Collana Fernandel

Quote rosa. Donne, politica e società nei racconti delle ragazze italiane


Quote rosa

Radio e Tv


  • Presentazione a Dispenser su Radio 2 (Matteo Bordone, 5 febbraio 2007)

  • Pagine: 192
    Isbn: 9788887433777
    Collana: Fernandel
    Data di pubblicazione: gennaio 2007
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    Lo sguardo delle donne di oggi sulla nostra società


    “Quote rosa” è un’espressione diventata di uso comune, a indicare la difficoltà delle donne a imporsi in ambito politico e sociale. E raccontare le donne nell'Italia di oggi è l'obiettivo di questa antologia, una raccolta tutta al femminile nata da un'idea di Gianluca Morozzi e Grazia Verasani. In Quote rosa le donne si raccontano descrivendo un presente fatto di incertezze e di crisi dei ruoli tradizionali. Le autrici, di età compresa fra i venti e i quarant'anni, affrontano temi che toccano da vicino la condizione femminile, come la spinta all'emancipazione dalla famiglia e da ruoli patriarcali ormai arcaici, il desiderio spesso frustrato di maternità, la scoperta di una propria identità sessuale, i problemi di inserimento nel mondo del lavoro. Il risultato è un materiale vivo, in cui storie che sembrano partire dal territorio dei sentimenti diventano lo specchio di un'intera generazione.
    Copertina di Luca De Luise.


     Foto di gruppo delle autrici, con Gianluca Morozzi in primo piano, Grazia Verasani sullo sfondo

    Le autrici:
    Elena Battista, Susanna Bissoli, Francesca Bonafini, Stefania Bondini, Patrizia Caffiero, Barbara Delfino, Mascia Di Marco, Elisa Finocchiaro, Elisa Genghini, Deborah Rim Moiso, Viola Rispoli, Elisa Ruotolo, Daniela Russo, Federica Senigagliesi, Nadia Terranova, Grazia Verasani.

    L’idea di Quote rosa


    L’idea di Quote rosa nasce essenzialmente per promuovere autrici esordienti. Considerando la scarsità di spazi che nelle antologie vengono lasciati alle donne (in media due, tre autrici e una ventina di autori), ci è sembrato giusto omaggiarle di uno spazio tutto loro.
    È un momento di grande difficoltà per le donne, nel lavoro e non solo, vittime troppo spesso di discriminazioni e violenze. Marx diceva: «La libertà delle donne è il primo termometro per misurare il progresso di una società». Anche per questo, e per sfatare il luogo comune che le donne sanno solo radiografare i propri batticuori o raccontare l’erotismo, abbiamo chiesto alle autrici di affrontare tematiche sociali. Quote rosa ci sembrava il titolo più immediato per far capire l’intento delle autrici di uscire da se stesse, da un intimismo di maniera (o tipico della scrittura di getto), per raccontare storie dove l’autobiografismo si mescola alla finzione, e il personale diventa universale. Sono arrivati molti racconti, e alcuni fuori tema. È stato quindi necessario scegliere quelli che abbiamo ritenuto più vicini alle caratteristiche richieste. Il risultato ci sembra buono e siamo convinti che per molte di queste autrici la pubblicazione nell’antologia non rappresenti un caso isolato, un momentaneo esperimento di scrittura, ma il primo contatto con l’editoria e la prima di una lunga serie di pubblicazioni. Ci piace anche pensare che lo sforzo di dare voce a autrici nuove venga ricompensato da un’attenzione della stampa, dell’editoria, delle lettrici (statisticamente in maggioranza rispetto ai lettori) nei confronti di un universo femminile che rischia di rimanere un sottobosco minoritario.
    Dai racconti e dalle note biografiche delle autrici emerge una contemporaneità di mezzi di espressione (i blog, ad esempio), oltre alle lauree, che spesso non servono a trovare un’occupazione, e una partecipazione attiva nelle attività sociali e culturali, ma anche un’ironia e una sensibilità che a nostro parere fanno la differenza.

