La rivista Fernandel
Caterina Falconi, Ritornare a Natale



Il talento salta una generazione. Forse perché i nonni hanno con i nipoti un rapporto privilegiato. Riparano ai danni e alle omissioni di quando erano soltanto dei genitori, riversando sui bambini dei figli il meglio di sé.
Caterina Falconi
«Il Natale amplifica. La felicità. La disperazione. Ammanta le situazioni con il suo luccichio. Dilata e rallenta la vita in uno scialo che stordisce. C'è chi vorrebbe sottrarsi ma non può, perché queste sono feste pervasive, e non c'è angolo del pianeta che non invadano, non lambiscano, non abbaglino.
Per la verità, era da tempo che pensavo di scrivere una storia natalizia. I racconti di Natale tendono ad essere stucchevoli. Scivolano nella retorica che è una bellezza. In una nostalgia di assoluto e di redenzione che accomuna gli scrittori, altrimenti perduti nei loro cliché di corruzione e confusione.
Oppure sono storie con una punta di grottesco e di magia. Ho cercato di combinare gli ingredienti classici, evitando i buoni sentimenti, e di rendere le atmosfere plausibili e dense. Il riferimento alla morte e alla resurrezione, come seconda e fallimentare possibilità di rimediare ad un incesto, è evidente. Certi danni sono irreparabili».
Caterina Falconi per Fernandel ha pubblicato molti racconti e il romanzo Sulla breccia.
Questo deve essere accaduto tra mio padre e Giovanni. Mi auguro. Soltanto questo.
Papà è stato il più grande biologo del ventunesimo secolo. Ha sfiorato il nobel. Collaborato a ricerche segretissime. Pubblicato caterve di volumi. Infestato decine di facoltà, e contaminato centinaia di studentesse.
Forse studenti... mi auguro di no, perché escludere la sua bisessualità mi aiuta a sperare che non abbia messo le mani su mio figlio quand'era ragazzo.
Con me lo fece, una vigilia di Natale.
Per questa, e altre ragioni, io odio il Natale.
Mia mamma era una donna minuta, presuntuosa e indaffarata. Volto rotondo, occhi ridenti, una caramella di bocca e due susine al posto delle guance. Una gallina insomma. Insegnava matematica in una scuola media di periferia. Cosa dicesse, cosa riuscisse a ficcare nelle zucche dei suoi alunni primordiali e vendicativi per me era e resterà un mistero.
Mio padre era sempre in giro per conferenze. O murato in un laboratorio di un'altra città, concentrato a far scopare i ratti e a storpiarne i feti modificando il loro DNA.
E questo era il perimetro della mia infanzia.
Fortuna che c'era Duilio, una specie di tutor, che mi aiutava a fare i compiti e mi metteva tra le mani libri meravigliosamente illustrati. Un ex alunno della mamma che faceva ripetizioni (e probabilmente marchette) per pagarsi l'università. Un tipo problematico, sfigurato dall'acne, scoliotico e servile, ma così gentile, e attento a non mortificarmi, da essere diventato presto per me una figura familiare e necessaria.
Credo che anche lui mi volesse bene, per quella istintiva complicità che i deboli hanno con i bambini. Mi chiedeva come stessi, come fosse andata la scuola, perché avessi quella faccia buia, e lasciava che mi sciogliessi ciarlando di cazzatelle prima di aprire il diario alla pagina dei compiti per l'indomani.

