminammo verso il binario senza dire niente. Ad un certo punto Luca si fermò, si guardò attorno, poi mi prese da parte e mi abbracciò. Sentii il profumo della sua giacca a vento, la sua pelle fresca mi stordiva. Mi teneva così stretto che non ebbi modo di fare passi falsi, dire altre cazzate, perdere l’equilibrio. Improvvisamente capii di avere solo bisogno di qualcuno che mi abbracciasse ogni tanto, non di una fidanzata, un fidanzato, una moglie, due genitori, uno psicologo o un pranoterapeuta, no, di qualcuno che mi abbracciasse ogni tanto. Ci si potrebbe scrivere un libro più lungo dell’Ulisse di Joyce su quello che si prova quando qualcuno ti abbraccia, e viceversa, quando qualcuno ti abbraccia è l’unico momento nella vita in cui senti che ogni parola è inutile. Guardai le labbra di Luca e pensai che avrei voluto baciarle. Sentii il sangue ribollire dentro di me. Il mio cuore batteva all’impazzata, persi le forze, ma lui mi sostenne, e io sprofondai la faccia nel suo petto. Avevo bisogno di chiudere gli occhi, avevo bisogno che lui mi mettesse una mano sulla nuca e che me l’accarezzasse. Non so come facesse a capire esattamente tutto quello di cui avevo bisogno. Poi guardai all’altezza del cavallo dei miei pantaloni, e capii.
«Perché non vieni a casa mia? Potresti dormire da me». Mi disse con dolcezza.
«Dormire?!?» Dissi io. E non so davvero perché mi uscì quella frase. Forse mi scandalizzai di fronte all’idea di dormire con un uomo, o forse mi scandalizzai di fronte all’idea di passare una notte insieme a uno come Luca e dormirci solamente.
«Mi piaci, Martino, mi piaci da morire. Pensavo che potremmo conoscerci meglio».
«Io sono gay». Esclamai io, tutto solenne.
Luca mi guardò con un’aria ironica, ma io continuai a fissarlo, e quando lui capì che ero serio, disse la prima cosa che gli venne in mente, col suo solito modo gentile. «Ah sì?»
«Ho pensato volessi sapere questo di me». Sussurrai, logorato dal desiderio, ma ancora appeso a un residuo di razionalità.
«Be', no, non proprio. Volevo sapere chi sei, come vivi, cosa ti piace… di cosa hai bisogno, cosa ti fa stare bene». Disse lui.
«Questo, mi fa stare bene». Chiusi gli occhi.
«Fa stare bene anche me».
Ci appiccicammo ancora di più l’uno all’altro, dietro a quella colonna. Ogni volta che gli altoparlanti annunciavano l’arrivo di un treno, una piena di persone ci travolgeva, e noi ci ricomponevamo, facendo finta di nulla. E questa tortura è durata fino a che la mia sciarpa non si è impigliata nella cerniera del suo giubbotto, e a quel punto abbiamo incominciato a lottare come due deficienti per sfilarla, finché la cerniera non si è rotta. Io ho detto: «Togliti il giubbotto». E Luca mi ha guardato con gli occhi languidi, e ha detto: «forse è meglio che togli tu la sciarpa». È incredibile come più fai di tutto per non essere al centro dell’attenzione, più le circostanze ti ci fanno sentire. Non perdemmo il treno per un pelo, e riuscimmo a trovare un luogo appartato nell’ultimo vagone, quello senza riscaldamento e illuminato da un solo debolissimo neon. Così Luca poté aggiustare con calma la cerniera e io guardarlo e diventare rosso quanto volevo, tanto in quel buio non se ne sarebbe accorto.
Luca riprese il discorso. «Come hai capito che eri gay?»
«Mah, che vuoi che ti dica, un giorno sono sceso, e sul muro di casa mia ho visto scritto a caratteri enormi "Martino frocio”. E ho capito chi ero».
«Chi è stato?» Luca strinse gli occhi.
«Dei ragazzi che ho conosciuto al liceo». Risposi con le mandibole contratte. «Quando i miei videro quella scritta cominciarono ad esercitare su di me una tremenda violenza psicologica per rimuovere certe ossessioni che avevo. Non mi lasciavano in pace. Il fine settimana, poi, era un inferno. La mattina mi alzavo all’alba per evitare di incontrarli. E la sera mi rilassavo guardando cose tipo Un tranquillo week-end di paura».
Luca guardò fuori, ma sul vetro non vide altro che un blando riflesso della sua immagine, così tornò a guardarmi. «Sei stato con molti ragazzi?»
«Due, e dei due il secondo sei tu».
Rise in quel suo modo adorabile. «E quand’è che siamo stati assieme, ero distratto».
«Ci siamo abbracciati, ci siamo detti quelle cose… e la mia sciarpa non si era mai incastrata nella cerniera di nessun altro, prima di stasera». Mio Dio, il mio tono sembrava quello del Cicciobello nero di mia cugina, una litania insopportabile che allertava i gatti dell’intero quartiere.
«Sono felice che la tua sciarpa si sia incastrata proprio nella mia cerniera». Disse lui.
In quel momento passò un uomo in divisa, e si voltò a guardare la mia faccia, poi guardò la sciarpa, e mi guardò di nuovo. Io e Luca ci scambiammo un sorriso, poi lui si avvicinò, mi prese il volto tra le mani e mi baciò impunemente. Sentii un fremito di consenso ai piani bassi, e mi avviluppai a lui, mordendolo dappertutto come se non avessi toccato un uomo da secoli. Il che era quasi vero. Lui tentava di dire qualcosa ma io non davo un attimo di tregua alla sua bocca. Di solito ero io quello romantico, ma dopo anni di solitudine pensai di essere diventato arrapato in modo quasi patologico.