    Grazia Verasani


    Rassegna stampa

    Per quota ricevuta (Francesca Frediani, «D la Repubblica delle Donne», 27 gennaio 2007)

    Se c'è un campo in cui le quote rosa sarebbero fortunatamente inutili, è probabilmente quello della letteratura, dove un'equa percentuale di scrittrici di successo accomuna best seller e genere. La buona idea è approfittarne anche per raccontare con la grazia della letteratura, in quindici racconti più efficaci di qualsiasi saggio o indagine sociologica, la condizione della donna oggi. Quindici racconti di altrettante debuttanti assolute (tutte under 35) sul diritto di voto e l'immigrazione, sul lavoro e soprattutto la mancanza di lavoro, sul Sud e sul Nord, sulla necessità di partire e sulla sfida di restare. Più uno, poco importa, firmato "dalla Grazia Verasani di Quo Vadis Baby" - appellativo diventato ormai consuetudine per la scrittrice bolognese sdoganata al grande pubblico dall'omonimo film di Gabriele Salvatores - che della raccolta è anche la curatrice insieme a Gianluca Morozzi. Le storie stanno lì a dimostrare che le ragazze sanno descrivere il mondo, e non solo il proprio ombelico.

    Lettura al femminile (Florinda Fiamma, Railibro.it, 5 febbraio 2007)

    La casa editrice Fernandel è nota per la passione con cui scopre giovani esordienti che si sono spesso dimostrati scrittori di razza (come Paolo Nori, Gianluca Morozzi, Grazia Verasani e diversi altri). È un vivaio di cui possiamo fidarci. Il punto di vista scelto per la raccolta “Quote rosa. Donne, politica e società nei racconti delle ragazze italiane” è, chiaramente, quello femminile: sedici scrittrici, che hanno tra i venti e i quarant’anni, ci raccontano dalla loro ottica l’esperienza della scrittura, del lavoro, della sessualità, dei rapporti familiari e sociali. Sono storie in cui il mondo viene visto attraverso uno sguardo tutto speciale. Railibro ha scelto di intervistare alcune di loro per conoscere le loro storie.

    La prima domanda è per Grazia Verasani, già autrice dello splendido “Quo vadis, baby”. “Quote rosa” nasce da un’idea tua e di Gianluca Morozzi. Cosa vi ha spinto a cercare nuove esordienti scegliendole attraverso la prospettiva femminile, e con quale criterio hai selezionato i racconti della raccolta?
    Quote rosa, il cui titolo ci sembrava di presa immediata per far capire che era una scelta antologica collegata alle tematiche sociali e ristretta alle voci femminili, è un’idea nata da Gianulca Morozzi, dall’editore Giorgio Pozzi e da me, per dare rilievo a giovani autrici esordienti e sconosciute, fare sentire le loro voci, a maggior ragione valutando che le scelte antologiche soffrono spesso di una carenza di autrici, discriminazione più o meno decisa da alcuni curatori di antologie, non credo per assenza di materiale ma per una sorta di preconcetto che stabilisce che le donne sappiano solo raccontare i propri batticuori o l’erotismo.
    Così si è dato a tutte le autrici un tema rivolto al sociale, per avere un filo conduttore e connotare l’antologia in modo definito. Sono arrivati molti racconti e li abbiamo selezionati in base all’argomento richiesto, scartando chi ci sembrava fuori tema. Siamo tutti molto orgogliosi di questo progetto, rivolto alle donne, alle nuovi voci della narrativa italiana. Ovvio che ognuno ha le sue preferite, i racconti che maggiormente lo hanno colpito o in cui si intravede chiaramente un potenziale futuro. E io personalmente mi auguro di leggere presto i romanzi di molte tra queste giovani autrici.

