La rivista Fernandel

Natale Masi, La casa vecchia



Alle due, dopo pranzo, andai alla casa vecchia con mio fratello Marco. La casa vecchia era il nostro doposcuola, situato in una casa fatiscente che celava un imperscrutabile mistero che nessuno riusciva a svelare: com'era possibile che quel decrepito fabbricato non ci avesse tutti sotterrati sotto le sue macerie? Era un edificio su due piani puntellato da più parti e al quale si giungeva salendo una stretta rampa di scale buia e maleodorante. Al primo piano era situata la stanza adibita allo studio, con due enormi tavoloni e lunghe panche di legno. Un’altra scala un po’ più larga ma altrettanto puzzolente portava invece al secondo piano, dove c’era una piccola stanza disadorna, arredata solo da un letto e un materasso e illuminata da un pertugio non più alto di un metro e mezzo che portava in un piccolo terrazzo. Era quest’ultima la stanza dei giochi. Una delle peculiarità della casa vecchia era l’assenza del bagno. In sua vece avevamo un pitale di plastica posto dietro una tendina nell’androne delle scale. La regola voleva che il pitale fosse svuotato in un grosso secchio di latta, il quale era diventato l’oggetto dei nostri peggiori incubi. Quando il secchio era pieno il fetore inondava le scale, un miasma che era capace di tenere lontani perfino i topi, e ogni qualvolta la porta s’apriva fiotti di olezzo invadevano la stanza studio, sconvolgendoci lo stomaco. Il fatto di essere esposti a rischi di malattie epidemiche rendeva quel doposcuola uno dei più economici del paese e in quanto tale molto ambito. Dovevamo ritenerci fortunati a farne parte.
Natale Masi
«Ci sono momenti in cui sentiamo la necessità di ripercorrere una vecchia strada, per risentirne gli odori, o per apprezzarne di nuovi, o per rivedere le vecchie facce, più vecchie forse, ma ancora interessanti. Per chi come me ha vissuto i fasti del Fernandel cartaceo (senza foto, in bianco e nero, con smilze note biografiche su sfondo grigio), tornare a farsi vivo da queste parti ha un sapore vagamente dolce, romantico, seppure profondamente malinconico».
Natale Masi è nato a Gioia del Colle (Ba) nel 1971. Vive e lavora a Modena dove pratica yoga, tra lo smarrimento generale di amici e parenti.
La casa vecchia, nelle funzioni di doposcuola, era gestita da Angela, la seconda delle tre sorelle Chianese, che s'era creata la sua poco remunerativa carriera di maestra grazie ad un buono ottenuto di straforo agli esami di terza media. Angela aveva lunghi capelli neri e un volto equino, sottolineato da due incisivi particolarmente sporgenti. Passava gran parte del suo tempo a frignare sulle foto di quello che lei chiamava il mio fidanzato, uno smargiasso da quattro soldi che s'era fatto ritrarre in divisa da pilota dell'aeronautica militare e che se la spassava con le timorate di Dio del paese. Spesso la foto saltava fuori da un cofanetto che un tempo aveva contenuto delle caramelle, in mezzo a lettere gonfie di lacrime dell'equina maestra, e finiva per fare il giro dei tavoli. Noi pur di non fare i compiti ci trastullavamo con la foto, magnificando i tratti somatici del cialtrone: la maestra, commossa dalle nostre parole, gongolava, schioccando grossi baci sulla fotografia. Spesso il deliquio portava la maestra a immaginare un grandioso matrimonio e a descriverci nei minimi particolari gli svolazzi del vestito bianco, la cerimonia officiata dal vescovo, il pranzo sontuoso offerto ai gentili ospiti, tutti regalmente vestiti e profumati. Io e Pino, il mio miglior amico, con le teste chine sui quaderni, ci scompisciavamo al mille per cento e disegnavamo piloti con delle facce orripilanti su degli aerei di carta che lasciavamo svolazzare per la stanza. Spesso questo gioco era interrotto dai colpi di bacchetta sui palmi delle mani.