Quando papà mi molestò dovevo avere nove, dieci anni.
Ero una ragazzina buia piena di manie. Duilio e la ginnastica mi tenevano connessa alla realtà. Entrando in palestra venivo assalita da quell'odore di vestiti sudati e Converse abbandonate sul pavimento come bocche aperte, e l'angoscia si staccava da me. Rimanevo sbucciata, a godermi l'impatto dei piedi sul parquet della pista ammortizzato dalla gomma degli scarponcini. La morsa delle ginocchiere.
Era bello.
Anche se non legavo con nessuna. E mi cambiavo in fretta in un angolo dello spogliatoio, mentre le altre confabulavano concitate di maestre e amiche antipatiche. Qualche volta una ragazzina topo con gli occhiali dalla montatura dorata si avvicinava e mi accarezzava i capelli. Come sono lunghi e lucidi. E sorrideva. Io sorridevo, e moriva là. Non ce l'avevo proprio la forza di attaccare bottone.
Finita la lezione di ritmica uscivo nel freddo viscido di dicembre, sotto la mannaiata di luce bianca del lampione che piantonava la facciata della palestra. Mamma mi aspettava in macchina nel parcheggio. Aprivo lo sportello, e lei mi indirizzava uno sguardo incolore continuando a fumare attaccata al cellulare. Sparava frasi in codice al suo interlocutore, ecco è arrivata la bambina, ora devo lasciarti, per quella cosa ci vediamo domani... Scagliava la cicca vicino ai piedi di qualche madre proletaria attonita, aspettava che entrassi, chiudeva i finestrini e metteva in moto.
«E allora Melissa, come è andata la lezione?»
«Bene. Chi era al telefono?»
«Un'amica».
«Come si chiama?»
«Non la conosci».
«Aveva la voce da maschio».
«Ha il raffreddore».
Mi giravo verso il parabrezza e sospiravo. Una nuvoletta di vapore impolverava il vetro e si scioglieva subito, dispersa dal riscaldamento sparato a palla dalla mamma.
Io, sudatissima, nel doppio involucro del bomber e dell'auto.
E fuori la città... che si lasciava penetrare immersa nel blu della sera, crepitante di luci, invasa da alberelli colorati.
Contro i balconi, nel freddo, babbi natale di pezza e polistirolo impiccati con le corde da bucato. Un olocausto di pupazzi in pellicciotto rosso spiaccicati contro il cemento e le sbarre.
Socchiudevo gli occhi.
Papà era tornato a casa per le vacanze, e non sapevo come prenderla.
Quando c'era lui, nella villa le giornate scorrevano senz'audio. Il cellulare della mamma non squillava. La tata diventava più taciturna, cotonata e inflessibile. Lo studio accanto alla biblioteca era sempre illuminato, da un'arancia di sole che declinava incorniciata dai doppi vetri delle finestre, o dalla grande lampada a forma di fungo sulla scrivania. Papà entrava e usciva da quella stanza. Si muoveva felpato per tutta la casa, tornava a rintanarsi nello studio.
Una volta dentro, si immobilizzava come un totem sbiadito dietro la scrivania e cumuli di carte. Gli occhi a fessura che a malapena si dilatavano quando passavo per spiarlo con la scusa di andare in bagno. Lavorava per ore. Riempiendo quaderni di simboli incomprensibili. Corrugato dietro al computer.
"Ecco il drago di Komodo che mi scruta dalla sua tana", pensavo vedendolo puntarmi gli occhi addosso, come se fossi stata un fantasmino che attraversava per sbaglio la giungla dei suoi complicati pensieri. Era proprio questa l'impressione che mi dava: che rovesciasse lo sguardo su di me da un mondo che vedeva solo lui.

Con mio marito, tanto tempo dopo, mi sarei divertita a fare considerazioni su certe persone. Su come ciò che fanno, scrivere, o starsene rintanati per ore in laboratorio, modifichi le loro caratteristiche fisiche. Magari nascono con un grugno marsicano, olivastre e marcate, e gli anni passati ricurvi su un sogno li sbiadiscono e li frollano. Accendono i loro occhi di una psicosi addomesticata e proficua.
Papà era così, una creatura di provenienza indefinibile macerata dagli anni. Un quarantenne incanutito e un po' gonfio. L'ultimo provvisorio esito di una serie di metamorfosi. Non riuscivo a immaginarlo bambino. Del resto non parlava mai della sua infanzia, né dei suoi.
(Una caratteristica di chi ha subito gravi abusi, avrebbe commentato anni dopo mio marito, lo psichiatra.)
Ma intanto l'anno bisestile esalava i suoi ultimi giorni. Tra luminarie e negozi sventrati dalla crisi. L'albero di Natale ardeva al centro del salone, testimone ingombrante della mia incapacità di fare i compiti da sola. Duilio era irriconoscibile. Papà lo metteva a disagio. Non era una cosa strana: tutti nella villa eravamo inibiti dalla garbata opprimente ubiquità del professore. Eppure... c'era qualcosa di diverso e caratteristico nel contegno di Duilio. Sobbalzava al minimo rumore, ammutoliva e storceva gli occhi. Annaspava in un terrore animalesco e faticosamente rientrava in sé.
Scusa Melissa... è che mi è sembrato di sentire... E intanto i suoi occhi oscillavano sul mio sorriso come tergicristalli, sempre più lentamente. Tuo papà è in casa?
Io annuivo.
Papà era sempre in casa, sprofondato nei propri pensieri come un ippopotamo in un lago. Con gli occhi gialli che scrutavano il più piccolo movimento nella villa.
Era sempre al corrente di tutto: degli spostamenti della mamma, delle chiacchiere della servitù, dei miei insuccessi a scuola.
Il suo studio si spalancava sul corridoio, tagliava in due la casa. Per andare a cagare, o a fare merenda, bisognava passargli davanti, e lui non chiudeva mai la porta.
Non so se mi volesse bene. Probabilmente era già tanto se si sforzava di ignorarmi per non farmi del male. La sua indifferenza era una misura cautelare. Sapeva che, se si fosse intenerito, non avrebbe resistito alla voglia di violarmi. Come in effetti a un certo punto fece.
Papà era l'elemento saliente delle vacanze di Natale. Le connotava. Tornava a casa e la ingolfava con la sua presenza. Nessuno faceva niente che potesse suscitare la sua disapprovazione. Gli chiedevano cosa cucinare, dove andare, chi ricevere, se avesse voglia di guardare un po' di tele. E lui rispondeva evasivo. Era evidente quanto lo stancasse controllare tutto e tutti, e questa fatica lo rendeva vendicativo. Perciò, piuttosto che subire il suo disprezzo, mamma la tata e le zie ristagnavano in un'inerzia che dilatava meravigliosamente il tempo attorno a me, bambina trascurata e affrancata dagli obblighi. Mi aggiravo per la casa, e il salone mitragliato dal riverbero multicolore delle luci intermittenti dell'albero. Scovavo nuovi rigonfiamenti e strappi nella tappezzeria. Le crepe nel soffitto. La muffa che fioriva in certi punti sopra il battiscopa. Fantasticavo. Sfogliavo riviste. A volte mi dibattevo in un'angoscia immotivata e violentissima. I regali si ammucchiavano sotto l'albero, piantandomi in petto un'aspettativa meccanica per le cose che avrei avuto, e per il futuro, che sentivo spingere sotto il coperchio del Natale presente e di quelli che sarebbero venuti.
E' Natale, sì, vabbè.
E questo segna il passo.
Un altro anno passato. E un esorcismo per quello che arriva.
E tra un po'? Quando lascerò questa casa?
Ci saranno altre persone per me.
Persone migliori.