    A chiudere la raccolta c’è anche un racconto tuo, “Poco importa”. Una bella attrice di provincia che avrebbe voluto fare teatro o cinema d’autore, che ha letto Shakespeare e vinto premi prestigiosi. Ma che un pomeriggio si trova nel laido ufficio di un ministeriale della tv a cercare una scorciatoia. È la scelta più facile, ma sembra anche la più dolorosa...
    Il mio racconto è solo un piccolo omaggio fatto a un editore che stimo e che è stato il primo, nel ’99, a credere in me e a pubblicare i miei primi romanzi. Essendo più “nota” come autrice il mio intervento era anche una sorta di incentivo, di appoggio morale e sinergico a tutte le autrici presenti, per essere totalmente dalla loro parte, come una sorella maggiore e più fortunata, e sposare la loro causa. Cosa che avrebbe fatto anche Morozzi se non fosse un maschietto.
    Per quanto riguarda la storia del raccontino in sé, è uno sguardo realistico su un luogo comune purtroppo consolidato. Il compromesso a cui alcune artiste o pseudo tali soccombono per realizzare i loro sogni, l’uso conseguente del proprio corpo, che è cronaca quotidiana. Conosco attrici talentuose cui viene offerta solo qualche particina in tv, dato che cinema e teatro versano in pessime acque, ed entrare nei cast è spesso facilitato da raccomandazioni o, nel peggiore dei casi, dall’offerta del vecchio “divano del produttore” (in questo caso “del politico”). Ho tratteggiato quel tipo di corruzione, di cui una donna a mio parere non dovrebbe essere mai connivente, per sottolineare i casi dove avviene un uso immorale del potere politico, e la sempre più marcata assenza di meritocrazia. Partendo dal presupposto, ma è una mia opinione, che una donna fa sempre il doppio della fatica per dimostrare di valere qualcosa, ho solo voluto offrire una scena desolante per dimostrare che a volte etica e politica non corrispondono e che le donne, per non maltrattare la propria intelligenza, dovrebbero ribellarsi.

    Nadia Terranova, sei una delle esordienti della raccolta, le protagoniste del tuo racconto sono Aurora, una neolaureata, ex-stagista, con contratto a progetto in una casa editrice, insieme a Livia, una rampante addetta stampa. Dopo i “tradimenti” accademici e le frustrazioni del precariato, la passione per i libri la porta a una svolta nella sua vita. Aurora riesce a sferrare un colpo da maestro creando addirittura un “caso editoriale”: un bel colpo per il “Piccolo Editore Di Sinistra” dove lavora. Tu sei l’assistente editor di narrativa straniera in una nota casa editrice romana, il tuo racconto un po’ ti somiglia...
    C’è qualcosa di me in Aurora, che per la smania di fare e proporre si ritrova nei pasticci, ma anche in Livia, che grazie a un lampo di genio e a un po’ di sana solidarietà si fa venire in mente l’idea giusta per aiutare la sua amica a uscire dall’empasse. Immagino una situazione lavorativa in cui diventa determinante la sinergia fra persone diverse: non solo si converge verso la soluzione di un problema ma si crea un vero e proprio successo. Aurora si ritrova fra le mani un libro che le piace al punto da convincere tutti: è così che nascono i “casi”, libri splendidi oppure orrendi ma accomunati dal fatto che editori, autori o stampa ci hanno creduto fortemente, e che poi per le coincidenze più diverse sono arrivati al pubblico al momento giusto.

    Cosa ti ha incuriosito del concorso di Fernandel “Quote rosa”? Perché e come hai scelto di raccontare una storia “al femminile”?
    La clausola “al femminile” non è stata determinante. È stato decisivo invece che il concorso venisse da Fernandel, una casa editrice che seguivo con interesse. E che il tema fosse il lavoro. Lavoro da quando avevo ventiquattro anni e non mi sono mai fermata: stagista, ghost writer, ghost translator, correttrice di bozze, disoccupata, traduttrice, giornalista, giornalista web, editor e ghost editor. Come molti miei coetanei conosco bene la precarietà e il lavoro nero e volevo raccontare questo entusiasmo che sopravvive nonostante tutto, come l’erbaccia ai giardini pubblici. In fondo è l’alternativa speculare alla Morte in banca di Pontiggia. Da lavoratrice mi auguro che governo e aziende trovino una via di mezzo: si chiama flessibilità comprensiva di diritti, e non è poi così difficile.