Quando l’uomo in divisa tornò indietro ci passò accanto senza nemmeno guardare. Sembrava che il discorso della sciarpa e della cerniera lo avesse scandalizzato, ma io e Luca in quelle condizioni gli risultavamo del tutto indifferenti, quasi non apparissimo altro ai suoi occhi che un’indistinta scena di sesso, carne anonima, gelatina di corpi asessuati. Gli uomini sono abituati a quel paté di carne, bocche e lingue, ne sono bombardati continuamente, e quella è la loro zona liminale, nella quale smettono di esseri bravi padri di famiglia e ridiventano dei selvaggi istintivi e scimmieschi. Solo per un attimo, prima di chiudere la porta, vidi che mi lanciò un’occhiata, ma poi capii che non era me che guardava, ma la mia sciarpa.
Quando entrammo in casa, ci venne incontro Spada e disse che quella sera aveva conosciuto una nuova, ma il nome non se lo ricordava. Luca mi fece strada ed entrammo nella sua stanza, e ci gettammo sul letto con una tale foga che spostammo il letto, il comodino e la scrivania.
Luca mi sorrise. «Hai appena messo piede qui dentro e già vuoi cambiare la disposizione dei mobili!» Mi parlava con la bocca appiccicata alla mia. Io ero stordito dalla dolcezza del suo alito di menta e caffè. Lui mi mise le sue mani dappertutto, e quando tentai di sfilare la cerniera della sua giacca e incontrai una lieve difficoltà, capii che quella cerniera non si era ancora ripresa dall’episodio della sciarpa, come me, del resto. A forza di tirare finii per incastrarla un’altra volta. Ero mortificato, mi alzai in piedi, e guardai Luca, chiuso in quel polmone artificiale dentro al quale l’avevo condannato, mentre lottava con il residuo rimasto di quella cerniera.
Non so perché le mie storie devono sempre finire in quel modo. Dalla stanza di Spada provenivano incontenibili gemiti di piacere, sembrava l’audio di un film porno, mentre dalla nostra stanza non si sentiva altro che il rumore di quella maledetta cerniera che scorreva avanti e indietro.
Ad un certo punto udimmo un lungo silenzio, poi la porta della stanza di Spada che si apriva e si chiudeva. Spada poteva sentire le nostre voci.
«Così, sì, dai, infila».
«È da oliare».
«Prova ad andare su e giù».
«Così?»
«Più piano».
E ad un certo punto si sentì un grido che fece sobbalzare Spada. Era un grido di felicità. La cerniera si era sbloccata.
Luca uscì dalla sua stanza, con un’aria di soddisfazione. Vide Spada, seduto sul divano, che guardava la tivù.
«Dov’è… la donna senza nome?» Luca aveva un sorriso smagliante. «Sembra il titolo di un film di Hitchcock». Disse tra sé.
«Già. Il ritmo è lo stesso».
«Tutto bene?» Chiese Luca.
«Mmh. Il solito». Spada lo guardò con un’aria interrogativa, ancora sorpreso per la potenza di quelle grida, poi divenne malinconico. Guardò la porta della stanza di Luca. «Credo che prima o poi proverò anch’io con uno del mio stesso sesso».
«Hai detto che non ti è piaciuto, quella volta». Domandò Luca.
«Quello aveva detto di chiamarsi Marika». Rispose. «Chiunque rimarrebbe disgustato se ordinasse un mascarpone e gli portassero una maionese».
«Incredibile». Luca sorrise.
«Te lo giuro. Sembrava una donna».
«No, dicevo, è incredibile. Ti ricordi il suo nome?»
«E credo che lui, lei, ricorderà in eterno la faccia che ho fatto quando ho visto il suo arnese».
«Torno di là. Mi è venuta voglia di maionese». Luca tornò nella sua stanza e si fece la sua bella maionese strapazzando le mie uova. Fu incredibile, non dimenticai mai la mia prima volta con Luca. Dopo averlo fatto rimanemmo l’uno a fianco dell’altro a parlare per tutta la notte. Luca mi raccontò di Spada.
«Deve essere una bella sensazione sentirsi sempre innamorati». Dissi io.
«Si scopa qualsiasi cosa, ma non ha idea di cosa sia l’amore». Luca sospirò. «Prima l’ho guardato negli occhi e ho visto un ragazzo profondamente triste».
«I suoi occhi erano diversi dal solito?» Chiesi io.
«I miei occhi erano diversi dal solito. Credo di essere innamorato».
Io sorrisi, poi ci andai cauto. E se a quel punto mi avesse fatto il nome di un altro? Credo che sarei morto d’infarto e il mio caso l’avrebbero studiato in America. «Che cosa intendi per… innamorato? Cioè… sì certo. Ho capito. Quello che le persone intendono per "innamorato”».
«Oh no. Per carità». Disse girandosi verso di me. Luca prese a toccarmi il volto, esattamente come fanno i neonati quando prendono confidenza con qualcuno. «Tutto questo è importante, e non quello che le persone intendono per "innamorato". Ti è chiaro?»
«Perfettamente». Io presi la sua mano e gliela strinsi. «Questa sera ho capito una cosa. Reggere lo sguardo di qualcuno non è difficile, basta concentrarsi sui suoi occhi e non su di sé». «Io ne ho capite due. Ho capito perché certi uomini trascorrono una vita a costruire un impero, e poi gettano tutto al vento per l’incarnato di porcellana di una ragazza. Perché tutti, tutti, nessuno escluso, Martino, tutti siamo nati nel momento in cui due persone si sono guardate negli occhi. Ecco l’unica verità sugli uomini».
Ero felice, e rilassai le spalle. «E la seconda cosa?»
«D’ora in poi, nella mia vita, niente più giubbotti con la cerniera».

© 2008 Barbara Ferretti