Ada Negri, Stella mattutina
Pubblicato nel 1921, Stella mattutina è il romanzo autobiografico in cui Ada Negri torna all’infanzia e all’adolescenza trascorse a Lodi, nella portineria di un palazzo borghese.
Attorno alla bambina prendono forma la madre, la nonna, gli abitanti del palazzo e una galleria di figure osservate con uno sguardo ora affettuoso ora impietoso.
La scuola, le strade della città, la fabbrica in cui la madre lavora nelle durissime condizioni di fine Ottocento, e soprattutto le letture in cui la piccola Ada si immerge, accompagnano la scoperta di una vocazione artistica ancora indistinta, ma che nessuno, ne è certa, le potrà sottrarre.
Stella mattutina è il racconto della nascita di una coscienza: quella di una donna che dovrà affermare se stessa nel mondo senza rinunciare alla parte più profonda e inviolabile di sé. Un testo in cui memoria, condizione femminile e aspirazione all’autodeterminazione si intrecciano in una prosa limpida e intensamente poetica.
Ada Negri in una foto del 1894
wikipedia.org/Ada_Negri
Io vedo – nel tempo – una bambina.
Scarna, diritta, agile. Ma non posso dire come sia, veramente, il suo volto: perché nell’abitazione della bambina non v’è che un piccolo specchio di chi sa quant’anni, sparso di chiazze nere e verdognole; e la bambina non pensa mai a mettervi gli occhi; e non potrà, più tardi, aver memoria del proprio viso di allora.
L’abitazione della bambina è la portineria d’un palazzo padronale, in una piccola via d’una piccola città lombarda.
Nel palazzo non vi sono che due inquilini, occupanti alcune stanze del secondo piano: un vecchio pensionato, magro, con la sua governante Tereson: una vecchia signora, grassa, che ogni mese cambia domestica. Il resto è tutto abitato dai padroni: gente ricca, gente nobile.
Quando rientrano in carrozza dalla passeggiata, bisogna spalancare il cancello del portone; e, siccome la nonna (custode della portineria) è troppo indebolita dagli anni, è la bambina settenne che deve farlo. Non ha mai pensato, naturalmente, che tale atto le possa essere di umiliazione; ma non lo compie volentieri. [...]
Scarna, diritta, agile. Ma non posso dire come sia, veramente, il suo volto: perché nell’abitazione della bambina non v’è che un piccolo specchio di chi sa quant’anni, sparso di chiazze nere e verdognole; e la bambina non pensa mai a mettervi gli occhi; e non potrà, più tardi, aver memoria del proprio viso di allora.
L’abitazione della bambina è la portineria d’un palazzo padronale, in una piccola via d’una piccola città lombarda.
Nel palazzo non vi sono che due inquilini, occupanti alcune stanze del secondo piano: un vecchio pensionato, magro, con la sua governante Tereson: una vecchia signora, grassa, che ogni mese cambia domestica. Il resto è tutto abitato dai padroni: gente ricca, gente nobile.
Quando rientrano in carrozza dalla passeggiata, bisogna spalancare il cancello del portone; e, siccome la nonna (custode della portineria) è troppo indebolita dagli anni, è la bambina settenne che deve farlo. Non ha mai pensato, naturalmente, che tale atto le possa essere di umiliazione; ma non lo compie volentieri. [...]