    Stefania Bondini è l’ultima delle intervistate. Lei ha scritto il racconto “Diciotto carati”. È la storia di una giovane operaia che lavora in una fabbrica di gioielli. Giovane ma già rassegnatissima: alla routine della fabbrica e del matrimonio, al rumore infernale delle macchine, alle regole sociali per le quali chiunque osi tentare una strada diversa è uno “strano”. Come Lara, l’operaia addetta alla lucidatura che fa presto carriera e che, nel tempo libero, studia per avere un diploma. Sfiori il tema quasi “sindacale” della durezza del lavoro in fabbrica, ma in fondo mi sembra che tu abbia scritto una storia ottimista, che suggerisce che tutti avrebbero la possibilità di emanciparsi da una situazione sgradita...
    O almeno dovrebbero provarci. Vedi, io vengo da una piccola città (uno di quei centri di provincia dove tutto è ordinato e pulito e preciso come un cucù svizzero) e qualche volta - solo qualche volta, per fortuna – l’impressione che ho è quella di trovarmi ancora dentro un romanzo di Cassola. Ora, i romanzi di Cassola sono stupendi (ce ne fosse di gente che scrive come lui, oggi!), ma credo che esserne le protagoniste sia quantomeno terrificante, perché lì le ragazze “sono beate” quando hanno il fidanzato e la casa e sfornato qualche marmocchio. Ecco, io non dico che questo sia sbagliato, se davvero lo vuoi (e ci mancherebbe) ma non mi piace quando ti viene inculcato a forza. Quando ti fanno crescere con l'idea che quello è il massimo, il top, che più di così dalla vita non si può pretendere e che più di così da te stessa non puoi pretendere. E quando te lo impongono il risultato poi si vede: la voce narrante del mio racconto probabilmente diventerà una donna acida e frustrata e passerà le serate a lamentarsi col marito e i figli (quelle lagne terribili del tipo “con tutto quello che ho fatto per voi è così che mi ripagate” ecc. ecc.) solo perché nessuno le ha dato la possibilità di mettersi davvero alla prova. Magari anche Lara sarà acida e frustrata, ma almeno se lo sarà scelto! Non so, magari tutto questo discorso può sembrare anche un po’ vetero femminista o qualcosa del genere, ma davvero di gente così ne vedo ogni giorno e mi mette una tristezza d'inferno. E poi quando le femministe andavano in strada cantando “tremate tremate le streghe son tornate” io avevo due anni e adesso che l’età ce l’avrei lo slogan è passato di moda. Sarà mica il caso di rispolverarlo?

    La difficile vita delle donne al tempo delle quote rosa (Pietro Spirito, «Il Piccolo», 13 febbraio 2007)

    Viviamo in una società largamente imperfetta se è vero, come è vero, che enti e istituzioni devono munirsi di apposite commissioni per garantire pari opportunità alle donne negli organismi di rappresentanza. Come se non dovesse essere scontata, naturale, un'ampia partecipazione delle donne alla politica, alla gestione delle istituzioni, alla vita sociale, insomma la partecipazione a tutto. E' triste che le donne, nella nostra società, debbano essere ancora considerate un po' come i panda, una specie da proteggere e tutelare. Eppure è così. E lo è a maggior ragione in un'Italia che ha ancora parecchio da fare per quanto riguarda emancipazione culturale, educazione, rispetto, insomma quelle tre o quattro cose che chiamiamo civiltà. Per questo il concetto di "quote rosa" ha in sè qualcosa di limitativo: sarebbe meglio non ci fosse bisogno di istituire "quote rosa".
    Il punto è che, a quanto pare, non è facile essere donna oggi. Basta leggere i racconti di un'antologia appena uscita per l'editrice Fernandel di Ravenna, intitolata appunto "Quote rosa", ovvero "Donne, politica e società nei racconti di ragazze italiane". Nata da un'idea di un autore culto per tanti giovani, Gianluca Morozzi, e di una scrittrice formidabile come Grazia Verasani, l'antologia raccoglie i racconti di dieci autrici, di età compresa fra i venti e i quarant'anni, che mi sembra giusto presentare una alla volta: Elena Battista, Susanna Bissoli, Francesca Bonafini, Stefania Bondini, Patrizia Caffiero, Barbara Delfino, Mascia Di Marco, Elisa Finocchiaro, Elisa Genghini, Deborah Rim Moiso, Viola Rispoli, Elisa Ruotolo, Daniela Russo, Federica Senigagliesi, Nadia Terranova, la stessa Grazia Verasani.
    L'emancipazione dai tradizionali ruoli familiari, la precarietà del lavoro, la maternità, l'identità sessuale, l'amore: sono alcuni dei temi messi in scena nei racconti di questa pattuglia di narratrici con una scrittura sempre trasversale e profonda, immaginifica e colorata come solo la scrittura femminile sa essere. La rappresentazione del mondo femminile italiano contemporaneo che emerge dai racconti non è rassicurante: le giovani donne di "Quote rosa" ogni giorno camminano su uno strato di ghiaccio sottile, sono alle prese con una ridefinizione costante della propria identità, combattono una guerra dove il nemico è spesso invisibile e sfuggente, devono continuamente fare i conti con loro stesse in rapporto a una società che, come in una centrifuga contraria, spesso le spinge verso i margini, in territori a volte bui e pericolosi, dove c'è il rischio di perdersi. Come la protagonista del racconto della Verasani, una ragazza in cerca di lavoro in una televisione che mentre sta per concedersi al portaborse di turno - unico modo per ottenere il posto - pensa che adesso "non ha più eroine a cui riferirsi, e il personaggio che deve interpretare non le piace affatto".