Nella sala studio, nell'angolo sotto la finestra, c'era una vecchia macchina da cucire a pedale Singer, resa grottesca da un raccapricciante pedale elettrico che spuntava incerto da sotto il legno scrostato del mobile. Era questa la postazione di lavoro di Caterina, la maggiore delle tre sorelle Chianese, oltre che la più bella. Caterina era sempre indaffarata tra rocchetti di cotone e gessetti e carta per modelli. Quando doveva disegnare un modello (usava grandi pezzi di carta marrone che riusciva a procurarsi dal fornaio), ci faceva spostare i libri e i quaderni e approfittava del nostro tavolo. Era un piacere stare a guardarla mentre si allungava sul tavolo, con i vestiti che le si stiravano addosso mostrandocela come nuda, bella come un'attrice degli anni '50, col suo sorriso flebile, leggero e timoroso, che si posava su di noi con la munificenza di una carezza. Facevamo a gara per darle un aiuto e per conquistare la sua simpatia. Caterina passava molte ore alla macchina da cucire e la sera era spesso così stanca che profonde rughe le segnavano verticalmente le guance e sul suo viso si disegnava una smorfia dolorosa; tuttavia questo non faceva che accentuare la sua proverbiale bellezza. L'amavo così appassionatamente che spesso mi lasciavo rapire dal rumore monocorde della macchina da cucire fino a precipitare in un sogno ad occhi aperti, dove una sarta giovane e bella s'innamorava di uno studente di quinta elementare, al quale si offriva lasciva e smodata, in preda al vizio eterno del peccato. Caterina indossava solitamente gonne lunghe fin sotto il ginocchio che lei stessa modellava, e quando si metteva a sedere, per non essere intralciata nell'uso del pedale, premeva i palmi delle mani sulle cosce e lasciava che la gonna le scivolasse in su, svelando il ginocchio. Era quello uno dei momenti che annovero tra i migliori della mia vita, un'epifania che si ripeteva più volte nell'arco della stessa giornata e che si superava ogni volta per il pathos e lo struggimento che riusciva a provocare. Pino, con la faccia nascosta dietro al quaderno, inscenava atti svenevoli lasciandosi sfuggire grugniti e moine depravate. Io lo colpivo alla nuca e lo pregavo di non fare teatro, visto che se scoperti avremmo potuto perdere per sempre quello spettacolo. In realtà la mia ribellione alla sua impudicizia era anche giustificata da una gelosia senza nome.
Le cinque del pomeriggio era di solito l'ora in cui Caterina riceveva alla casa vecchia le signore che dovevano commissionarle un lavoro. Per prendere le misure Caterina faceva accomodare le signore al secondo piano, guardando prima nell'androne che non ci fosse qualcuno col culo sul pitale, e lì, nella stanza dei giochi, lontano dai bambini, erano libere di trafficare con tutto il loro ben di dio.
Due volte a settimana era il turno dell'arrivo di Dario, il fidanzato di Caterina, e ancora una volta salivano nella stanza dei giochi dove potevano liberamente parlare e fare i loro ragionamenti amorosi sopra il letto; il cigolio della vecchia rete metallica ci faceva scompisciare dalle risate.
«Bambini!» ci ammoniva Angela, con un diavolo per capello, sicuramente rosa dall'invidia.
Per Dario non provavo alcuna gelosia, anzi, era per me un vero mito. Alto, abbronzato, sempre sorridente (chi non lo sarebbe stato al suo posto), era pronto a scherzare e giocare con noi appena si presentava l'occasione. Spesso Caterina era così carica di lavoro che doveva rimandare l'appuntamento al secondo piano, e allora Dario si intratteneva al nostro tavolo e ci raccontava delle sue avventure a scuola quando aveva la nostra età. A volte si presentava con buste piene di caramelle alla frutta e strisce di liquirizia, e le distribuiva facendole circolare sotto i tavoli, in modo da non farsi scoprire da Angela, la quale cercava ogni possibile scusa per aggredirlo e sparlarne. La nostra maestra proprio non riusciva a digerire il fatto che Dario e Caterina fossero una coppia bella, affiatata e invulnerabile.