Il pomeriggio del ventidue dicembre accadde una specie di catastrofe. La tata era a Brescia dai suoi per le vacanze. Mamma era a un consiglio. Ero sola nella villa, con papà che aleggiava, forse incuneato fra la poltrona e il computer nello studio.
Fuori un sole violento candeggiava la città. In casa un freddo abbaglio. I caloriferi erano al minimo. Il silenzio mi otturava le orecchie.
Suonarono alla porta e andai ad aprire. Era Duilio, che infilò la testa dentro con la circospezione di un evaso. Scagliò lo sguardo in tutte le direzioni e balzò nel vestibolo. Puzzava di sudore.
Oggi mi dico che si era fatto di qualcosa per reggere all'ostilità di mio padre. Allora mi sembrò semplicemente assurdo.
«Ciao Melissa. Buongiorno. Il professore? La mamma?»
«Mamma è al consiglio. Papà starà in studio». Risposi garrula.
Lui si stravolse e si precipitò in salone.
Allibita, un po' divertita, lo seguii arrancando come un granchio. Se il maestro correva come un pazzo, io potevo camminare come cazzo mi pareva.
In salone le cose peggiorarono. Duilio piombò a sedere al nostro tavolo e restò imbambolato con le mani schiacciate sul ripiano. Poi si riscosse e sparò un: «Allora Melissa... dovevamo finire il testo?» La voce gli usciva di bocca sfilacciata, bitonale. Troppo sottile o troppo cupa, come se non riuscisse a sintonizzarsi su un registro univoco, di umori, di intenti. Prendemmo il quaderno e il testo di lettura e incominciammo.
«Vuoi rileggere il brano per favore, cara... che non lo ricordo?»
Annuii giudiziosa e attaccai a leggere, ma mi sembrò che non mi ascoltasse. Continuava con quella danza di occhi da coniglio. Le mani che gli tremavano, tanto che doveva spingerle contro qualcosa per fermarle. Un rumore di oggetti spostati nell'altra stanza lo fece trasalire e impallidire. Si coprì di sudore e impietrì. Le labbra strette, una ruga gialla all'attaccatura del naso. Aveva qualcosa di perverso e ripugnante.
Guardai affascinata quella disfatta di adulto, senza saperle dare un nome, subendone l'impatto. Quando la voce di mio padre dalla porta alle nostre spalle: «Signor Prosperi, può venire un attimo in studio, che le compilo l'assegno per le lezioni di dicembre?», mandò a puttane l'autocontrollo del mio precettore, che schizzò in piedi e sgambettò sconvolto verso il padrone.
Sentii i loro passi accelerare in corridoio, la porta dello studio che si chiudeva.
E poi un silenzio di gesso.
E poi un tonfo e un colpo di oggetto metallico contro il pavimento. Un parlottio. Ed una voce acuta e quasi infantile che gridava: «No!»
La porta dello studio che si spalancava e sbatteva contro il battiscopa, uno scalpiccio nel corridoio, il portone che gemendo veniva aperto, e una scarica di passi giù per le scale.
Duilio se n'era andato.
Doveva essere accaduto qualcosa di terribile.

