Cesare Pavese, La bella estate


La bella estate
Pagine: 112
Isbn: 9788832207866
Collana:
Data di pubblicazione: 20 febbraio 2026
Libro € 10,00


L’adolescente Ginia vive con il fratello in una Torino grigia e crepuscolare, lavorando come sarta in un atelier. L’incontro con Amelia, una ragazza più grande che fa la modella per alcuni artisti, la porta a frequentare lo stesso ambiente sregolato e a innamorarsi di Guido, un pittore da cui, dopo diverse resistenze, si lascerà sedurre. Ma la curiosità per questo mondo nuovo ha un prezzo, così come il desiderio ingenuo di trovare in Guido la persona con cui realizzare il suo sogno d’amore. In un doloroso passaggio dall’adolescenza alla maturità Ginia finirà per scoprire che l’incanto della giovinezza porta con sé anche il disinganno e la perdita dell’innocenza.
Scritto nella primavera del 1940 e pubblicato nel 1949 insieme ad altri due romanzi brevi, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole (trilogia che vincerà il Premio Strega nel 1950), La bella estate è una delle opere più intense e delicate di Pavese, capace di raccontare con limpidezza e profondità l’epoca in cui ogni esperienza lascia un segno indelebile.



Cesare Pavese in una foto giovanile
Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 1908 - Torino, 1950) è considerato uno dei più importanti scrittori italiani del Novecento. Poeta, narratore, traduttore e instancabile animatore culturale, ha introdotto in Italia la grande narrativa americana e ha lasciato un’opera segnata da una rara intensità emotiva. Tra i suoi libri più celebri ricordiamo Paesi tuoi (1941), Dialoghi con Leucò (1947), La casa in collina (1948), La luna e i falò (1950) e il diario Il mestiere di vivere (1952).
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A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. «Siete sane, siete giovani», dicevano, «siete ragazze, non avete pensieri, si capisce». Eppure una di loro, quella Tina ch’era uscita zoppa dall’ospedale e in casa non aveva da mangiare, anche lei rideva per niente, e una sera, trottando dietro gli altri, si era fermata e si era messa a piangere perché dormire era una stupidaggine e rubava tempo all’allegria.
Ginia, se queste crisi la prendevano, non si faceva accorgere ma accompagnava a casa qualche altra e parlava parlava, finché non sapevano più cosa dire. Veniva così il momento di lasciarsi, che già da un pezzo erano come sole, e Ginia tornava a casa tranquilla, senza rimpiangere la compagnia. Le notti più belle, si capisce, erano al sabato, quando andavano a ballare e l’indomani si poteva dormire. Ma bastava anche meno, e certe mattine Ginia usciva, per andare a lavorare, felice di quel pezzo di strada che l’aspettava. Le altre dicevano: «Se torno tardi, poi ho sonno; se torno tardi, me le suonano». Ma Ginia non era mai stanca, e suo fratello, che lavorava di notte, la vedeva soltanto a cena, e di giorno dormiva. Nelle ore del mezzogiorno (Severino si girava nel letto quando lei entrava) Ginia preparava la tavola e mangiava affamata masticando adagio, ascoltando i rumori della casa. Il tempo passava adagio, come fa negli alloggi vuoti, e Ginia aveva tempo di lavare i piatti che aspettavano nel lavandino, di fare un po’ di pulizia; poi, di stendersi sul sofà sotto la finestra e lasciarsi assopire al ticchettìo della sveglia dall’altra stanza. Qualche volta chiudeva anche le imposte per far buio e sentirsi più sola. Tanto Rosa alle tre avrebbe sceso le scale, fermandosi a grattare contro l’uscio, piano per non svegliare Severino, finché lei non le rispondesse ch’era sveglia. Allora uscivano insieme e si lasciavano al tram. [...]