    Quote rosa, nuove scrittrici crescono (Valentina Desalvo, «Repubblica», 13 febbraio 2007)

    Quotidianità grigia in pillole (Elisabetta Mondello, «Liberazione», 4 marzo 2007)

    E' una piccola antologia pubblicata da una piccola casa editrice, ma l'ambizione è tanta: raccontare le donne nell'Italia di oggi e, insieme, promuovere autrici esordienti. Il libro edito dalla Fernandel dichiara il suo territorio fin dal titolo, Quote rosa. Donne, politica e società nei racconti delle ragazze italiane, mediante l'assunzione - apparentemente inequivocabile - di un orizzonte progettuale che deriva da quell'espressione entrata nel gergo politico e nel lessico diffuso, la quale denuncia la perdurante difficoltà delle donne a bucare il cielo della parità, e contemporaneamente, indica un modello (protezionistico, per così dire) per porvi un marginale rimedio. Dunque l'antologia si autodefinisce un luogo riservato (una "quota") per le autrici, a fronte degli ostacoli esistenti tuttora nel mondo editoriale per le scritture femminili? Apparentemente (il comunicato stampa lo conferma) è questo il senso del titolo. Ma più giustamente il risvolto di copertina sposta il discorso sul sottotitolo, perché il volume, dando voce a 16 autrici in larga misura esordienti, davvero racconta il mondo delle donne nell'Italia attuale, depressa, in crisi, lacerata dalla non coincidenza dei bisogni, desideri e realtà.
    Se si autopromuovessero solo quale una "quota", l'antologia e l'intera operazione della Fernandel avrebbero un valore limitato, seppur apprezzabile. Invece è una raccolta che spicca nel panorama editoriale contemporaneo, affollato di antologie come mai nella storia italiana da quando il genere antologico (all'incirca dalla metà degli anni 90, e in un crescendo) sembra aver assunto i ruoli che nella tradizione novecentesca erano rivolti alla rivista, ossia quelli di luogo di formazione del pensiero intellettuale, di spazio dedicato per gli esordi letterari e di specchio della propria epoca. Chi esordisce oggi su una rivista letteraria? Quale periodico ha un'autoritas riconosciuta che vada oltre, nei casi migliori, le recensioni?
    Nata da un'idea di Grazia Verasani (nota al pubblico per Quo vadis, baby?, da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film) Gianluca Morozzi (autore di molti romanzi, fra cui il fortunato Blackout), realizzato attraverso un affollato concorso tematico e pubblicata dall'editore di Ravenna che ha una vocazione alla scoperta delle nuove scritture (Paolo Nori e gli stessi Verasani e Morozzi), l'antologia offre uno dei migliori e convincenti ritratti della contemporaneità che siano usciti da anni. E' ovviamente la polifonia, la pluralità delle voci in maggioranza "under 35", ad agire quale motore di una macchina narrativa che funziona quasi in senso romanzesco: seppur diversi per temi, punti di vista, ambientazioni i testi sembrano costituirsi come un interrotto racconto di come si posizionano le donne nei confronti della realtà, si tratti della sfera emozionale e cognitiva, o del mondo del lavoro precario, ripetitivo, poco gratificante.
    E' quasi un romanzo frantumato in tanti capitoli questo Quote rosa, nel suo raccontare attraverso tante microstorie un'identità femminile che solo apparentemente è plurima mentre, in realtà, narra le sue declinazioni, le quali appaiono sostenute in modo vistoso da una unitarietà. Anche perché (ma forse deriva dai gusti dei curatori o da un editing), con qualche palese eccezione, la maggioranza dei testi mostrano un orizzonte lessicale, stilistico e strutturale simile: identica lingua intermedia, un io narrante forte, un'attenzione alla descrizione della geografia dei costumi, un certo citazionismo, una sorridente ironia che, da qualche decennio, sembra essere un tratto delle scritture femminili.
    Le trentenni (o poco meno) che si raccontano nelle vesti di personaggi carta prediligono le vie del realismo, caratteristica anch'essa ricorrente nelle scrittrici e, in tutta probabilità, rinforzata dalla richiesta del concorso di affrontare argomenti sociali. Il che sposta, inevitabilmente l'asse dei racconti sul versante dei contenuti: e che l'antologia racconti storie, i vissuti possibili e l'autopercezione di sé di una generazione di donne meglio di un saggio sociologico è indiscutibile. Gira un'aria di tipicità e di rappresentanza molto forte nel libro, sotto ogni aspetto, non solo per le scelte tematiche. Le autrici che hanno vinto a cui si è aggiunta Grazia Verasani con il racconto che chiude l'antologia, provengono da mezza Italia (molte dal Sud) e hanno biografie anch'esse paradigmatiche. Incarnano perfettamente uno spicchio del "pianeta-giovani donne" che il libro vuole mostrare, quello delle laureate nelle più diverse facoltà o delle donne impiegate nei più vari mestieri che si sperimentano nella scrittura creativa dopo aver attraversato, anche loro, la precarietà e la pluralità delle esperienze di impiego. La Fernandel, visto il successo, lancia un nuovo concorso sul tema della maternità voluta o negata (www.fernandel.it): è una scelta editoriale interessante proprio per la sua serialità, sebbene corra l'ovvio rischio dell'eccesso contenutistico. Forse sarebbe giusto chiedere alle esordienti non solo di mettersi alla prova con trame che si propongano come uno specchio di una generazione, ma anche di trovare una lingua non omologata e uniforme per raccontarle.