Il ventiquattro mamma mi svegliò tardi. Riavvolse la tapparella e io aprii gli occhi in una luce bianca che cagliava in un turbine di fotopsie sulla mia faccia. Mi sollevai a sedere sul letto. Mia madre mi guardava, addossata al davanzale, aveva un'aria stanca. In tuta beige, culone gamboni e valgismo enfatizzati dalle pantofole, sembrava una borraccia sormontata dal tappo di una testina siringata. Quando c'era papà invecchiava di colpo. E la tristezza che la ingialliva mi obbligava a guardarla con occhi diversi. Non era antipatica, così arresa, e mi veniva quasi da volerle bene.
«Alzati Melissa, che ti faccio la doccia».
«Posso mettere il vestitino viola?»
«Va bene. Devo uscire a fare le ultime compere. Dopo la doccia io vado, e tu scendi in cucina e fai colazione. La cuoca ti ha fatto la torta al limone».
«Evviva!»
Mezz'ora dopo, docciata e infiocchettata nel vestito viola a cuoricini rosa, scesi al piano di sotto.
La fronte mi formicolava per il bacio della mamma.
Mentre mi ammiravo riflessa nello sportello d'acciaio del congelatore, dietro la porta socchiusa della cucina, la voce della cuoca mi sorprese con le parole ripugnanti che i grandi dicono quando non sanno di essere ascoltati dai bambini.
«Quel porco frocio pedofilo maledetto finalmente ha avuto il fatto suo».
Qualcuno dietro la porta mugugnò la sua approvazione.
«La puttana della padrona non si decideva. Ma il professore, che è un uomo accorto, l'ha licenziato a quel rottinculo».
Sentii uno strappo in petto e poi una scarica di tonfi. Mi allontanai in punta di piedi e risalii in camera mia rallentata da una confusione insopportabile. Balzai sul letto e mi abbracciai le ginocchia, sforzandomi di capire.
Parlavano di Duilio?
Probabilmente sì. Ma non volevo crederlo.
Non potevo accettarlo.
Sentivo che le cose erano andate in un altro modo. Che c'erano dettagli fondamentali che ignoravo. Cose da grandi che non mi erano state spiegate.
Segreti.
Duilio era vittima di un'ingiustizia.
Con me era sempre stato delicato! Ci volevamo bene.
Possibile che papà lo avesse allontanato per gelosia?

«Melissa...»
Un sussurro che bucava il buio.
«Melissa».
Mi svegliai rannicchiata sul letto. Gli occhi così gonfi che faticai ad aprirli. Trasalii: papà era vicinissimo.
«La cuoca dice che non sei scesa a fare colazione. Ti senti bene?»
«Sì papà».
Ma le lacrime mi riempirono gli occhi cotti.
«Stai piangendo». Secco. Contrariato.
Lo guardai interrogativa.
«Ho dovuto licenziarlo. Faceva delle cose... immorali».
Inghiottii a vuoto.
Papà sedette sul letto accanto a me.
Il materasso si infossò sotto il suo peso.
Sensazione di testa ovattata. Vertigini.
«Vuoi dire che non tornerà?»
Papà si irrigidì. Oggi credo che stesse lottando per non fare quello che di lì a due minuti fece, eccitato dal mio dolore: infilarmi una mano tra le cosce.

E dopo? Blackout. Anche quando avrei cercato di ricordare, ribaltata sui lettini degli psicologi. Con le mani intrecciate tra le gambe, davanti alle poltrone degli psichiatri.
Non so neanche se persi la verginità, quella volta. Se mio padre mi stuprò. O ripugnato ritrasse la mano dal mio sesso. Le mie prime scopate, offuscate dagli psicofarmaci, furono strofinii asciutti e dolorosi.
Finché mi ritrovai a fissare negli occhi verdi lo psichiatra che avrei sposato a diciotto anni.

Mio marito fu un atto di riparazione del destino.
Mi scelse perché gli piacevo e poteva lavorarmi. Le nostre fragilità combaciarono e diventammo inespugnabili. La confusione, le vertigini e i terrori che avevo attraversato prima di coricarmi con lui divennero episodi. Un velo che Giulio strappava a morsi e baci. Era stato il mio psichiatra negli anni successivi alla molestia. E il mio grande amore subito dopo. Aveva quindici anni più di me. Sul lettino del suo studio, e poi seduta di fronte alla sua poltrona, fui sottratta a mio padre.
Interrompemmo la terapia appena fui maggiorenne. E ci sposammo.
Io ero diventata uno splendore.
Una rossa longilinea, dai grandi occhi color muschio che guizzavano come pesciolini nel volto rasserenato. Da due anni non prendevo psicofarmaci. E vivevo rivolta a mio marito. A furia di guardarci ci assomigliavamo. Giulio era biondo e i suoi occhi verdi erano sovrapponibili ai miei. Peccato fosse tanto appassito. Peccato per la sua gamba più corta.
Dio solo sa cosa succede nelle camere da letto delle coppie fusionali. Non ci sono limiti alla perversione, al calore. E noi scopavamo divinamente.
Parlavamo di tutto.
Mio marito era un ebreo ateo, e non gli costò nessun sacrificio bandire il Natale dal nostro calendario, sapendo cosa significava per me. In quei giorni chiudeva lo studio e partivamo per paesi esotici. Era così strano vedere le palme addobbate come abeti, che svettavano nelle piazze arroventate delle città africane...

