La rivista Fernandel
La copertina del numero 60 Susanna Bissoli, Amir




I
eri è venuto Amir. Ha suonato il campanello alle quattro in punto. Permesso, diceva mentre saliva la scala e io non riuscivo ancora a vederlo. Permesso. E io dicevo avanti, lo dicevo alla tromba delle scale. È arrivato su facendo gli scalini tre alla volta con due sporte piene di roba e io lo abbracciavo e lo baciavo per la contentezza e lui diceva ciao, ciao e stava lì in piedi con le sporte e si lasciava fare.
Sono molto arrabbiato con te, sai, ha detto. Tu proprio non capisci, non capisci che io non sono una persona per le feste. Io sono arrabbiato che tu sei malata e non mi dici quando hai bisogno. Se tu non chiamavi io non venivo mai più.
Susanna Bissoli
«Sto ultimando un master in mediazione culturale. Finalmente acquisisco strumenti che mi consentono di andare un po’ oltre la fascinazione che ho sempre avuto per le persone diverse da me per lingua, storia e cultura. In questo racconto è confluito anche il mio interesse per l’intimità. Credo che ci sia qualcosa di sacro in questa dimensione. Intimità può essere il sesso, a volte. Ma anche un uomo che accarezza un cane, una vecchia che ti chiede di abbottonarle il vestito, o anche un ragazzo di Kabul che appoggia la testa sulle tue gambe e ti parla come se tu fossi sua madre».
Dai, Amir. È un momento difficile.
È un momento difficile e tu non chiami. Dove metto questo.
Ma cos’hai portato, cos’è quella roba?
Frutta. Banane, uva, mele, succo di frutta, dice guardando le borse come se fossero trasparenti.
Amir, quella è la scorta per un anno.
Dove le metto.
Lascia stare, siediti un momento.
Dopo. Prima metto via le cose. Posso mettere in frigo?
Faccio io.
No, tu devi riposare.
Lo guardo che apre il frigo, si accuccia e comincia a stipare le confezioni.
Vuoi che sposti la mortadella, gli chiedo.
Ah, basta! Io sempre tocco il maiale quando cucino al ristorante.
Gli vedo per un momento la mortadella in mano.
Come mai sei a casa dal lavoro?
Ho preso le ferie per il ramadan.
Orco, è vero che c’è il ramadan. E come va?
Difficile! Undici mesi passano così, veloci veloci. Il mese di ramadan, lento. Cosa mangi tu?
Niente Amir. Proprio non riesco a mangiare niente, ancora. Ho la nausea.
Tu devi mangiare.
Dico sul serio, Amir. Non ci riesco.
Una banana.
No.
Un succo di frutta.
Amir, ho detto di no.
Sei proprio come mia mamma. Quando era dentro ospedale non voleva mangiare. Io mai non andavo via. Stavo lì con cucchiaio e dicevo per favore. Mangia questo per me. Se tu non mangi, come prendi la forza. Ti giuro, lei un mese che è stata all’ospedale, un mese che io mai ho dormito a casa. In Afghanistan non è come qui. Una persona malata mai non è da sola. Parenti e amici sempre vanno, cucinano. Invece qui in Italia, io non capisco. Cosa mangi?
Non mangio niente adesso, grazie.
Un succo di frutta.
No, grazie, non mi va.
Un succo di frutta non è niente, è acqua. Cosa vuoi. Pesca o pera?
Pera.
Ancora non è fresco. Intanto mangi una banana. Va bene una banana?
Va bene, Amir. Dammi una banana.
Lo guardo che la sbuccia e comincia a tagliarla su un piattino.
Quanti anni hai detto che ha tua mamma?, gli chiedo.
Quarantatre.
Solo due anni più di me.
Sì, ma tu sei giovane, mia mamma è vecchia.
Porta il burka, tua mamma?
Adesso no. Mangia la banana.
La sto mangiando, Amir. Ne ho già mangiato due fette. E prima, invece, lo portava?
Con taleban sì. Una volta è venuta a vedere io che giocavo calcio senza burka e ho detto mamma mia, tu sei matta. Tu con me non sali in macchina così, io non ti porto a casa.
Perché?
Perché taliban poi fermano macchina e la donna solo spingono via così (mima una spinta) e dicono copriti, tu. A uomo dicono scendi dalla macchina, tu capo di famiglia, perché tu fai uscire tua mamma senza burka. Dicono girati, mettono mani sulla macchina e loro danno frustate.
Una volta io guidavo, avevo capelli un po’ lunghi e un taliban ha detto di fermare. Lui ha preso i miei capelli e ha tagliato con coltello, poi ha detto: adesso vai a barbiere. Quel giorno sono tornato a casa che piangiuto e ho detto a mia mamma basta, io non ce la faccio più, io vado via da questo paese. Sono i miei capelli. Nessuno può toccare i miei capelli. Mangia.
Ho mangiato tanto a colazione. Davvero.
Tu dici le bugie.
Mi abbraccia e piega con la mano la mia testa contro la sua. Poi comincia a dondolare e mi canta una canzone triste con la voce stonata.
La cantava mia mamma quando ero piccolo. Dice che pazienza è amara, ma dopo c’è dolcezza grande come il mare. Mangia ancora un po’.
No, Amir.
Ma lui infila un pezzo di banana sulla forchetta e me l’appoggia alle labbra. Apro la bocca. Inghiotto.
Adesso basta. Tanto non sento il sapore.
Va bene, basta.
Comunque sto molto meglio. Sono guarita. Questo è solo l’effetto della terapia.
Certo.
Ho voglia di fare un giro. Mi accompagni a fare due passi in collina?
Ma tu stanca, no? Come vanno le gambe.
Bene.
Lui prende una sedia, si siede davanti a me, mi sfila le ciabatte. Dai qua, dice, e mi solleva una gamba, se l’appoggia in grembo e comincia a massaggiarla con energia. Io mi irrigidisco, ma lui non sembra accorgersene. Questo massaggio molto buono, dice.
È così che facevate prima delle partite?
Sì, nostro massaggiatore, bravissimo!
E qui, l’hai trovata una squadra?
No, che squadra, bisogna lavoro! Bisogna di soldi, casa, poi porto mia mamma poi tu e Sandro venite tutte le domeniche per mangiare. Adesso l’altra, per favore.
Mi prende l’altra gamba e comincia a massaggiare. Non so come dirgli che in questo momento il contatto fisico mi da fastidio, che ho paura perfino delle carezze.
E la patente? La prendi la patente?
Io so guidare.
Lo so, ma la patente?
Ho preso i libri. Ma, difficile! Ci sono parole difficili. Parole come “carreggiata”, “spartitraffico”. Cos’è “spartitraffico”?
Se vieni con il libro te le insegno, le parole.
Tu sei grande! Adesso, cosa posso fare per te?
Niente, un tè.
Va bene, un tè è facile. Ma cosa posso fare? Hai finito di portare libri?
Sono ancora tutti in cantina.
Sandro non ha portato su?
Sandro è sempre stanco. Lavora tanto.
Anch’io lavoro tanto! Portiamo su.
Sono molto pesanti, Amir.
Io forte!
Ma sei in ramadan, sei a digiuno.
Dio è grande. Non sai tu, con ramadan più forte diventi!