    Avere meno di quarant'anni e resistere al precariato di genere (Viola Giannoli, «Il Riformista», 7 marzo 2007)

    Duro e commovente (Teo Lorini, «Pulp», marzo-aprile 2007)

    Il titolo potrebbe sembrare un ammiccamento ironico alle ciance sulla rappresentanza femminile nelle liste elettorali che tanto squallore hanno aggiunto all’ultima, già penosa, bagarre elettorale. Quote rosa è invece un volume estremamente serio che colpisce per compattezza stilistica e conferma che i risultati non mancano quando il vaglio del materiale è rigoroso. All’interno, un panorama esteso e per nulla rassicurante della nostra contemporaneità e in particolare del ruolo che in essa è riservato (ma verrebbe da dire rimane) alle donne. Molti di questi racconti riflettono sul mondo del lavoro: la fatica per approdare a una professionalità in qualche misura appagante (le solide prove di Stefania Rondini e Daniela Russo); la dimensione della precarietà vissuta nella propria carne prima ancora che nella psiche (Viola Rispoli con un racconto che non concede sconti e Federica Senigagliesi, con uno poetico e straziante). Altri parlano di famiglie: i loro retaggi (Deborah Rim Moiso), i ruoli sclerotizzati (Patrizia Caffiero), l’affetto che si chiude addosso fino all’asfissia (il testo intenso e per nulla scontato di Elisa Finocchiaro). Parecchi esprimono rabbia, pura e irrimediabile. Ma le gemme di questa raccolta sono tre racconti d’esordio che compendiano questi temi (e non solo) con in più un’efficacia stilistica davvero originale: Elena Battista prende spunto dal diritto di voto per raccontare con una tenerezza autenticamente dolorosa il rapporto con la vecchiaia e la morte. Elisa Ruotolo circoscrive la parabola della sua protagonista nell’ottusa aridità delle statistiche occupazionali e lo fa con uno stil sorprendente per sicurezza e intensità lirica. Susanna Bissoli riesce a riflettere sul percorso di formazione dell’identità sessuale senza inciampare mai in retorica o pietismo, ma aggiungendo di suo uno sguardo sul mondo che colpisce per freschezza e disarmata sincerità. A completare i 15 esordi di Quote rosa, spicca come una sorta di bonus-track, “Poco importa” di Grazia Verasani che trae spunto dai passaggi di Gregoraci e co. per i divani della Farnesina: il risultato è duro e insieme commovente anche se le cronache recenti provano che la realtà, una volta di più, ha saputo superare la letteratura.