A ventidue anni partorii nostro figlio, e lo allevammo somministrandogli affetto e parole.
Giovanni era fisicamente diverso da me e dal padre. Bruno come un isolano, con spessi capelli lucidi, e umidi occhi neri. Intelligentissimo. Si applicava a ogni cosa con una concentrazione che a me ricordava suo nonno.
Giulio lo iscrisse a una scuola per ragazzi dotati, sapendo che sarebbe stato, come infatti avvenne, il primo della classe.
Mio padre era orgoglioso del nipote. Gli faceva lunghe telefonate, cercando di irretirlo.
Devi venire all'università da me. C'è un corso di bioingegneria sperimentale a numero chiuso che è una roba da fantascienza. Carriera assicurata. Stipendi astronomici...
Giovanni nicchiava. Garbato. Cerimonioso. Ancora non sapeva cosa avrebbe fatto della propria vita.
Non avevamo permesso a suo nonno di frequentarlo, ma era evidente che aveva per il vecchio una venerazione smisurata.
Dopotutto papà era quello che era, e le riviste scientifiche di tutto il mondo traboccavano delle sue pubblicazioni.

E tutto sembrava perfetto. Fino al giorno in cui Giulio fu stroncato da un ictus.

Non lo vidi morire. Era in studio quando accadde. Per ironia della sorte fu soccorso dal paziente di turno. Questo paziente era un giovane infettivologo, che reagì prontamente quando intuì che il silenzio dello psichiatra sprofondato in poltrona dietro di lui aveva qualcosa di definitivo e spaventoso. Sedette con uno scatto da palestrato sul lettino e si voltò verso Giulio, che afflosciato su un bracciolo era scosso dall'ultimo fremito.
Dottore... O Dio non è possibile!
E lo aveva abbracciato. Se l'era ribaltato tra le braccia e l'aveva guardato spirare.

Il giovane che mi accolse in obitorio era gentile come la sua voce. Mezz'ora prima mi aveva telefonato per avvertirmi della disgrazia. Mi venne incontro sulle lunghe gambe fasciate dai jeans. Sembrava un cerbiatto.
«Lucio Stella». Si presentò tendendomi la mano. «Sono... ero paziente di suo marito. Ero presente quando... Si faccia coraggio signora». E mi abbracciò. Un odore buono di ragazzo sudato mi invase la gola. Ero talmente frastornata che mi conturbò. Lui si staccò da me, riguardoso, e mi percorse con lo sguardo neutro di un alunno. Quella che aveva davanti era una trentasettenne fresca e addolorata. Una specie di sorella maggiore virtuale. La bella moglie del suo analista. Morto.
Una miscela esplosiva.
«Spero che non se la prenda se ho provveduto a chiamare i soccorsi e a sistemare suo marito in obitorio, prima di chiamarla». Si giustificò. «Questa... cosa, è accaduta anche a mio padre. Avevo dodici anni. E mia madre non ha mai superato il trauma di averlo trovato morto... sgangherato, in bagno. Ho voluto... Ho cercato di riparare a questa ingiustizia... Mi scusi. Dico cazzate. Lo abbiamo ripulito e pettinato. Sembra che dorma. Venga con me». E mi trascinò per mano verso la salma di Giulio.

La mia faccia era in preda a una parestesia. Il collo rigido. Il corpo insensibile. Guardavo la fronte di Giulio e le sue palpebre socchiuse, e mi dicevo che mi piaceva anche da morto. Chissà se era già freddo. Chissà dove sarebbe sprofondato quel nostro sentire condiviso. Il calore di noi due assieme, quel benessere...
«A volte mi chiedo quanto sarebbe stata diversa la mia vita, se mia madre si fosse frapposta tra me e questo lutto. Se avesse provato a filtrare la morte di mio padre». Mi voltai verso un Lucio madreperlaceo e farneticante. «Badi al suo ragazzo signora. Non lasci trapelare».
Aveva ragione. Dovevo lottare strenuamente per non crollare un'altra volta. Dovevo proteggere Giovanni, mi dissi con forza. Ma subito dopo fui sopraffatta da un'ondata di nero terrore, e svenni addosso a Giulio.