Siamo andati in cantina. Amir non voleva che scendessi le scale. Ha insistito per prendermi sottobraccio. Quando ho visto la montagna di cassette e scatoloni mi ha preso lo sconforto. La mia vita è lì, arenata in cantina, sospesa. Il pesce di terracotta che per anni ha avuto il suo posto sulla mia scrivania sbuca con la testa da una scatola di cartone. Boccheggia.
Lascia stare, Amir. Un’altra volta, dico.
Ma lui si è già tirato su le maniche e dice quali? Questi? E senza aspettare risposta ha messo tre scatoloni uno sopra l’altro e li ha tirati su con uno sforzo.
No. Quelle sono tutte fotocopie. Non saprei dove metterle.
Allora dimmi quali. Questi? E indica degli altri scatoloni con il mento.
Lascia stare, Amir, metti giù. Devo fare spazio prima.
Mi guarda. La sua pelle è scura eppure lo vedo pallido. Sono i muscoli che sta mettendo a mia disposizione, muscoli e ostinazione.
Tu quando porti? Mi dice. Questa tua casa adesso, no? Tu porti su e dopo pensa lo spazio. È lì con gli scatoloni in braccio, una goccia di sudore gli appare sulla fronte.
Va bene, dico. Solo quelli, poi basta.
Lui infila le scale gridando tu piano piano, va bene?
Con quattro salti è di sopra. Dopotutto ha vent’anni. Poggia gli scatoloni in entrata e sospira. Mi accorgo che uno è quello dei vocabolari.
Adesso siediti, Amir, per favore.
Faccio il tè.
No, lo faccio io il tè
Tu siedi, tu sei la mia insegnante.
Posso farlo un tè, non sono più malata.
Si siede sul divano.
Ho finito i semi di cardamomo, gli dico.
Se sapevo, portavo io. Tu non mi dici mai cosa serve. Tu non mi dici quando hai bisogno. Io non sono una persona per le feste, capito. Giura che tu non fai più come hai fatto. Giura che chiami quando hai bisogno.
Lo giuro.
Mentre aspettiamo che bolla l’acqua mi siedo anch’io sul divano. Lui si sdraia e appoggia la testa sulle mie gambe.
Dice: A Kabul quando la sera tornavo, prima di andare a letto io sempre stavo un po’ così con mia mamma. Mamma mia, lei adesso arrabbiata con me. Io mando soldi lei dice non voglio soldi, voglio che tu ritorni. Ma se io torno loro ammazzano me. Tu vuoi che io morto?
Penso a quella donna di Kabul che ha perso il marito in guerra e poi due figli, per un razzo. Penso che effetto le farebbe vedermi in questo atteggiamento con suo figlio. Potrebbe essere mio, se avessi partorito a vent’anni. Gli accarezzo la fronte e lui sorride. Ha un sorriso bellissimo.

Mamma mia, è notte, dice all’improvviso.
Infatti è venuto buio, l’acqua si è consumata nel pentolino.
Mi dispiace tanto, dice, devo andare. Cinque e mezza ho appuntamento con avvocato di sportello migranti. A che ora è l’autobus?

Non vuole che lo accompagni giù.
Tu vai a letto e riposa, dice.
Cerca di non prendere freddo, gli rispondo.
Aspetto di sentire lo scatto della porta d’ingresso che si chiude, poi infilo le scale, le faccio di corsa. Su e giù, su e giù, su e giù, sempre di corsa, per quattro volte. Infine salgo e chiudo la porta alle mie spalle. Mi appoggio allo stipite. Guardo il divano, poi il buio fuori della finestra. Ascolto il mio respiro.

© Copyright 2007 Susanna Bissoli (originariamente pubblicato su "Fernandel" n. 60, aprile-giugno 2007)