La terza delle sorelle Chianese era la giovane Maria, una segaligna e spigolosa biondina facilmente eccitabile e perennemente in calore, infervorata come una scimmia indonesiana. Continuamente assalita da vampe voluttuose, ci costringeva a giocare con lei a giochi che non presumevano in alcun modo l'innocenza, e che solo un puro di spirito avrebbe potuto qualificare come prudentemente licenziosi.
I giochi con la scimmia indonesiana divennero sempre più frequenti, tanto più che la giovane e accaldata Maria andava facendosi donna, e le cronache che ne seguirono divennero sempre più torbide e misteriose; quando non leggendarie.
Uno dei giochi ai quali eravamo sottoposti consisteva nel far passare un grande drappo celeste, ricavato da un rotolo di stoffa comprato e mai utilizzato da Caterina, a cavallo del lungo neon che scendeva dal soffitto, creando così una sorta di sbilenco sipario. Aldilà del quale la scimmia indonesiana, assumendo pose che potevamo solo immaginare tra le più lubriche, si lasciava palpare da me, o da Pino, o in momenti di parossismo carnale anche dalla banda di virgulti di otto anni capitanata da mio fratello Marco. I palpatori, posizionati aldiquà del drappo, avevano facoltà di far scorrere la mano lungo il corpo della scimmia, dapprima avendo il drappo stesso come ostacolo, finendo così per ritrovarsi fra le mani grovigli di stoffa che non lasciavano spazio a immaginari erotici, e poi, in un secondo momento senza dubbio più memorabile, infilando le mani negli strappi che avevamo precedentemente ricavato con delle forbici. In questi momenti in cui i nostri genitori potevano crederci alle prese con una rigida e rigorosa educazione scolastica e morale, le ragazzine si divertivano a creare braccialetti e collanine di perline colorate, mentre noi maschi fornicavamo a turni di trenta secondi per uno, abbarbicati come gechi al drappo celeste, cercando d'indovinare attraverso le ombre quanti più tessuti molli possibile.
Ovviamente le redini del gioco erano saldamente nelle mani della giovane Maria, la quale menava le danze a piacimento e decideva quanto, come e dove lasciarsi palpare. Il più delle volte il gioco risultava noioso e ripetitivo e solo per il nobile desiderio di evitare i compiti, motivo per il quale avremmo passato ore a palpare la macchina da cucire se solo ce ne fosse stato bisogno, aspettavamo quei momenti con impazienza.
Tuttavia il tratto leggendario dei nostri momenti ludici si fondava su un fatto accaduto a Pino, che aveva il doppio potere di frustrarci e di far compiere alla nostra educazione sentimentale sbalorditivi passi in avanti. Pare che durante uno dei turni di Pino, Maria si fosse spinta oltre allorché aveva lasciato che la punta delle dita del mio sbalordito amico, affondando all'incrocio delle sue gambe, avvertisse chiaramente il solletichio dei peli. Pino ci propinò la cronaca dettagliata dell'avvenimento per intere settimane e con descrizioni sempre più efficaci. Noi lo ascoltavamo attoniti, a bocca aperta, con la stessa stupita espressione che avremmo avuto se avessimo visto atterrare sulla casa vecchia una squadra di marziani i quali, repentinamente, si fossero messi a ballare la rumba.
Da quel momento il gioco si fece sempre più interessante e durante i nostri turni cercavamo di sfruttare al meglio il tempo che ci veniva concesso, roteando i polsi all'impazzata e cercando la massima estensione delle dita, nel tentativo di toccare quanto più corpo possibile.
D'altro canto il racconto di Pino finì per frustrarci. Prendendo consapevolezza del corpo di Maria, di come fosse già tondeggiante, pieno, e al punto giusto adorno di peli, avevamo finito per prendere coscienza dei nostri corpi da bambini, magri, asfittici, cerulei. Di peli neanche a parlarne. Solo Mario, un perticone di quarta elementare, poteva vantare dei ridicoli baffetti appiccicati sopra il labbro. Era questo che noi ragazzi portavamo come unico certificato d'idoneità al sesso.
Per il resto si susseguivano le solite, schifosissime giornate.

© 2008 Natale Masi