Non andai al funerale. Mentre inumavano mio marito, singhiozzavo in un sonno chimico. Lucio Stella mi aveva iniettato non so quanto valium. Era un esperto di pronto soccorso del dolore.
Pare che gli psicotici non sognino. Per loro, il delirio è una faccenda maledettamente seria. Ma io ero semplicemente una nevrotica curata, come i fumatori e gli alcolisti quando smettono, a rischio di ricadute. I sogni densi e complicati sono appannaggio della nostra specie, e io ne feci un grande abuso, nei mesi e negli anni successivi alla morte del mio amore. Sognando mi immettevo in un mondo vivido, che eccitava i miei sensi intorpiditi dallo Xanax. Ritrovavo Giulio, facevo l'amore con lui. Avevo orgasmi. Gli parlavo per ore. Gli raccontavo di nostro figlio, che sembrava aver retto bene. Forse perché era tanto preso dallo studio... e abitava in un'altra città.
E a quel punto mi svegliavo di soprassalto col cuore che mi ticchettava in petto come una pendola.
Che cosa dovevo assolutamente ricordare?
Giovanni! Giovanni e il nonno! Non riuscivo a capire se il fatto che si frequentassero, adesso che mio figlio studiava bioingegneria nella facoltà di mio padre, potesse essere pericoloso. E che stronza inetta ero stata, a non oppormi, a lasciare che il vecchio prendesse il sopravvento... mentre ero ancora intontita dal dolore!
Lo porto a Roma con me, Melissa. Sarò per lui il padre che non sono stato per te. Il destino mi offre questa possibilità di riscatto.
Riscatto un cazzo! Tu sei un pervertito! Ma avevo acconsentito.
Forse perché inconsciamente ce l'avevo con Giovanni, che era restato... mentre Giulio era morto.
Forse perché avevo di nuovo bisogno di un padre, ed era più semplice credere il mio papà biologico fosse cambiato, piuttosto che cercare un altro marito.
Giulio era insostituibile, e continuava a stare al centro, con la sua roboante assenza.

Il Natale rientrò nella mia vita. Adesso erano i giorni del ritorno a casa di Giovanni. Ogni vigilia aprivo il portone su un giovane di anno in anno più massiccio e bruno. Lui mi abbracciava sul pianerottolo e io inalavo l'odore di un estraneo. Il suo cappotto sapeva di polvere, forse di fumo.
È straordinario come le stoffe emanino effluvi nitidi, indurite dal freddo dell'inverno, pensavo sorridendo.
«Entra, Giovanni. Che pezzo d'uomo sei diventato».
E lui entrava sorridendo come un indiano. Sornione. Con gli anni aveva consolidato un'educata impenetrabilità che era un assoluto divieto d'accesso nei miei confronti, e probabilmente una ritorsione per essersi sentito ignorato, da quando Giulio era morto.
Io stavo relativamente meglio. La psicoterapia, i farmaci, e la compagnia di una signora rumena, mi avevano ritrascinata nel mondo.
Nel futuro! Era il futuro questo. I Natali di quando ero ragazza erano così diversi! Adesso non c'erano più quei raccapriccianti babbi impiccati ai balconi, ma ologrammi di angeli sensuali che sfrecciavano nel cielo, abbagliavano i passanti davanti alle vetrine. Angeli con le tette al neon e le tunichette fluo. Befane meticce in tanga su aspirapolveri proiettate in 3D sulle insegne dei negozi di casalinghi.
Io sorridevo in un torpore per metà chimico e per metà di saggezza, e camminavo in una fiumana di persone di tutte le razze.
Altro che Blade Runner! L'umanità era irreversibilmente multietnica, e meno male!
È il duemilaquarantacinque, Cristo! Quanto ancora può restarmi da vivere?
Mio padre resisteva. Vedovo, coriaceo, azzoppato dall'artrite, spolpato da interventi chirurgici. Ogni tanto faceva una capatina in casa nostra, per le feste, e trascorreva le serate in biblioteca con Giovanni, assorto in fitte e per me soporifere conversazioni sui progressi della bioingegneria.
Il legame elettivo tra loro era evidente, e a questo punto per me era consolante sapere che Giovanni non era cresciuto da solo.
Mi assolvevo, e perdonavo.
Forse quella cosa di tanti Natali prima me l'ero immaginata.