    Consigliato vivamente (Renzo Brollo, Dadamag, 17 maggio 2007)

    I racconti sono strane bestie, perché lampi che appaiono e scompaiono, squarci di luce che risplendono e poi rimane il buio e il ricordo di loro. I racconti al femminile sono qualcosa di più, impossibili da decifrare completamente, non si sciolgono del tutto come zucchero dentro ad un bicchiere con troppa poca acqua. Una raccolta di racconti tutti al femminile è un pianeta alieno, un clima strano vi si respira dentro. Se poi, come in questo caso, la qualità è sempre medio-alta, l'impressione e l'impatto sono davvero forti. Nato da un'idea di Gianluca Morozzi e Grazia Versani, questo libro raccoglie i racconti di sedici giovani donne, dai venti ai quarant'anni. Tutte portano il loro contributo, in tutte si respira un'aria di sfida nei confronti dell'uomo. Ah, come siamo meschini! Descritti in modo secco e spietato, in pochi si salvano veramente e solo un padre o il suo ricordo nel tempo si salva. Un caleidoscopio femmina, abbraccio del mondo in tutti i suoi aspetti politici e sociali. Il lavoro, la famiglia, l'amore, il sesso, la politica, le gerarchie, tutto viene passato al setaccio, ma non sdoganato per poi essere compreso. Anzi, il tutto diventa poi, per un maschietto, ancora più ingarbugliato. Un gomitolo che si attorciglia da sé e se prima ne distinguevi il filo e la sua testa, ora non sai più da che parte prenderlo.
    «...gli uomini non sono empatici, Daniela, neanche i più teneri. E io sono sempre più triste». Così ci racconta una delle protagoniste. E' una frase bomba, un passaggio sopra un ponte nel quale le assi si spezzano e cadiamo nel baratro che ci sta sotto. Non è possibile accondiscendere completamente a questo teorema, perché l'empatia, secondo chi scrive, non esiste. E di sicuro se ci fosse, sarebbe reciproca, asessuata. Non funzionerebbe in una sola direzione, condizionando le vite di un solo mondo. Dichiararsi capaci di comprendere l'altro fino in fondo è dire il falso. Questa magia può davvero accedere certo, ma come un cerino è destinata a bruciare in fretta e, prima o poi, a spegnersi. Così come l'artista che si unisce al suo pubblico e il pubblico diventa arte stessa, ma fino alla fine dello spettacolo, fino alla prossima apertura dei cancelli. Fino a mezzanotte... ricordate, la favola di Cenerentola?
    Un comune denominatore dei racconti è la precarietà, soprattutto occupazionale. Sembrerebbe che non ci sia gusto nel raccontare di una manager con problemi, delle sue possibili avventure o emozioni. Le donne, per loro stessa ammissione, si pongono al principio del cammino, per poterlo fare tutto e, giustamente, affermare questo fatto. Orgogliose, più forti del previsto, più fisiche e più profonde di quanto una tinta o dei colpi di sole facciano supporre.
    Amiamole queste donne, appoggiamole, incitiamole, che sono capaci di grandi cose. Le donne che sanno veramente scrivere producono grandi cose, emozionano, fanno arrabbiare, pensare, a volte piangere. Consiglio vivamente questo libro, leggendo prima di ogni racconto la breve biografia delle autrici che sta a fine libro. Un modo per entrare dentro la storia prima ancora di aver aperto la porta. I migliori, secondo l'autore, "Un posto al sud", "Inferno acustico", "Un libro ti salva la vita", "Bruno".

    Amiche, zie, sorelle d'Italia (Piersandro Pallavicini, «La Stampa Tuttolibri», 2 giugno 2007)

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