Franz Kafka, Il castello
Scritto nel 1922 e pubblicato postumo, Il castello racconta l’arrivo di K., di mestiere agrimensore (un tecnico che si occupa della misurazione dei terreni), convocato in un gelido villaggio senza nome dominato da un potere remoto e impenetrabile. Il castello – una costruzione in pietra che svetta in cima al colle – appare a K. come un luogo insieme prossimo e inaccessibile: nessuna strada vi conduce davvero, nessun funzionario risponde, nessuna norma della sua amministrazione è del tutto chiara e condivisibile.
Attorno a K. si muove una comunità insieme ostile e rassegnata, dominata da una burocrazia labirintica e ambigua. In questo paesaggio sospeso fra realismo e sogno, K. cerca di legittimare la propria presenza e di comprendere l’ordine che governa il villaggio, ma ogni tentativo sembra condurlo verso un vicolo cieco.
Considerata una delle opere più affascinanti di Kafka e uno dei romanzi più enigmatici del Novecento, Il castello è l’emblema del senso di straniamento di fronte a poteri oscuri, impersonali e inaccessibili, ancora oggi in grado di restituirci tutta la sua forza disturbante e visionaria.
In copertina: Photo di Simon Trappe da pexels.com
Franz Kafka nella foto del suo passaporto (1920)
wikipedia.org/Franz_Kafka
Era sera tardi quando K. arrivò. Il villaggio era immerso nella neve. Del colle del castello non si vedeva nulla, nebbia e tenebre lo avvolgevano, non il più debole chiarore rivelava il grande castello. K. sostò a lungo sul ponte di legno che dalla strada maestra conduceva al villaggio guardando in alto, nel vuoto apparente.
Poi si avviò in cerca di un alloggio per la notte; alla locanda erano ancora svegli, l’oste non aveva camere libere ma, sorpreso e confuso da quell’ospite tardivo, si offrì di farlo dormire su un pagliericcio nella sala della mescita. K. fu d’accordo. Alcuni contadini sedevano ancora davanti alle loro birre, ma lui non aveva voglia di parlare con nessuno, andò a prendere il pagliericcio in soffitta e si coricò accanto alla stufa. Faceva caldo, i contadini se ne stavano in silenzio, li osservò ancora un poco con gli occhi stanchi, poi si addormentò.
Ma fu svegliato poco dopo. Un giovanotto in abiti cittadini, con un viso da attore, occhi stretti, sopracciglia folte, stava accanto a lui insieme all’oste. Anche i contadini erano ancora lì, alcuni avevano girato le sedie per vedere e ascoltare meglio. Il giovanotto si scusò molto gentilmente con K. per averlo svegliato, si presentò come il figlio del custode del castello, poi disse: «Questo villaggio appartiene al castello, chi vi abita o vi passa la notte, in un certo senso abita o passa la notte nel castello. Nessuno può farlo senza il permesso del conte. Ma lei questo permesso non ce l’ha, o almeno non l’ha esibito».
K., che si era levato a sedere, si ravviò i capelli, guardò i due di sotto in su e disse: «In che villaggio sono capitato? C’è un castello qui?»
«Certo», disse lentamente il giovanotto mentre qualcuno dei contadini scuoteva il capo, «il castello del conte Westwest». […]
Poi si avviò in cerca di un alloggio per la notte; alla locanda erano ancora svegli, l’oste non aveva camere libere ma, sorpreso e confuso da quell’ospite tardivo, si offrì di farlo dormire su un pagliericcio nella sala della mescita. K. fu d’accordo. Alcuni contadini sedevano ancora davanti alle loro birre, ma lui non aveva voglia di parlare con nessuno, andò a prendere il pagliericcio in soffitta e si coricò accanto alla stufa. Faceva caldo, i contadini se ne stavano in silenzio, li osservò ancora un poco con gli occhi stanchi, poi si addormentò.
Ma fu svegliato poco dopo. Un giovanotto in abiti cittadini, con un viso da attore, occhi stretti, sopracciglia folte, stava accanto a lui insieme all’oste. Anche i contadini erano ancora lì, alcuni avevano girato le sedie per vedere e ascoltare meglio. Il giovanotto si scusò molto gentilmente con K. per averlo svegliato, si presentò come il figlio del custode del castello, poi disse: «Questo villaggio appartiene al castello, chi vi abita o vi passa la notte, in un certo senso abita o passa la notte nel castello. Nessuno può farlo senza il permesso del conte. Ma lei questo permesso non ce l’ha, o almeno non l’ha esibito».
K., che si era levato a sedere, si ravviò i capelli, guardò i due di sotto in su e disse: «In che villaggio sono capitato? C’è un castello qui?»
«Certo», disse lentamente il giovanotto mentre qualcuno dei contadini scuoteva il capo, «il castello del conte Westwest». […]