Il Natale dell'anno scorso mio figlio, galvanizzato dall'aver vinto non so quale megapremio per la scienza, mi raccontò che il suo istituto di facoltà stava conducendo delle ricerche rivoluzionare sulla morte e la resurrezione.
Eravamo seduti uno di fronte all'altra, in poltrona, davanti al caminetto, e in una soffusa luce natalizia, come in una novella di Sir Arthur Conan Doyle.
«Lo so che sembra fantascienza, ma'! Ma ci siamo arrivati. Il dilemma della morte. L'ultimo nemico del Cristo. Sono anni che io e il mio staff ci stiamo rompendo la testa su come rianimare i morti. Come farli RIVIVERE! Il rettore mi ha accordato assoluta fiducia. Fondi. Lei è un cavallo di razza. È il nipote di suo nonno! Il più giovane titolare di cattedra di questa facoltà. Contiamo su di lei. Proceda. Proceda».
Io lo ascoltavo contagiata dal suo entusiasmo. Non sei un cavallo di razza, figlio mio, sei solo pazzo come un cavallo
, pensavo e sorridevo. In tutta la vita quello era il primo discorso che facevamo!
«La letteratura c'era già arrivata. Da due secoli. La letteratura anticipa sempre. Mary Shelley, un'oscura poetessa che scrive un romanzo gotico! Eppure... il suo mostro viene animato da una scarica elettrica. E i medici in seguito riattiveranno il cuore in arresto con scariche elettriche.
Ma nessuno era ancora riuscito a far rivivere un paziente morto da diversi minuti. Il problema è il danno ai tessuti. Al cervello privato dell'ossigeno. Il resuscitato, definiamolo simpaticamente così, era quasi sempre cerebroleso. Finché non abbiamo iniziato a lavorare a un siero, il Mary Shelley, che iniettato nelle cavie in agonia mantiene i tessuti quasi intatti per quattro mesi dopo la morte. Ad eccezione del cervello! Fottuto organo di merda! La mancanza di ossigeno continuava a batterci sul tempo. E allora?»
E mi guardò con due ammiccanti occhioni equini.
«Il tuo diletto figliolo ha avuto un'alzata d'ingegno! Dopo aver messo a punto il Mary Shelley, si sveglia una mattina e pensa: dato che il siero si lega alle molecole d'ossigeno, come l'emoglobina, noi glielo iniettiamo nelle carotidi con delle cannule, ossigenando in questo modo il cervello del morente. Poi ZAC! Stacchiamo tutto, e lo facciamo crepare. E a quel punto siamo pronti a resuscitarlo. Il morto è farcito di Mary Shelley, i tessuti del cervello sono ossigenati... Uno due tre SCARICA!»
E balzò in piedi agitando i pugni al cielo.

Cristo, questo è veramente matto. Come suo nonno. Lo ha ereditato. Non c'entrano un cazzo i traumi e il lutto.

«E quello resuscita. Mamma, lo abbiamo fatto! Ci siamo riusciti. Dopo soli quattro mesi di esperimenti. I nostri scimpanzé resuscitavano. Puoi immaginare che implicazioni per la medicina, per l'umanità, avrà una scoperta del genere?»
E mi guardò con un accoramento inedito, ripiombando a sedere sulla sua poltrona. Adesso non sembrava più un matto. Era tornato il ragazzo disperato per la morte del padre.
Lucio Stella aveva cercato di rimediare, confortando l'estranea che in quel momento interpretava la madre.
Ma era troppo tardi per resuscitare Giulio.
«Le cavie resuscitate vivono quattro mesi in buona salute. I tumori regrediscono. Le patologie cardiovascolari migliorano. Ma poi... prima ho detto che il Mary Shelley mantiene i tessuti quasi intatti...»
Annuii. Avevo già capito. Dio non lascia un ampio margine alle nostre manipolazioni.
«Poi le cavie si ammalano. Il cervello gli va in pappa. Convulsioni. Allucinazioni. Demenza. Una brutta fine. Quella dilazione... gli costa cara».
Si allungò verso di me e mi prese le mani.
«Mamma. Io so tutto. So che nonno ti ha fatto del male. Ma per me è stato come un padre. Adesso ha un altro tumore. Inoperabile. Gli restano nove mesi. Il Mary Shelley non può essere usato in medicina, teoricamente. Mamma, dipende da te. Nonno mi ha chiesto di comunicarti il suo desiderio: festeggiare un Natale con te, che rimedi a quello che ti ha rovinata. Oggi non può venire, è in terapia intensiva. Ma il prossimo anno... Dipende da te».
Guardai i suoi occhi neri liquefatti da un dolore bambino. Per quello sguardo avrei permesso a Belzebù di pranzare con me.
Annuii.
«Grazie. Prima però devi venire con me, per vedere con i tuoi occhi di cosa stiamo parlando. Abbiamo un laboratorio qui in città».

Due settimane dopo, in laboratorio.
«Vieni mamma. Ti porto subito nel posto che noi chiamiamo limbo. Ci teniamo i primati in coma farmacologico, perfusi di Mary Shelley». Annunciò Giovanni, trascinandomi per un intrico di corridoi che si aprivano su stanzoni stipati di marchingegni, stie d'acciaio, e mensole per le console e i microscopi.
In un tanfo chimico e animale, che era il corrispettivo olfattivo del ronzio degli elaboratori e del cicaleccio delle scimmie dietro le piatte sbarre delle stie, ricercatori di tutte le razze si muovevano indaffarati tra le apparecchiature e le gabbie.
Nella mia testa l'inquietudine batteva ad un ritmo implacabile. Ta. Ta. Ta.
Mi sforzavo di pensare. Questi giovani scienziati nelle loro uniformi di tessuto polimerico celeste e rosso, diversissimi tra loro, veteropunk, modello barbaro, cyber, rétro... con i volti lisci costellati di piercing e innesti versicolori di pelle a forma di stelle cuori e fiori... con i capelli decolorati, posticci, rasati, siliconati... avevano tutti una stessa aria concentrata che faceva a pugni con la buccia. Non era difficile intuire, dai loro occhi consumati e sfuggenti, quanto fossero geniali. La facoltà li reclutava previo superamento di una serie di test e prove quasi insormontabili. Non c'erano bluff o raccomandazioni che tenessero. Il lavoro che dovevano svolgere era violare sistematicamente le leggi del creato.
«Li teniamo immersi in una soluzione fisiologica. Due cannule nelle carotidi gli pompano in testa Mary Shelley e ossigeno. Ti fa impressione, ma'?»
«Buongiorno prof. Buongiorno signora».
Una ragazza sui venti, minuta, angelica, due orecchie da elfo enfatizzate da una lucida coda bassa, enormi occhi a mandorla e un bocciolo di bocca, ci si affiancò sorreggendo fra le braccia una scimmietta addormentata.
«Ciao Alice». Le rispose Giovanni. Benevolo. Paterno.
Colsi mezzo sorriso sul volto diafano della ragazza, che ci superò e si infilò in una stanza.

«Siamo quasi arrivati». Annunciò solenne Giovanni. Il corridoio svoltava a destra, proseguiva per un centinaio di metri, ed era troncato da un'enorme porta smaltata di bianco. Giovanni infilò una tessera in uno scanner e aspettò. La porta si aprì con un sommesso ronzio, su una bianca luce ovattata.
«Entra mamma».
Ebbi l'impressione di scivolare in un deposito di nuvole. Sulla parete di fondo, rivestita di alluminio anodizzato, decine di piccoli monitor a cristalli liquidi attraversati da diagrammi che fibrillavano e mutavano. Poco sotto, attacchi per l'ossigeno e il Mary Shelley, dai quali fuoriuscivano tubi trasparenti e sonde che confluivano nelle incubatrici allineate in basso.
Mi avvicinai, ipnotizzata da spie luminose, verdi, arancioni e rosse, che sporgevano come bottoni fra gli attacchi e i monitor e occhieggiavano selvaggiamente.
Respirai forte, mi feci coraggio e tuffai gli occhi nelle incubatrici. Scimmiette di vario tipo, girate su un fianco e rannicchiate in posizione fetale, immerse in un glitter gelatinoso, ristagnavano immobili, trafitte da cannule e sonde, in attesa di morire e resuscitare.
Buon Natale bestioline. Sussurrai rivolta a un cucciolo. Ma un ragazzo riccioluto dalle spalle all'insù, camice svolazzante e soprascarpe, lapis in bocca e notes contro il petto, attraversò il mio campo visivo. Accennò un saluto militare a Giovanni, e continuò per la sua strada.
Io socchiusi gli occhi su queste incongruenze, e mi chiesi che senso avessero queste ostentazioni di aggraziato ottimismo in un vivaio di zombie, questa estetica della manipolazione della morte.

Mi riscuoto, e la vellutata nel mio piatto mi riempie gli occhi.
Riatterro nel Natale presente.
Basta ricordare!
Papà siede davanti a me, accanto a Giovanni. Sono vestiti in modo simile: giacche scure e camicie a righe. Papà è una testolina nuda su un abito sgonfio. Due squarci sierosi gli aprono il collo all'altezza delle carotidi. Il marchio del revenant. A quanto dicono è morto tre mesi fa. E risorto quindici secondi dopo. Nel suo sguardo implorante, spaventato, infantile, striscia qualcosa di freddo. Sappiamo che la morte ha ripreso la sua lenta erosione.
Dovrebbe commuovermi, l'idea che stia affrontando tutto questo per me.
Un'ora fa, quando mi ha abbracciata nell'ingresso, sorretto da Giovanni, implorando ripetutamente il mio perdono, gli ho risposto: «Certo che ti perdono papà».
Ma non provavo niente, se non la meraviglia di scoprire che siamo alti uguali, perché si è accartocciato.
E adesso, a questa tavola imbandita con le posate d'argento dello scorso millennio, i calici di cristallo, e i piatti di porcellana colmi di un passato di verdura screziato da una nitida iridescenza verde, mi dico che neanche stavolta, al capolinea della nostra disastrosa storia familiare, riuscirò a dirgli quanto lo odio.

© 2009 Caterina Falconi